Mio padre nacque nè primo nè ultimo di sei fratelli, tre maschi e tre femmine. Due maschietti morirono adolescenti e morì più tardi una delle femmine, già preceduta dai genitori. Quando io venni al mondo, della famiglia di mio padre non rimanevano che due sorelle nubili residenti a Casalmaggiore. E, presso di loro, si trovava già il mio fratellino Stefano quando nostra madre perdette la vita sopraparto (e la creaturina la seguì). L'altro mio fratello Luigi fu mandato a raggiungerlo subito dopo. Essi erano abituati a passare le vacanze con quelle zie paterne, mentre io andavo a Caravaggio dai nonni materni. I miei fratelli, poi, stante la lunghezza del viaggio (Casalmaggiore era a novanta miglia da Milano e senza ferrovia) oltre alle vacanze passavano laggiù mesi e mesi. Vi ero stata anch'io per un certo tempo, ma una volta sola, e smorta me ne era rimasta la rimembranza. Trovo un accenno di questo mio soggiorno a Casalmaggiore in una lettera del papà alla mamma. Egli era venuto a prendermi evidentemente e le dava per iscritto le prime notizie. È fortuna che io abbia trovata questa lettera, nella quale rinasce un momento della mia vita che avevo quasi dimenticato; riudire dopo più di mezzo secolo la voce di mio padre, se non il suono, il sentimento di essa, e vedermi descritta colle sue parole, e sapere che cosa egli pensava di me, è tale commovente dolcezza che io non so dire. «Ho veduto gli studi fatti dalla nostra ragazzina e ho dovuto convincermi che ha fatto più progressi qui che a Milano. Quanto al morale conserva quella sua naturale vivacità, talvolta smoderata, e si abbandona facilmente ad atti di subitanea impazienza, di collera e di pianto, specialmente allorchè è ripresa o corretta con modi di disprezzo; all'incontro si fa dolce e mansueta ragionandole del mal fatto e ammonendola con parole temperate e di persuasione. Nell'insieme poi del suo esteriore è tutta quella di prima; figura slanciata, agile, di movimenti rapidi; è cresciuta in altezza tre dita».

Un malaugurato strappo nella lettera di mio padre l'ha privata della data, ma non v'ha dubbio che dovevo essere allora non oltre i sette anni. La collera e il pianto, di cui si fa menzione e che io non ricordo, vennero presto sostituite da un muto dolore in tutte quelle occasioni di rimprovero o di accusa nelle quali intravedevo una ingiustizia. Avevo anche abbastanza sviluppato il senso della realtà per adattarmi senza proteste all'inevitabile; così entrai rassegnata e calma nell'internato della mia scuola a terminare l'anno scolastico, finchè mio padre avesse sistemato l'ordine della famiglia sconvolto per l'improvvisa morte della diletta compagna. Il suo era stato un vero matrimonio d'amore e di stima che nessuna nube aveva alterato mai e la possibilità di una seconda moglie non deve nemmeno aver sfiorato il suo pensiero fermo e fedele. Non poteva tuttavia lasciar soli tre figli ancora adolescenti e fra questo grave dilemma miglior consiglio gli parve quello di persuadere le sue sorelle, a venire in casa nostra per tenerci luogo della mamma.


Era una giornata d'autunno avanzato quando rientrai nella casa paterna. Il mio fratellino Stefano giocava in anticamera col cerchio. Gli chiesi dove erano le zie ed egli mi rispose indicandomi una camera in fondo all'appartamento. Mi inoltrai col cuore che batteva verso il mio nuovo destino, cercando di ricordarmi la faccia di quelle zie, che trovai (fosse stato ieri non mi sarebbe possibile averne una visione più precisa) in una stanza di disimpegno brutta e disadorna. La zia Margherita stava seduta con un rocchetto sulle spalle i pochi capelli grigi sciolti sugli omeri, un libro di preghiere in mano; sopra una sedia collocata dinanzi a lei c'era una scatola oblunga di legno bizzarramente dipinta, nella quale si ammontichiavano spazzole, forcine, un altro libro di preghiere (che era quello della zia Nina) e un pezzo di candela di sego. In piedi dietro a lei la zia Nina la stava pettinando. Al mio apparire la zia Nina ristette qualche minuto col pettine in mano, la zia Margherita sollevò gli occhi dal libro. Dissero una o due parole e ripresero la loro occupazione. Involontariamente rividi come in un barbaglio di luce lontano il dolce sorriso della zia Carolina e l'onda nera de' suoi magnifici capelli.

Le sorelle di mio padre, pur differendo l'una dall'altra, avevano in comune un tipo di razza forte. Brune e secche le loro mani e le loro braccia attraversate da grosse vene a fior di pelle ricordavano un po' le radici di un albero. Avendo begli occhi e lineamenti regolari, nella loro gioventù non saranno state brutte; ma una certa mancanza di femminilità e di gusto, l'impronta della provincia, infine, come era a quei tempi, le aveva segnate di vecchiaia precoce: la zia Margherita in ispecie, che era la maggiore e la più assente dal convegno delle Grazie. Attaccatissime al loro fratello, si erano già piegate a molti sacrifici per lui quando, vivente ancora il padre, aveva dichiarato la sua vocazione e il proposito di andare a Roma a studiare architettura. Andare a Roma quasi un secolo fa e andarvi da un piccolo centro provinciale, da una modesta famiglia borghese già aggravata di sei figli, non dovette essere certo facile impresa e si indovina il sacrificio delle buone sorelle. Ma, non v'ha dubbio, che maggiore d'ogni altro fu quello di abbandonare, non più giovani, la loro casetta, le loro abitudini, le amicizie, i dolci ozii, la libertà, per recarsi in una città sconosciuta a prendersi la doppia responsabilità di reggere una famiglia, di allevare tre fanciulli. Grande, grande sacrificio.

Io avevo allora dai dodici ai tredici anni. Una delle prime cose che mi disse la zia Margherita fu questa: «È tempo di fare giudizio, non hai più nè otto nè dieci anni». La voce e e il volto ammonendo così erano di una tale severità che ne rimasi impressionata. Avevo dunque finito di essere una fanciulla? Non mi sarei data tanta pena se avessi potuto prevedere che due anni dopo avrebbe ripetuto: «... non hai più nè dodici nè tredici anni» e ancora sotto i venti agitava sul mio capo il rimpianto degli anni passati, lo spauracchio dei futuri. Era una donna austera la zia Margherita; era anche pochissimo donna. Non l'ho mai vista una volta guardarsi nello specchio; sdegnava tutto ciò che potesse sembrare eleganza e raffinatezza; dei profumi soleva dire con grande disprezzo che li portavano solamente le persone affette da cattivi odori. Nei servizi dei piatti a tavola prendeva sempre la parte più scadente. Non sdegnava prestarsi ai lavori più pesanti, al contrario si compiaceva di aiutare in quelli la persona di servizio; amava cercare i poveri; rappezzando con zelo le vesti della nostra domestica diceva: "Avrei dovuto nascere povera e sposare un povero; quante belle pezze avrei rimesse". Trovava piacere dove gli altri confessavano un fastidio. Colla sua entrata in famiglia, di poveri non si ebbe più penuria; scomparvero invece le signore eleganti che venivano a trovare la mia mamma. Non riconoscevo più la mia casa; vedevo tutte persone nuove; udivo nomi di sconosciuti; molte abitudini erano cambiate e cambiato il posto di certi mobili. Con una sorpresa, che non saprei ridire a parole, mi accorsi che qualche volta, quando la faccia angolosa della zia Margherita era più arcigna del solito e il puntino nero delle sue pupille mordeva proprio come un granello di pepe, mi interpellava col pronome di seconda persona: "Noi... vostro padre". Non diceva mai papà ed anche per lui aveva un tic particolare, lo chiamava a volte: il padrone.

L'amor del prossimo della zia Margherita non era precisamente quello predicato da Gesù, dolce e mansueto. Mente fervida, temperamento impulsivo, facile allo scatto ed alla violenza, se con una mano era sempre tesa a beneficare, coll'altra non era meno pronta a sciogliere o, quando mai, a minacciare uno schiaffo; lo si sapeva e si evitava, molto più che le sue collere come certi temporali di primavera si disperdevano senza tempesta. Essendo quasi sempre sproporzionati alla causa, quegli scatti mi facevano tuttavia molto male. Credetti una volta che crollasse la casa, perchè mi ero servita di refe invece che di cotone per cucire un non so che ed io, che udivo fare per la prima volta una differenza fra refe e cotone, mi sentii ferita in quel sentimento di verità e di giustizia, che era in me profondo e che doveva farmi tanto soffrire anche in seguito. Era il medesimo sentimento, osservato da mio padre quando scriveva alla mamma, che mi acquietavo nelle mie ire infantili solo se corretta con amorevolezza ragionandomi del mal fatto. L'amorevolezza, che non è possibile negare a una donna la quale negava tutto a se stessa per dare agli altri, la zia Margherita l'aveva in fondo al cuore; ma l'adolescente, che io ero ancora, non sapeva discernerla nell'ammasso di bruscherie e di violenza che la rendeva ingiusta, ponendola nella luce meno favorevole di tutte dinanzi alla mia sensibilità, alla mia timidezza, al mio ardente bisogno d'affetto. Se in certi momenti, nei quali la punta acuta delle sue pupille sembrava ammorbidirsi in un raggio di benevolenza, osavo gettarle le braccia al collo chiedendole un bacio, ella voltava subito la faccia dall'altra parte mormorando nel suo dialetto: "Sciocchezze, sciocchezze".

Dove avrei io trovato un bacio? "Aprile senza fiori, infanzia senza baci" dice una vecchia canzone malinconica. E come dice vero! Il bacio è ai fanciulli ciò che la rugiada è al fiore, il pigolio al nido. Non avevo più nè otto nè dieci anni, ripetendo la frase della zia, ma il bisogno di tenerezza cresceva insieme agli anni e, in senso inverso dal bisogno, la mia timidezza mi ricacciava tutta dentro di me. Amavo molto mio padre, ma era serio anche lui come tutta la nostra famiglia e di pochissime parole. Il gran lutto, che gravava sul suo cuore, lo ravvolgeva in una specie di nube attraverso la quale mi appariva come un essere superiore, tanto lontano da me, dai miei piccoli affanni. Una ritenutezza, una specie di pudore, quasi uno scrupolo di coscienza mi impedivano di aprirmi con lui. Mai avrei avuto il coraggio di confessargli il mio disagio in quel passaggio dall'una all'altra età, essendo cambiata ogni cosa intorno a me, colla sensazione oscura e profonda di trovarmi sperduta in una landa deserta, sola.

La zia Nina non sapeva nè leggere nè scrivere. Feci questa straordinaria scoperta osservandola quando sua sorella la pettinava. Anche lei stava seduta colla misteriosa cassettina davanti e il suo libro di preghiere sui ginocchi, ma le pagine non le voltava mai. Seria, dura, immobile come una statua, un lieve battito delle palpebre di minuto in minuto la diceva viva. Minore qualche anno della zia Margherita, conservava con lei un'aria di famiglia, più che una vera somiglianza. Anche moralmente partecipavano entrambe delle mancanze, che un secolo fa distinguevano le zitellone di provincia vissute lontane dal mondo; ma tanto la maggiore sorella era schietta, aggressiva, impetuosa, di questa non si udiva mai la voce. Parlava poco e piano, camminava con passo vellutato. Non era nemica dello specchio e quando si coricava alla sera, aveva un modo tutto suo di accomodare i capelli sotto la cuffia che, senza nessun altro artificio, le rimanevano ondulati sulle tempie. La zia Margherita era intelligente e tanto appassionata per la lettura da leggere persino i foglietti dispersi che ravvolgevano le droghe o i bottoni. A' suoi tempi Casalmaggiore non aveva scuole. Un maestro, dal nome melodrammatico di Zefirino, aveva insegnato in casa a leggere, scrivere e far dei conti. La zia Nina pur partecipando a questi studi limitati non aveva imparato nulla. Come però conosceva l'arte di aggiustarsi i capelli, era sua anche quella di saper tacere quando l'argomento si mostrava al di sopra della sua intelligenza. Prendeva allora quell'attitudine di statua che la faceva sembrare così attenta alla lettura del suo libro di preghiere, anche se talora fosse per avventura capovolto.

Le due sorelle andavano di perfetto accordo. Vissute sempre insieme avevano, se non proprio gli stessi gusti, le stesse abitudini; le relazioni di una erano le relazioni dell'altra. Le accomunava una vita intera di affetti, di impressioni, di ricordi, di gioie, di dolori ai quali io ero perfettamente estranea; allusioni a fatti che non conoscevo, ironie di cui mi sfuggiva il significato. Quest'arma terribile dell'ironia usata contro l'adolescenza esse la adoperavano nella loro ignoranza di principii educativi; ma è crudele e di una grande ingiustizia, presupponendo nella costruzione del fanciullo una mentalità rotta alle rudi prove dell'esperienza. L'ironia è l'albero amaro del bene e del male che dà frutti di cenere; scuoterlo sul capo innocente di chi muove i primi passi nella vita, intorbidare la fonte sacra, quella bella confidenza, quell'abbandono cieco del fanciullo alla parola dei genitori o di chi ne fa le veci, è quasi un delitto. A certe frasi pungenti scambiate fra le mie zie con sorrisi di scherno l'anima mia si raggrinziva tutta. Non reagivo, ma cresceva sempre più in me l'impressione di vuoto, di freddo, di straniero: e come il mio temperamento non mi portava alla ribellione, invece di uno sfogo esterno, scendevo dentro di me. Quante volte dinanzi alla forza collegata delle mie due zie desiderai una sorella!