Quella cara anima onesta, che fu Edoardo Rod a proposito delle tristezze della sua infanzia, diceva: "Oh! ces premières impressions nous façonnent à jamais! Ce sont elles qui donnent le ton à toute notre existence, elles peuvent nous rendre à jamais incapables de bonheur, elles creusent en nous des vides qui ne se comblent pas". Sopratutto questo: vuoti che non si colmano più. Come potremo noi ridere in seguito, se non abbiamo riso nell'età dell'espansione e della gioia? Se la risata larga, spensierata, trillante e leggera qual volo d'allodola, la volubile risata che si accende e si spegne senza causa sulle labbra dell'infanzia felice, fu isterilita dal sospetto, contaminata dall'ingiustizia? Se nell'età della fiducia completa e del completo abbandono abbiamo dovuto dubitare? Se quando i nostri cuori si aprivano all'amore con tutte le boccucce del desiderio, come fanno nel nido i piccoli nati, un soffio di scetticismo ci raggrinzì nella nostra nudità, nella nostra povertà, si che un po' di freddo rimase nelle intime pieghe dell'anima nostra? Il fanciullo, che non si sente padrone del mondo, non è un fanciullo felice e quando pure la vita gli prepari altre gioie ed altri sorrisi sempre gli resterà quella piega dolorosa dei primi anni mancati, cicatrice indelebile di un'anima ferita.


Tutte le simpatie della zia Nina erano riserbate a mio fratello Stefano. Egli godeva di un'assoluta impunità. Un giorno a proposito di un bicchiere rotto o altro consimile misfatto mi disse: "Sai? Ho pensato di confessare alla zia che sono stato io, tanto non mi sgrida certo". Ma nemmeno la bontà del mio caro fratellino riusciva a difendermi dalle insinuazioni malevoli. Per avere smarrito un fazzoletto, che mi era stato regalato dalla zia Margherita, non dovetti subire l'accusa di averlo distrutto io, di mia mano, per dispregio del dono e della donatrice? Nulla mi faceva tanto male quanto la supposizione di simili bassezze, che non riuscivo nemmeno a comprendere. In quali mondi, in quali cuori potevano nascere? E perchè supporle in me, nella mia anima così sincera, così innamorata dell'alto? Mi pareva che tutti dovessero leggermi dentro come attraverso un cristallo e perchè queste due zie mi leggevano così diversa da ciò che ero? Perchè? Sempre l'assillante perchè!

Venne finalmente l'ora di una grande rivelazione. Entravo nella mia camera, che era pure la camera delle zie, quando un alterno e concitato parlare, in cui era mischiato il mio nome, mi arrestò di botto sulla soglia. La voce della zia Nina per solito bassa e velata tradiva una grande irritazione e quella della zia Margherita si piegava a straordinari sforzi di dolcezza per calmarla, per persuaderla. "È inutile, io non la posso soffrire, mi è antipatica, la odio". Queste parole mi fischiarono nell'orecchio come una scudisciata, poi non udii altro. Ovvero, si, ella ne pronunciò ancora una così orribile che non ressi più e mi allontanai soffocando in un lungo singhiozzo un gruppo di lagrime troppo amare per sciogliersi in pianto. Ecco dunque la risposta ai miei angosciosi perchè, alle accuse, ai sospetti, alle ripulse: perchè mi odiava. Lo aveva detto lei stessa uscendo dal suo mutismo: non era possibile dubitarne. Ora, qualunque cosa facessi o dicessi, sapevo che mi odiava. Questa persona, che viveva presso a me, sangue del sangue di mio padre, chiamata a proteggermi, a guidarmi, a volermi bene, questa persona mi odiava.

Venuta in possesso di sì crudele verità sentivo però che non era tutto il vero. Un'altra domanda urgeva alle porte oramai violate della mia ingenua fede: "Perchè mi odiava?". Ma l'ingenuità mia era ancora troppo salda, troppo resistente, per potermi dare una risposta chiara e decisiva. Dovevo vivere tutta la mia vita, la vita di osservazione e di esperienza, di teneri sogni e di brutali risvegli, che ognuno di noi vive, prima di afferrare la verità tutta intera. Comprendere è perdonare, si dice, e quante cose, che ci fanno soffrire, ci lascerebbero indifferenti a poterle comprendere in tempo. Intanto, quasi a conforto della dolorosa scoperta fatta, mi riusciva a poco a poco di valutare meglio le intenzioni della zia Margherita, la quale mi voleva bene alla sua maniera e più me ne avrebbe voluto senza le continue istigazioni della sorella e i foschi colori sotto cui ella mi dipingeva, falsando ogni mia azione, facendomi segno alle calunnie le più assurde, le più lontane dal mio modo di pensare e di sentire. Il sistema adottato dalla zia Nina nella sua campagna contro di me era questo: in mia presenza musoneria e mutismo agghiacciante; dietro le spalle lagnanze, accuse, sfoghi di insopportabilità come di un gran peso che la opprimesse. Nè deve sembrare troppo singolare la fede prestata da una sorella alle parole dell'altra; trovo anzi naturalissimo che quella vivace e impetuosa donna che era la zia Margherita, usa da più di mezzo secolo a vivere lo stesso pensiero della zia Nina, ad amare e a disprezzare insieme, sempre unite, sempre concordi, dovesse scattare sotto il racconto delle pretese sofferenze da me inflitte alla sua anima gemella e torna a lode di una innata rettitudine il contrasto, che ella doveva provare, posta così ad arbitra di un conflitto del quale le mancavano da una parte i dati di fatto e sull'altra pesava una giustificata ripugnanza a dubitare. Di tale esitazione io coglievo a volo diverse prove, prima fra tutte la sua diversità di contegno; una specie di inquietudine e di malessere in presenza della zia Nina e quando eravamo sole, una subita espansività, un largo respiro di catena ritolta, specie di oasi nella quale fiorivano i bei racconti, le memorie antiche. Anche in queste ore buone non mi permetteva, è vero, di farle un bacio, ma essendomi sfuggita una volta la storpiatura del suo nome (vezzo mio per tutte le persone che amo) sopportò sorridendo che la chiamassi Màrgula e sempre poi nei rari momenti, che dalla mia gioventù compressa balzava irresistibile un impeto d'affetto e: Màrgula, Margulina! gridavo, tentando di abbracciarla, ella, pur respingendomi, aveva negli occhi quella luccioletta luminosa che era il solo indice della sua commozione. Poco mi importava allora se, quasi parlando sè stessa, tentasse di mitigarne l'effetto con una delle sue bizzarre frasi dialettali: "La vola, la vola!...".


Arduo mi sarebbe dire se nel lungo corso degli anni e precisamente quando, erba novella che preme di sotto la terra per venire incontro al sole, le quindici primavere pulsano tumultuosamente nelle vene, la zia Margherita abbia volato o no. Certo non le mancavano le ali. Amò una volta sola un piccolo possidente dei dintorni di Brescia, un uomo di salda tempra antica, onesto e leale, che avrebbe fatto con lei un bellissimo paio; ma viveva in famiglia con genitori, sorelle, fratelli, nuore, nipoti e la prospettiva di dovere andare d'accordo con tanta gente le parve così oscura, che temporeggiando e rimandando, dal mese della semina a quello dei raccolti, da Natale a Pasqua, trovaronsi entrambi coi capelli grigi e si accontentarono di restare buoni amici. Vi fu anche un tempo in cui ebbe la velleità di farsi monaca; effimera vocazione che scomparve pur essa riflettendo come, dato il suo temperamento vulcanico, non potesse prendere su di sè garanzia che un bel giorno non le venisse in mente di dar fuoco al monastero.

Per conoscere bene le due zie, che tanta influenza ebbero sulla mia vita, è utile sapere in qual modo si svolse la loro stessa vita, non essendo l'esistenza umana il fungo che spunta solitario e nel posto in cui nasce sta, ma piuttosto una densa ramificazione di foresta dove una fronda abbraccia l'altra, dove nel mistero della terra le radici si incontrano attraverso spazi infiniti e la furia del vento trasporta i pollini che vanno a fecondare altre zolle, a far sorgere nuove foreste. Sui dubbi che trattennero la zia Margherita dall'andar sposa in una troppo numerosa famiglia influì probabilmente il ricordo della sua. Mio nonno viveva con un fratello; avevano case e fondi proprî e commerciavano insieme. Mio nonno mise al mondo sei figliuoli, suo fratello ventidue. Quando tutti erano riuniti a tavola i due padri sedevano ai due capi opposti, avendo ognuno a portata di mano una lunga e flessuosa verga di salice colla quale, attraverso la lunghezza della mensa, toccava quelli de' suoi ragazzi che mostravansi più irrequieti intanto che le rispettive madri badavano a scodellare. Di colei, che sarebbe stata la mia nonna, e che morì ancor giovane dopo il sesto figlio (come mia madre), zia Margherita non serbava che un ricordo: ella rivedeva curva sul suo letto, nelle lontane sere infantili, una dolce e grave figura di donna; era molto bianca in volto, coi capelli neri e portava un abito di panno bleu; rimboccati i lettini, la dolce figura sedeva presso l'ultimo nato e al pallido lume di una fiammella ad olio leggeva nel suo libro di preghiere a fermagli di argento finchè i bimbi fossero tutti addormentati. Zia Margherita non sapeva altro; non potè dirmi altro. Era appena passata la soave visione in quella casa dove l'esistenza dovette essere aspra di quotidiane realtà, passata colla tenuità di un sogno.

Di una visita fatta all'avolo suo la zia Margherita trovò ancora memoria. Viveva egli in un paese poco lontano e vi fu una volta che la maggiore delle sue nipotine (la zia Margherita appunto) gli fu condotta per rimanere alcuni giorni presso a lui; ma non era trascorsa un'ora, che ell'aveva già trovato modo di arrampicarsi sopra una pianta di fico, che sorgeva nel cortile, spezzando il più bel ramo e stracciando da cima a fondo la vesticciuola, per andare a finire nella vetrata di una finestra che mandò in mille frantumi. "E che cosa ti disse il nonno?" — chiesi io alla zia Margherita con una certa inquietudine. "Nulla a me. Chiamò il domestico e disse a lui col massimo sussiego: — Attacca il cavallo e riconduci questa ragazza a casa sua".

Mi mancano i dati per precisare quando mio nonno si separò dal fratello; il fatto avvenne forse in seguito alla crescente figliuolanza, forse per gli affari che incominciavano ad andar male. Fra le disgrazie che la zia Margherita raccontava, c'era la perdita di un mulino sul Po verso la riva parmigiana, dove tratto tratto tutta la famiglia soleva recarsi in barca propria a festeggiare i gnocchi della mugnaia e bere il vino bianco. Dovevano essere state assai gioconde queste imbarcazioni di giovani sul bel fiume dai tramonti dorati, perchè vivo ancora palpitava il rimpianto nell'anima della zia e quasi rancore contro il fiume bello e infido, che nelle sue furie terribili, rosicchiando le rive, aveva a poco poco inghiottito terra e mulino. Ma prima che in seguito a questa ed altre disgrazie avvenisse la divisione dei due fratelli la vecchia casa patriarcale ospitava un'altra di quelle figure di antenati, che la zia Margherita sapeva evocare in poche parole con un tocco solo di pittura impressionista o con una breve punta d'acquaforte, come l'episodio della visita da lei fatta a suo nonno, sì che mentre lei parlava io lo vedevo il vecchio rigido e freddo dinnanzi al triplice disastro dell'albero, della vetrata e della vesticciuola; lo vedevo e lo udivo scandere le parole della sentenza: "Attacca il cavallo e riconduci questa ragazza a casa sua".