Anche i miei fratelli erano in due. Due vicini di età, uniti dai medesimi studii, distratti nei medesimi giuochi, liberi per il loro sesso più di quello che io fossi e indipendenti dalle zie. La scuola d'altronde ci divideva. Nelle poche ore che stavano in casa si ritiravano a studiare nella loro camera. Io facevo intanto di malavoglia gli ultimi corsi, fisso lo sguardo in quello che sarebbe stato l'ultimo giorno di scuola. I miei fratelli erano molto più diligenti e riportavano trionfi che io ero ben lontana dall'ottenere; ma avevo la fortuna di scrivere con facilità e a poco a poco mi accorsi che da questa facilità me ne derivava anche un piacere, per cui presi l'abitudine di scrivere indipendentemente dai compiti, con meraviglia delle mie compagne, le quali tutte dal più al meno abborrivano dal comporre. Pare invece che alla mia scuola questo ramo dell'insegnamento fosse tenuto in gran conto, perchè si era rinunciato a farmi imparare l'aritmetica (vista la mia incapacità di giungere in fine ad una somma) e la calligrafia (verificato che i miei saggi non erano nè inglesi, nè corsivi, nè rotondi, nè gotici) per conseguenza esonerata da questi due esami e ad onta di ciò non mi venne meno la benevolenza dei professori, compreso quello d'aritmetica. Le maestre mi continuavano la loro antipatia, ma io contavo oramai i giorni che mi avrebbero portata alla liberazione.

C'era l'abitudine nella mia scuola per le allieve più zelanti che terminavano gli studi, di preparare in segreto un patetico componimento che veniva poi declamato il giorno degli esami con accompagnamento di lagrime e di singhiozzi a edificazione delle maestre e dei genitori presenti. Lo si chiamava l'Addio e incominciava generalmente così: "Addio, scuola tanto amata dove ebbi i migliori esempi, ecc. Addio maestre che ci foste nel medesimo tempo educatrici e madri, addio compagne, ecc., ecc.". Per nulla al mondo io mi sarei sobbarcata a recitare una simile commedia; essa era tanto lontana da me, che nell'ora della ricreazione mentre le altre ragazze riunite in crocchi discutevano sugli esami del domani e qualcuna ripassava febbrilmente le lezioni, io senza abbandonare il mio posto, totalmente lontana dalle preoccupazioni generali, trassi dalla cartella i miei scartafacci privati e mi posi a continuare un raccontino, che avevo dovuto lasciar sospeso nel punto culminante di dimostrare il vizio punito e la virtù ricompensata. Navigavo in quell'oceano beato della concezione spirituale, dando ascolto al canto che mi inviavano le sirene dell'immaginazione, quando udii pronunciare il mio nome dalla voce ben nota della direttrice e questa domanda attraversarmi le orecchie come un dardo, che entrando dall'una fosse uscito dall'altra sibilando: Che cosa scrivi? La mia timidezza non seppe suggerirmi altro che un silenzio assoluto e non so in qual modo la faccenda sarebbe andata a finire se, pari ad un fluido elettrico, improvvisamente dischiuso un sorrisetto di intesa non fosse passato tra le mie compagne e qualcuna mormorò: È l'Addio, è l'Addio. La direttrice comprese e si degnò di sorridere anch'essa con sussiego e approvazione, ma la risata più schietta fu la mia, quantunque interna e mascherata dalla fronte china sulla penna a terminare le avventure di Osvaldo e Berenice. "Domani a quest'ora, pensavo, non ci sono più e allora addio scuola per davvero".

Fra le mie condiscepole c'era una trentina, emula mia nei successi letterari e questo fatto, lungi dal creare fra noi una incresciosa rivalità a base di invidia, ci unì in una buona e sincera amicizia, continuata anche dopo scuola per molti anni in regolare corrispondenza. Poi senza alcun motivo, come accade spesso, la corrispondenza cessò. Io pensavo molte volte a lei, certo anche ella mi avrà pensata; ma travolte entrambe nell'onda della vita che ci sospingeva a opposte rive, complice un po' di pigrizia, il silenzio si stese fra noi come un velo d'ombra. Non pensavo neanche più alla possibilità di rivederci. Nella mia singolare ignoranza il Trentino mi appariva fantasticamente lontano. La Val di Sole, la Valle di Non erano a' miei occhi terre favolose, irragiungibili e, per dire tutta intera la verità, non mi avvenne mai di udir pronunciare la parola Trentino fino al giorno che mandata a Roncegno per salute non scopersi a me stessa la bellezza e le sventure di quella terra disgraziata. Ma questo è un salto avanti nella mia vita. Lo accenno ora perchè completa colle parole di chi fu testimonio quel che io ero al tempo della scuola. Ripiglierò in seguito le mie memorie al punto dove le ho lasciate.

Non sono molti anni, dunque, che dovendo recarmi nel Trentino pensai subito alla mia antica amica e le scrissi a caso per sapere se vi fosse modo di poterci incontrare. Mi rispose subito che sarebbe venuta lei stessa a Roncegno. Venne infatti con una sua leggiadra figliuola e appena ella discese dalla vettura dell'albergo ci gettammo nelle braccia l'una dell'altra prima ancora di guardarci in viso... Il piacere di tale visita si duplicò quando poche settimane dopo andai a renderle la visita; un viaggio di sei ore durante il quale ebbi campo di ammirare la ridente bellezza delle valli trentine, la severa maestà delle sue montagne. Due giorni passai in quel piccolo paese sperduto in fondo a una valle, per sei mesi dell'anno sepolto sotto le nevi; ma allora era di primavera, la casa graziosa e confortevole, l'ospitalità perfetta, il giardino pieno di fiori con un salice piangente che si chinava sovr'essi, forse per consolarli di crescere in un suolo calpestato dallo straniero. Poche sere prima a Trento, in una famiglia di fervidi patrioti, circondata dai cuori più ardenti, mentre nel silenzio della via un soldato austriaco passava sotto le finestre, avevo letto il capitolo VI del Rogo d'amore (ancora inedito) dove Ariele esala il suo spasimo e i suoi sogni di irredento; alla mensa dei miei amici, recitai i versi della canzone di d'Annunzio sequestrati dalla censura e i volti erano pallidi e mute le labbra. Si, io ebbi questa gioia di far ascoltare la voce della Patria sulla terra ancora schiava, alle anime che non speravano più. Prima di partire la mia amica mi disse: Sai? Io scrissi una volta un articolo per te. — Davvero? — esclamai — Quanto mi piacerebbe conoscerlo! Gentilissima, l'amica cercò fra le sue vecchie carte e mi diede un numero del giornale L'Alto Adige, 29-30 marzo 1900 (dodici anni prima di quel nostro incontro vale a dire nel tempo che la nostra relazione era stata interrotta). L'articolo intitolato Neera portava un lusinghiero giudizio sull'opera mia che non è il caso di riferire, ma credo interessante far conoscere un lungo brano, dove sono descritta io stessa fanciulla nell'obbiettivo di una spettatrice, la quale non poteva supporre allora che io avrei letto un giorno l'articolo.

"... Nata a Milano, ed ivi sempre domiciliata, sentì fino da fanciulla potente l'attrattiva dello scrivere, e la foga dell'immaginazione attirarla nelle regioni gloriose del campo letterario. Adolescente, scriveva raccontini, che nelle ore della ricreazione scolastica leggeva alle compagne, in crocchio intorno a lei radunate e pendenti dalle sue labbra. Inutile dire quanto fosse benevisa dal professore d'italiano, il quale compiacevasi alla lettura dei suoi componimenti, che palesavano il non comune ingegno e la rara facilità del concetto. Ricordo pure come una volta la di lui severità nel frenarle gli ardimentosi voli della fantasia, i quali rivelavano nella inesperta scolara la nascente scrittrice ardita e spigliata, attirasse un velo di lagrime sulle sue pupille di fuoco; ma fu una volta sola: il buon professore l'amava e si rallegrava al fiorire del bell'ingegno con un represso sorriso di compiacenza ammorzato fra i baffi e barba allorchè stava intento alla lettura dei di lei componimenti. E tutte allora, ella per la prima, comprendevamo la tacita approvazione del professore, tradita dall'atteggiamento del volto, quand'anche la parola suonasse contraria.

"Verso i tredici anni perdette la madre, non aveva sorelle e suo padre la collocò per qualche tempo interna nel collegio, del quale come alunna esterna frequentava la scuola. Vi fece la sua entrata una sera ad ora tarda; eravamo tutte coricate quando ella in punta di piedi, titubante nelle mosse, seguendo la vecchia governante, penetrò nei dormitori; al passaggio della bruna figura, fatta più oscura dalle nere gramaglie, più d'un saluto le pervenne sottovoce all'orecchio a sussurrarle un'espressione di amicizia affettuosa in quella prima ora di separazione dal tetto paterno.

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"L'avvenimento che scosse maggiormente le sue fibre e schiantò il suo cuore portato ad amare con tutta la forza degli affetti, fu la morte dell'ottimo suo genitore, che le spirò quasi improvvisamente nelle braccia, quando a lei, giovane, avvenente, ammirata arrideva in tutto lo splendore la primavera della vita. Fu così intenso il doloroso sentimento della perdita fatta, che promise a sè stessa di perpetuargli un culto di venerazione e d'amore, di trovare nella memoria dell'uomo integerrimo esempio, sprone e conforto all'aspra via del dolore.... Giurai a me stessa, così ella scriveva nell'intimità epistolare, di onorare la sua memoria, di amarlo morto, come non mostrai mai di amarlo in vita, di perpetuare riproducendole le sue virtù, di farlo rivivere nell'intatta fama, nella coscienza pura e intemerata ch'egli mi lasciò, e che io voglio trasmettere ai miei figli".

Dall'apprezzamento della mia amica, pur volendolo accettare intero nel suo ottimismo, mi è duopo cancellare almeno la parola — ammirata —. Che lei, vivendo così lontana, potesse suppormi degli ammiratori e credere, lei esiliata fra i monti, che basta essere giovani e un po' intelligenti perchè vivendo in una grande città come Milano arrida in tutto il suo splendore la primavera della vita, si può anche comprendere. Quando andai a trovarla nell'alpestre romitaggio, non mi nascose la tristezza del suo destino in opposizione ai sogni di un'esistenza più ampia, più ricca di bellezza, forse di gloria, rappresentata a' suoi occhi dal contatto di una grande città. La verità è che io vivevo a Milano nello stesso modo di tanti canarini in gabbia e di tanti cani colla museruola.