Parte Terza

Temo che l'insufficienza della mia penna non mi abbia concesso di esprimere, come io la sento, la dolcezza della vita di provincia, quando non sia intorbidita dal pettegolezzo o resa manchevole per speciali aspirazioni dell'intelletto; l'uno e le altre non applicabili alle mie zie perchè, se la loro condizione apparteneva a quell'aurea mediocrità lodata dal saggio, non era tal ventura da suscitare l'invidia, cagione principale di discordia; non era nemmeno il caso di pettegolezzi galanti. Esse dunque avevano tratto dalla loro vita ogni possibile bene e potevano legittimamente pensare che avrebbero continuato fino all'ultimo. Il mio desiderio di far conoscere quanto fossero libere e felici è per far risaltare in tutta la sua grandezza il sacrificio d'amor fraterno, da esse compiuto, abbandonando casa, abitudini, relazioni, indipendenza assoluta, per venire a rinchiudersi fra i muri di una città ignota, dove non conoscevano nessuno, dove ogni volto incontrato per via era straniero e solo le cure affannose della famiglia riempivano i giorni altre volte così lieti del dolce passato. Il disastro finanziario del nonno di Caravaggio, che aveva inghiottita la dote di mia madre, contribuì a rendere più difficile il reggimento domestico gravato di tre figliuoli, per cui le generose donne, che se ne erano assunto il carico, dovettero sentirne per le prime il disagio e più cocente il rimpianto della perduta pace.

A consolarle un poco del brusco distacco, mio padre promise loro che saremmo andati tutti gli anni un paio di mesi a Casalmaggiore. Era allora un viaggio di non poca importanza. Si partiva alle dieci di sera colla diligenza Franchetti che stazionava in via Monte Napoleone; ricordo ancora l'impazienza mia e dei miei fratelli nell'attesa dell'ultima ora. Seduti tutti intorno alla sala da pranzo, al lume oscillante di una candela, colle braccia incrociate sul nostro rispettivo bagaglio, il tempo ci sembrava eterno. Il silenzio era un abitudine della nostra famiglia, che solo il mio minore fratellino si permetteva di rompere saltellando intorno alla zia Nina; ma in quella circostanza speciale arrischiavo anch'io di chiedere di tanto in tanto. — Sono suonate le nove? — Il gran momento giungeva alfine ed era allora come un accavallarsi di onde, urtandosi l'un l'altro, a chi faceva più presto, nel puerile timore di non arrivare in tempo. L'assicurazione di papà che i posti erano già presi e che la diligenza non sarebbe partita senza di noi riconduceva la calma. L'illuminazione di Milano non era mezzo secolo addietro così brillante come oggi e quando si giungeva dinanzi all'agenzia Franchetti la massa nera della diligenza ferma ad aspettarci non lasciava scorgere altro. Questa diligenza era composta qualche volta di due scompartimenti, ma più spesso di tre: il coupè a due posti, il centro a sei e la rotonda dietro, alla grazia di Dio. Era tanta la fretta di occupare il nostro posto che non si badava ad altro; ombre indistinte facevano come noi; entravano, prendevano possesso del loro cantuccio e scomparivano nelle tenebre; i cavalli scalpitavano, il mozzo di stalla con una lanterna in mano dava l'ultima occhiata alle ruote, il postiglione schioccava la frusta e via! Traballando la grossa mole attraversava la città, ma il bello veniva dopo, in aperta campagna, quando la diligenza inoltrava per vie maestre completamente buie colla sola guida dei due fanali, che gettavano fra le ruote un scialbo raggio giallastro.

Durava ancora il ricordo degli assalti briganteschi alla diligenza e la zia Margherita, che non conosceva paura, dilungavasi volontieri a narrare le gesta del celebre Strigelli, intorno al quale aleggiava una romantica leggenda di amore infelice propria a concigliargli la benevolenza del sesso gentile; si diceva anche che egli spingesse la cortesia fino a munirsi nelle sue aggressioni di acqua di Colonia, per soccorrere le signore che si fossero spaventate. Siccome però non tutti i briganti somigliavano a Strigelli e fosche storie correvano di non lontani assalti alla diligenza stessa in cui eravamo, non potevo impedire alla mia immaginazione di pensarci, e per un gruppo d'alberi, per un rialzo improvviso di terreno, trasalire quasi vi fosse nascosto un agguato. E lunga una notte intera trascorsa in un cassone buio insieme a compagni di viaggio dei quali non si è ancor vista la faccia. Si tentava di indovinare qualche cosa in un gesto, in una parola; qualcuno buttato in un angolo come un fagotto non si muoveva durante tutto il tragitto; qualche altro russava. C'erano invariabilmente delle donne che soffrivano per dover stare col dorso contro i cavalli: a una di queste una volta un soldato offerse una presa di tabacco. A tratti regolari la diligenza si fermava per il cambio; usciva allora da una osteria un mozzo mezzo assonnato traendosi dietro i cavalli freschi; due o tre viaggiatori scendevano, gli altri stendevano le gambe con un largo respiro di sollievo cacciando la testa fuori dello sportello. Si scambiavano alcune parole: — Dove siamo arrivati? Manca molto? Che ore sono? — Intanto le bestie staccate dalla diligenza passavano a testa bassa, col dorso che fumava, avviandosi alla stalla. Il cassone nero traballando riprendeva la sua corsa nella notte. Quando finalmente l'alba imbiancava l'orizzonte si sapeva di essere ancora lontani dalla meta, ma uscendo dalle tenebre ci sembrava di rivivere. Borghi e paeselli si disegnavano nitidi nel chiarore del sole nascente, si riconoscevano i luoghi, si salutavano con una tenerezza di vecchi amici. A mezzogiorno apparivano le torri e le cupole di Casalmaggiore; battevano i cuori, battevano i piedi impazienti; il postiglione impettito nella sua divisa a mostre rosse e bottoni dorati schioccava la frusta ornata di peli di tasso e imboccando la cornetta — te re tè, te re tè, teretè — con una svolta più sapiente ancora di quella del vecchio Nicola faceva la sua entrata trionfale nell'albergo della Croce Verde a due passi da casa nostra.


Uno o due anni, non più, Casalmaggiore fu la nostra villeggiatura; ma nella prova del tempo gli inconvenienti della lontananza si mostravano sempre più gravi; spesa di viaggio per sei persone, la casa per una decina di mesi abbandonata, l'impossibilità di sorvegliare quel po' di terreno che si aveva, queste e forse altre riflessioni persuasero mio padre della necessità di vendere e tutto fu venduto; i vigneti testimoni di tante allegre vendemmie, la casa con tutti i suoi fiori, coi panciuti cassettoni a riporti di metallo, colle placche civettuole ancora nei loro platonici amori fra lo specchietto arrugginito e il candelabro spento. Tutto; anche il susino di S. Anna, anche le belle incisioni della camera da letto, rappresentanti le scene pietose della rivoluzione francese e quella povera regina che scontò in un modo così atroce le leggerezze di una società intera. Il dolore, che deve essere costato alle mie zie la generosa rinuncia, è segno di una magnanimità che, vieppiù distanziandosi nel tempo, mi appare in tutta la sua grandezza. La zia Nina anche in tale eccezionale circostanza non uscì da quella sua attitudine apparentemente passiva che non la metteva mai sul primo piano dell'azione, che è in fondo l'istintiva prudenza dei deboli; anche la zia Margherita, forse per non far pesare su altri il sacrificio, tentava di mostrarsi rassegnata, ma io la udii nel colmo della notte la sua voce piena di schianto urlare colla bocca sotto le coltri: "Non ho più nulla! Non ho più nulla!..." Cara ed eroica donna, che cosa erano le sue asprezze, le sue collere, i suoi lampi d'ira, se non l'ombra della gran luce del suo cuore?

Più piccolo cuore, senza dubbio, era al confronto quello della zia Nina, ma se io, sua vittima appena adolescente, avessi dovuto giudicarla solo dal male che mi fece mi sarei grossolanamente ingannata. Io non la giudicai allora, soffersi in stupore e in silenzio una avversione che non comprendevo. Ora che la scienza della vita mi ha insegnato a leggere nei cuori, compiango ancora la fanciulla che, per una fatale deviazione del sentimento, nella persona che doveva proteggerla ebbe conturbati gli anni primi e sacri della giovinezza, ma compiango anche colei che il mancato destino aveva trasformata da creatura d'amore in creatura d'odio. La verità che io imparai è questa. Ella era nata per l'amore; non l'amore fantastico, nè l'amore passionale, i quali esigono doti di intelligenza che mancavano a lei, ma l'amore semplice, l'amore per l'amore. Ho pensato qualche volta come la sua indole passiva e silenziosa si sarebbe accomodata alle abitudini della donna orientale, alle lunghe soste su un morbido divano, seguendo con gli occhi le spire dei profumi accesi nei braceri d'argento, immobile, senza alcun pensiero tranne quello dell'arrivo del suo signore. È però quasi certo che la zia Nina non spinse mai la sua immaginazione così lontano e i suoi sogni d'avvenire non oltrepassarono il benessere materiale di una comoda casa e di un buon marito. Tale modesta felicità non le fu concessa; la sognò sempre, la sognò fino ai limiti della vecchiaia e il sogno aveva un nome. Si era innamorata di un giovane senza professione e senza beni di fortuna il quale, lasciandole credere che l'avrebbe sposata quando gli si fosse aperta una carriera, aveva calcolato bene su quel suo temperamento remissivo, molle, che non parlava, che non faceva strepito. Ma la vana attesa di tutta la vita, lavorando inconsapevole dentro di lei, accumulava acredine, invidia, spasimo di sensi insoddisfatti, di amor proprio ferito e un sedimento di veleni si era fatto strada nel suo cuore aspettando una occasione per traboccare. L'occasione sono stata io.

Un semplicismo troppo elementare vorrebbe dividere gli uomini in due distinte categorie, i buoni e i cattivi; ma non vi è nulla di assoluto là dove il movimento è continuo e la trasformazione legge di natura. La zia Nina era buonissima, buona con tutti, pronta sempre a rendere servizio. Bastava guardarla, quando accarezzava il mio minore fratello e si scambiavano tra loro a bassa voce paroline e baci, per riconoscere la donna nel suo istinto primitivo di amante e di madre, l'Eva dal gesto morbido e consenziente, dal grembo fecondo. Se ella avesse potuto compiere la sua missione il veleno corruttore non l'avrebbe neppure intaccata. È con profonda soddisfazione che posso affermare: ella era buona. Durante gli anni del mio martirio i suoi atti, le sue parole, i suoi torbidi silenzi cadevano sull'obbiettivo della mia mente non in modo diverso dei paesaggi che il viaggiatore accumula sugli obbiettivi della sua kodak ma che sviluppa più tardi. La mia mente, inesperta allora, accoglieva ciò che solo gli acidi e i reattivi dell'esperienza mi hanno permesso di classificare secondo il loro valore. Il mio orecchio udì l'orrenda confessione: — Non la posso soffrire, la odio. — Ma è tutta l'anima mia maturata dal dolore, che mi fa ricordare lo schianto della sua voce nel pronunciare quelle parole. Era la voce compressa di una grande sofferenza.

Può a tutta prima non sembrare molto visibile il nesso tra la sua vita mancata e l'odio per la mia che sorgeva; gli è che questa fanciulla, sorta improvvisamente al suo fianco, nel momento in cui forse stava per dimenticare, le rimetteva davanti tutte le sue aspirazioni, i suoi spasimi, i suoi disinganni. Credendo di odiarmi si ingannava; odiava confusamente in me la forma derisoria del suo destino, la rivale, l'usurpatrice giovane, del bene che le era sfuggito. La mia presenza le sembrava una sfida, la mia supposta felicità un insulto. Se non poteva più toccare i miei capelli, se non voleva più uscire con me al suo fianco, era perchè la sua carne martoriata provava al mio contatto una ripugnanza che doveva farla soffrire nelle sue fibre più profonde. Povera donna! Vorrei ella sapesse ora, che mai in nessun momento io le ho voluto male e sono così fiera e sono così felice di aver preso il suo odio sulle mie braccia portandolo in alto alla luce della verità che gli ha reso il suo vero nome: dolore.