L'altro ritratto di famiglia, dirò così, era la madre di mio nonno; carica d'anni la vecchierella non usciva più dalla sua camera a secondo piano, dove se ne stava seduta quasi sempre accanto al fuoco aspettando che i ragazzi venissero a trovarla; ne erano nati ventotto di ragazzi in quella casa e una mezza dozzina di piccoli c'era in ogni tempo. Questi entravano coll'impeto di un turbine, gareggiando a chi arrivava primo e la bisavola, per non far torto a nessuno, si prendeva fra i ginocchi tutte le loro manine una sopra l'altra riscaldandole nell'ampio grembiule, quel grembiule che scottava sempre e il giuoco, che faceva ridere i piccini, dava a lei un risveglio di orgoglio materno, quasi un fiorire di rose intorno alle piccole rughe del suo volto. A una data dell'anno l'avola lasciava il suo cantuccio accanto al camino e, mostrando una certa inquietudine, percorreva la camera a passettini corti e ineguali, sorretta dal bastoncello, piantandosi poi risolutamente dinanzi alla finestra, che si apriva sul cortile interno, come a sorprendere il passaggio di qualcuno: quando vedeva apparire o l'uno o l'altro de' suoi figli, che appunto quelli aspettava, raschiandosi in gola, picchiando nei vetri col bastoncello, se persistevano a non intendere, li obbligava a salire chiamandoli per nome. La vecchierella divisa dal mondo non dimenticava che, venendo sposa in quella casa aveva portato in dono uno spillatico sul quale i suoi figli erano obbligati a passarle una piccola rendita e tutti gli anni, alla scadenza, avveniva poco su poco giù il seguente dialogo.

— Che cosa volete mamma? — Ricordarvi i vostri obblighi. — Ma voi non avete bisogno di denaro. Che cosa vi manca qui? — Non state a cercare quello che mi manca, datemi quello che mi viene. — Voi mamma (tentavano di volgere la cosa in scherzo) spilli non ne portate più. — Ciò non vi riguarda, fate il vostro dovere. Narrandomi questi particolari la zia Margherita si inteneriva e nello stesso tempo era presa da una specie di orgoglio di famiglia, raddrizzandosi sulle spalle un po' curve, quasi per mostrare a sè stessa che nell'occasione saprebbe essere egualmente ferma e fiera.

In seguito a morti e divisioni mio nonno Stefano rimase solo coi suoi figli, dei quali Margherita era la maggiore, poi veniva mio padre, Giulia, Nina e credo ultimi i due maschietti morti presto. Mio padre si chiamava Fermo; non so quali studi avesse fatti nè dove, nè a quale età ottenne di poter andare a Roma per seguire i corsi di architettura alla Sapienza. Era ancora giovinetto quando, prendendo parte alle mascherate carnevalesche che allora usavansi molto a Casalmaggiore, non gli riusciva mai di conservare l'incognito in causa della sua alta statura. La scatola arabescata, dove le mie zie conservavano gli oggetti sommari della loro toeletta, rappresentavano il doloroso insuccesso che egli ebbe sotto le spoglie di un elegante figaro che tutte le Rosine della città riconobbero immediatamente, tanto che l'anno appresso volle escogitare un trucco di nuovo genere. Ripudiando i travestimenti di lusso, sotto le umili spoglie di un contadino, coperto il volto di una rozza maschera, spingendo una carrettella di mele, uscì fuori trionfante in piazza e forse il trionfo lo avrebbe accompagnato fino all'ultimo se i suoi fratellini correndogli dietro e gridando a squarciagola: "Fermo dammene una!" non lo avessero subito scoperto. Si vede che mio padre non era nato per portare maschera.

Mio nonno Stefano, dunque, essendo rimasto solo a governare negozi e figliuoli, pensò di riammogliarsi e il modo col quale vi si accinse è abbastanza bizzarro per essere ricordato. C'era nei dintorni una donna che viveva sola prestando qualche servizio qua e là. Non più giovane, di costumi austeri, senza pretese, gli parve la persona meglio adatta al suo scopo, poichè d'amore non era il caso di parlarne, e così aspettandola un mattino mentre usciva dalla messa la arrestò senz'altro sul sagrato e lasciando da parte inutili preamboli le disse "Teresa, volete venire in casa mia a far da madre ai miei figli?" Quella rispose: "Ci penserò signor Stefano, le darò la risposta domani". E fu tutto. La donna, che prese il posto della soave creatura vestita di panno bleu intenta a leggere nel suo libro di preghiere a fermagli d'argento, era una perfetta massaia, lavoratrice, economa, onesta fino allo scrupolo, tutta compresa de' suoi doveri, ma era ignorante, rozza, dura di modi, dalla virtù arcigna. Cambiando stato ella rimase un'ottima serva, ma le mancò totalmente la grazia della donna. Suo marito lo chiamava sempre "il padrone". Si comprende come nella mia famiglia, che già molto morbida non era, la ruvidezza della nuova venuta dovesse influire in senso peggiorativo. La zia Margherita col suo carattere ardente, colle sue simpatie democratiche, ammirava quella ruvidezza, che a lei sembrava forza e se, dopo tanti anni trascorsi, le accadeva qualche volta di chiamare suo fratello "il padrone" era ancora una prova dell'influenza esercitata dalla matrigna sul suo spirito così ben preparato a riceverla.


Una febbre di quelle che chiamavano perniciose condusse mio nonno al sepolcro in pochi giorni; la seconda moglie era morta anch'essa e morta la figliola che si chiamava Giulia. La famiglia così numerosa non esisteva più, si era sciolta; venduta anche la casa, le due superstiti, Margherita e Nina, si ritirarono in un'altra casa di loro proprietà dove si iniziò quella che fu, per una trentina d'anni, la loro rimpianta vita di pace assoluta e di semplice libertà. A questo punto i miei ricordi tornano ad essere personali. Io la conosco la via fatta ad arco, larga e deserta come quasi tutte le vie di Casalmaggiore, chiazzata qua e là da qualche filo d'erba, coi marciapiedi di mattonelle rosse; vedo il gruppo isolato di abitazioni intorno all'albergo della Croce Verde che forma in certo qual modo la corda dell'arco, vedo le case allineate in giro a semicerchio: la seconda a destra venendo dalla piazza era quella delle mie zie. La zia Nina, che aveva la passione contemplativa dei fiori, era riuscita a trasformare il cortile in un vero giardino; i trecento e più vasi che formavano l'aiuola centrale, curati ad uno ad uno con tenerezze materne, offrivano un aspetto dei più variati; tutte le gradazioni dei garofani, dei gerani, delle verbene e le rose muschiate, e le ortiche americane dal profumo delicato, e quello acuto del geranio d'Africa, e quello misterioso e inebbriante del geranio notturno che odora solamente di notte, e la selva imbalsamata della cedrina, che a Casalmaggiore chiamano erba Luigia in memoria della Duchessa di Parma Maria Luigia, e tutta la innumerevole famiglia dei fiori che si coltivano in provincia, lungo gli anditi soleggiati dove all'ombra di una tenda le donne compiono i loro bei lavori di pazienza, intanto che il gatto sonnecchia sdraiato con pieno abbandono sul lembo della loro gonna e poco lungi nel piccolo chiuso cocoreggiano le galline.

Vita di libertà, vita di pace conducevano le due sorelle; la dimora era modesta, ma perfettamente intonata ai loro bisogni; un salottino a pian terreno, colle finestre basse verso strada così compiacenti al saluto, al breve colloquio: una cucina, sul cui muro esterno rameggiavano le fronde annose di un susino facendo ondeggiare nel vano della finestra come lampadine d'oro sospese i magnifici frutti gialli che si arrampicavano fino al terrazzo sovrastante. Le camere superiori non erano nè così numerose nè così ricche di guardarobe come quelle della mia nonna di Caravaggio, poichè in casa delle due zitelle nè alloggiavano vescovi, nè banchettavano canonici. Eranvi tuttavia bei cassettoni panciuti con riporti di metallo e qualcuna di quelle deliziose placche settecentesche dove, innanzi ad uno specchietto che forma il fondo si accendeva nelle occasioni solenni una candela che, riflettendosi moltiplicata nello specchio, doveva rappresentare il lusso di una luminaria. Regine nel loro piccolo regno esse avevano, come tutti i proprietari di quelle terre ubertose, la festa annuale della vendemmia alla quale non mancavano di assistere in mezzo ai loro contadini e la soddisfazione di riempire con vino proprio la cantina e di colmare la legnaia di ceppi tagliati dai propri alberi. Tutto in misura modesta, ma tutto così facile, così sicuro in un seguito armonico di tradizioni e di misure che, pur non essendo ricche fruivano del principale dono della ricchezza, che è l'indipendenza e di quell'altro pur dolce privilegio di potere, qualche volta, aiutare il nostro simile nella miseria.

Una specie di solaio coronava la casetta delle mie zie o, piuttosto che solaio, due piccole camere basse di soffitto che ne facevano le veci. Lassù, fra diversi oggetti fuori d'uso, la mia fantasia fu colpita da un busto femminile di grandezza naturale, non ricordo se di legno, come quelli che usavano un tempo le modiste per allestire le cuffie, o di terraglia, quali si trovano forse ancora in certi vecchi giardini, ma così ben dipinto, guancie rosee ed occhi lucenti, da giustificare l'ammirazione di una fanciulla un po' fantastica; quel busto aveva anche un nome, si chiamava la signora Tintimillia; non le mancavano altro che le gambe e la parola. Chi fosse, d'onde venisse, nessuno non ne sapeva nulla, ma per me fu oggetto di gran fantasticare, molto più che la signora Tintimillia non era sola lassù. Dal rettangolo di una cornice bucherellata dal tarlo, proprio dirimpetto a lei, sporgeva la testa di un frate. Le mie zie dicevano che era il ritratto di un nostro antenato; quanto al sapere per quale intreccio di eventi lui e la signora Tintimillia si trovassero riuniti nell'esilio, la mia curiosità rimase insoddisfatta, ma ai piaceri della fantasia non occorre la verità, basta il sogno. Io almeno me ne accontentai.

In fondo al semicerchio della via, sull'angolo di un viottolo che si perde fra giardini e verzieri, c'era la casa dove abitavano i migliori amici delle mie zie, una amicizia di tre generazioni, una di quelle rare amicizie su cui è dolce riposare il cuore. Non dimenticherò l'augusto Collella, altro abitante della contrada, oggetto di stupefazione per me quando lo vedevo alzare dai trucioli la sua testa da imperatore romano per rimaneggiare la politica del governo, che, secondo lui, andava male, ed appoggiandosi sulla pialla come avrebbe fatto sopra una clava, giudicare di Cavour, del ministero, dei trattati, quasi fossero legno di noce o di ciliegio. Trinciava giudizi anche sull'arte drammatica. Aveva conosciuto la Ristori: «Già, è stata qui colla compagnia de' suoi genitori, contava tre o quattro anni, l'ho presa in braccio tante volte, le ho date anche le chisseüle». In seguito a tali confidenze si gonfiava, faceva la ruota, convinto di avere stabilito il suo diritto a parlare d'arte. Questo curioso personaggio, in aggiunta a' suoi meriti, custodiva tre scorpioni in un'ampolla d'olio per medicare ogni genere di tagli e di ferite. La moglie di Collella, un bel donnone fresco e sorridente che metteva allegria solamente a vederla, era una delle persone che passando sotto le finestre basse del salottino delle mie zie non mancava, da buona vicina, di fermarsi ad augurar loro o il buon dì o la buona sera, e avvenne che una sera, per l'appunto passando in fretta, soggiungesse: «Non mi indugio perchè vedo forestieri in casa». Le zie che sapevano di non avere nessuno fecero le meraviglie; ma l'altra assicurò di aver visto stando sul marciapiedi un uomo nella loro camera la quale, pur essendo al piano superiore, era molto bassa sulla strada e soggiunse spaventata: «Allora è un ladro! — Un ladro! — esclamò la zia Margherita e, come le avessero detto che era fuggito il merlo, salì la scala a due gradini alla volta mormorando: — Vado io a prenderlo per lo stomaco». Il bellicoso ardore della zia Margherita non ebbe tempo di tradursi in atto, perchè il ladro, sentendosi scoperto, aveva spiccato un abile salto dalla finestra e già fuggiva lontano lasciando dinanzi alla porta il suo berretto.

L'episodio del ladro fu il solo, io credo, di un certo rilievo che rompesse la placida esistenza delle due sorelle, quantunque mi sia rimasta l'impressione che la zia Margherita per suo conto l'avrebbe voluta più movimentata. Placida e serena esistenza, tutta composta di piccoli movimenti regolari scelti da loro stesse con un perfetto accordo, ostacolati da nessun impegno, da nessuna catena; la semina dei fiori in primavera e lo scambio di sementi colle amiche procurava loro i dolci ozi nel cortile giardinato sotto i raggi tiepidi del sole d'aprile, radrizzando steli, spiando attente il gonfiarsi dei boccioli, sollevando gli occhi al susino di sant'Anna, il quale andava coprendosi di gemme in attesa dei bei frutti d'oro, che sarebbero maturati in luglio sotto la protezione della gran Santa. Il non avere in casa nè uomini nè ragazzi permetteva loro di conservare quell'ordine e quella regolarità dei quali le donne sole hanno il privilegio; ma la loro solitudine non era egoismo, perchè il fratello stabilito a Milano era sempre presente al loro pensiero e non maturavano nell'oblio le susine di sant'Anna, che tutti gli anni un bel paniere ricolmo viaggiava verso la capitale, sì che io, prima ancora di conoscere le zie, conobbi le loro susine. E le belle passeggiate lungo il Po non le avranno mai rimpiante? La grande inondazione, per la quale si dovettero demolire tutte le case che fiancheggiavano la riva ne cambiò totalmente l'aspetto; anche il ponte costrutto per la ferrovia tolse vaghezza e maestà al corso delle acque; ma al tempo delle mie zie una passeggiata sull'argine era quanto di meglio Casalmaggiore potesse offrire. In qualunque giorno, a qualsiasi ora (chi le poteva trattenere dal momento che esse erano libere come l'aria?) «Il tempo è bello, andiamo a fare quattro passi sull'argine? — Ma sì, andiamo. — Tolgo dall'armadio l'abito di seta cangiante o quello à jardin? — Come vuoi. — No, di' tu. — Il cangiante? Benissimo». Vestivano sempre allo stesso modo: due abiti, due mantiglie, due cappelli identici annunciavano a chi non lo sapesse il pieno accordo delle loro volontà. Più ancora che la passeggiata sull'argine era cara al loro cuore la passeggiata della Fontana. Si chiama della Fontana un modesto Santuario che sorge in mezzo ai campi a tre chilometri circa fuori della città. Le mie zie non erano mistiche, ma una dolcezza religiosa si impossessava di loro mettendo il piede sul lungo viale deserto dove stormivano i pioppi, alti verso il cielo, in forma di candelabri e con una gioia di anime semplici si stringevano al petto l'offerta alla Madonna che esse avevano preparata: una tovaglietta di altare o un festone di teletta celeste e argento per ornare la cappella nel mese di Maria. Conoscevano il prete officiante di quella chiesuola ed erano in buoni rapporti colla Perpetua per cui, dopo una visita alla cripta dove si conserva la fontana miracolosa, entravano nell'orto del curato pieno di verde e di frescura colle mente e le maggiorane a ciuffi rigogliosi miste alle ortensie dalle tinte di madreperla e la Perpetua si piegava a cogliere i fiori intanto che si scambiavano ricette di botanica e ricette di cucina. Don Michele, il buon prete, non sdegnava di aggiungere i suoi consigli. Il tempo scorreva così inavvertito, poichè nessuno aveva fretta e che fosse trascorsa un'ora o due o tre, il cielo, l'aria, le piante non avevano mutato; nè scemava la serenità delle due sorelle, che rientravano nella loro casetta colle mani colme di fiori, coll'orlo della gonna impregnato dei profumi delle erbe.