È in queste lontane impressioni che si deve cercare l'origine delle molte pagine da me scritte in favore della donna che ha fallita la sua missione. Certo il caso della mia zia non è dei più comuni, ma come fondamento della tesi è tipico e il fatto di averlo potuto esaminare in tutte le sue forme e gradazioni prima, di averlo vagliato poi attraverso anni ed anni di esperienze, mi dà la piena sicurezza del mio asserto. Sarebbe giudizio grossolano il credere che dal solo atto materiale di unirsi ad un uomo dipenda la felicità della donna; essa dipende da una logica concatenazione di cose, ma è pur vero che il desiderio del fiore implica la ricerca della semente. Questioni così delicate vengono purtroppo manomesse da persone superficiali e guaste di spirito che non sarebbero degne neppure di avvicinarvisi; sono costoro che gettano una volgare ombra di ridicolo su ciò che avvi in natura di più santo, di più vicino a Dio. Io dirò ora una cosa che potrà scandalizzare qualche coscienza austera; prego di rammentare l'ammonimento di S. Paolo: La lettera uccide e lo spirito vivifica. Dunque dico che piacere è l'istinto più importante che il fattore dell'universo ha messo nella donna. Non importa se lungo la corruzione dei secoli e dei costumi deviò dallo scopo fino a sopprimere lo scopo stesso; esso è la voce del Creatore che affida con questo mezzo alla donna l'alto dovere di imporre all'uomo la continuazione della specie, al quale il suo egoismo lo sottrarrebbe immancabilmente se non vi fosse l'esca di un diletto. La più frivola delle donne, che si illude di infiocchettarsi e di civettare per seguire la propria vanità, ubbidisce senza saperlo a questa legge suprema; ma la donna che sente nobilmente di sè, che è pronta a tutti i doveri del suo sesso, ne esige pure i diritti e vuole amare e vuole essere amata, perchè le sue labbra non devono chiudersi per sempre senza aver conosciuto il bacio dell'uomo, nè il suo grembo isterilirsi prima di avere comunicato i misteri del suo essere alle generazioni future. Nessuna vera donna sottoscrive a questa rinuncia senza soffrire; talvolta la sofferenza è spasimo e disperazione, tal'altra è profonda mestizia o rassegnazione malinconica od anche fierezza di silenzio, o vertigine di oblio; ma qualunque sia il velo pudico che cela la sofferenza, guardatele bene queste vergini canute e, salvo rare eccezioni, sollevando un lembo di quel velo, troverete la lagrima, congelata fra ruga e ruga.
Alle eccezioni apparteneva forse la zia Margherita. Temperamento virile, abbiamo visto con quanta risolutezza si era opposta al matrimonio con un uomo che pure amava, evidentemente perchè in lei era scarso l'istinto del sesso e il bisogno sentimentale. Mente agile ed arguta, procliva alla critica, all'ironia, al sarcasmo (diceva di leggere volontieri il Fanfulla — il Fanfulla delle prime battaglie — perchè era sarcastico) tutta scatti e violenza, come avrebbero potuto trovar posto in lei i divini abbandoni dell'amore? Non riesco nemmeno a immaginare un tenero bambino sulle braccia della zia Margherita senza tremare per la sua sicurezza. I fautori estremi del femminismo, che vorrebbero emancipare la donna dalla casa, dal marito e dai figli spingendola sulla via delle conquiste maschili col sofistico pretesto che non tutte possono avere una casa, un marito e dei figli, dimenticano che la felicità non si trova che nel pieno esercizio delle proprie attitudini. Le iniezioni di mascolinità, che essi vogliono fare alla donna, se potranno offrire qualche frutto sporadico alle poche eccezioni che sono in grado di profittarne, ben maggior danno recherebbero alla donna e alla società portando il turbamento in migliaia e milioni di animuccie le quali si persuadono facilmente di innalzarsi meglio a sgonnellare negli Uffici pubblici, anzichè raccogliersi vigili e silenziose sopra una culla. Madamigella della Ramée, nota per diversi racconti pubblicati sotto il pseudonimo di Ouida, chiese un giorno a un giovinotto, che le si protestava ardente ammiratore, se la ammirava come scrittrice o come donna. — Oh! come scrittrice! — disse lui convinto di farle la più gradita delle lodi. — Quanto avrei preferito — esclamò lei — essere ammirata come donna! — Sono perfettamente del parere di madamigella della Ramée. E per mio conto soggiungo che se, nella ipotesi di un rinnovamento di vita, mi si promettesse la maggior gloria letteraria in cambio dell'amore, rinuncerei subito, essendo donna, al lauro di Dante, ma non a un sospiro di Beatrice.
Incominciando a scrivere questi ricordi della mia giovinezza ero molto preoccupata dalla necessità di dire quanto le mie zie fraterne l'abbiano resa triste e quanto al confronto dei nonni e delle zie materne, tutti così buoni con me. Ma accanto a questa necessità di fatto si ergeva pure dalla mia coscienza il dovere imprescindibile di difenderle contro i fatti stessi; esempio singolare di una verità non da tutti riconosciuta, quelle mie zie, che per cuore e per amore di famiglia non erano inferiori a nessuno, riuscirono a rendermi infelice perchè, se il male fosse un esclusivo prodotto di coloro che deliberatamente lo vogliono fare, assai meno ve ne sarebbe al mondo, ed infinito invece è il male che si fa senza saperlo, senza volerlo. Se ognuno di noi si esaminasse a fondo troverebbe una quantità di circostanze che lo indussero a fare questo male involontario, molte volte credendo di far bene. Nel caso delle mie zie, la poca conoscenza della vita e la nessuna attitudine educatrice non le rendeva adatte certamente al difficile impegno che era loro caduto sulle spalle, quando, già vecchie, avevano da tempo inquadrata la loro esistenza in forme e modi che non si potevano spezzare impunemente. Lasciate nella loro casetta, con le loro abitudini, le loro amicizie e la santa libertà di due esseri che vanno perfettamente d'accordo, nessun lievito avrebbe fermentato nei cuori che non indietreggiarono davanti al sacrificio. Le forze non furono pari allo slancio, ma il naufrago, che è stato salvato dal maggior pericolo, farà colpa al salvatore di avergli lasciato qualche unghiata sulla pelle?
Io ero una fanciulla un po' diversa dalle altre, bisogna dirlo; diversa nelle qualità, diversa nei difetti. A parte le ragioni di antipatia che poteva avere per me la zia Nina, mancavami affatto quella festevole leggerezza della gioventù che si fa perdonare tutto. Quando penso che io non ridevo mai, che anche nei divertimenti la serietà non mi abbandonava; seria e timida e tutta rivolta dentro di me a cercare la ragione di ogni cosa, devo convenire di essere stata una adolescente, priva delle seduzioni naturali di quell'età. Non ero nè graziosa, nè spiritosa, nè amabile; in una parola non davo ciò che normalmente si poteva pretendere da me. Se la mia estrema sensibilità avesse avuto pascolo di carezze e di buone parole come hanno quasi tutte le fanciulle, anche la grande timidezza che mi paralizzava si sarebbe sciolta; ma tra l'ironia della zia Margherita e l'odio della zia Nina, senza altri parenti vicini, senza sorelle, senza amiche, conducendo una vita rinchiusa, in un ambiente contrario a tutte le mie aspirazioni non ancora sviluppate, ma latenti in tutto il mio essere, che mai potevo fare se non rinchiudermi in me stessa, asilo sempre pronto ad accogliermi? Questa mia solitudine spirituale, questa astrazione da fatti e detti e persone che non mi interessavano venne chiamata a volte aristocrazia, a volte egoismo. È singolare la deviazione di significato che queste due parole assumono nelle menti incolte. Io non so perchè si debba chiamare egoista la persona che vive delle proprie risorse e non quella che povera d'animo e di intelletto va mendicando con graziette e sorrisi l'alimento che non trova in sè. Questo santo, sacro, divino egoismo è l'economia di forze che il poeta, il pensatore, il veggente tengono in serbo per l'opera loro, ben più proficua agli uomini che non la vana dispersione di sorrisi e di grazie fatta da coloro che hanno la testa vuota e il cuore freddo. Non discuto qui dell'ingegno; molti sono i chiamati che non potranno sedere fra gli eletti; ma è certo che quando una vocazione si presenta imperiosa allo spirito, il dovere è di staccarsi dalla strada maestra nella quale si cammina in drappelli, per inoltrare, sia pure povero e nudo e solo, sul sentiero dove la voce misteriosa chiama. Io non sapevo ancora che cosa avrei fatto e dove volevo andare, ma un contrasto inesplicabile fra me e gli altri si accentuava ogni giorno più profondo; mi sentivo isolata, separata, con una sensazione di imbarazzo e di fuori posto che doveva rendermi abbastanza goffa. Era questo che chiamavano la mia aristocrazia?
Un rettangolo di carta lungo sette centimetri che bacio e ribacio con accorata tenerezza è il biglietto da visita di mio padre: Arch. Fermo Zuccari. Egli era anche consigliere e assessore comunale e socio onorario della Accademia di Brera. Nella semplicità di questo biglietto, in cui nemmeno la sua professione era scritta per intero, ritrovo tutta la sua semplice e modesta vita; eppure è con un sentimento di ammirazione che mi fa tremare la mano che mi accingo a parlare di lui, a condurre la sua nobile personalità sulla scena di piccoli avvenimenti e di piccole persone fra le quali sono cresciuta. Nell'articolo di quella mia amica trentina che io venni a conoscere qualche anno dopo che fu stampato, ritrovo con gioia le parole che a proposito di mio padre scrivevo in una lettera privata; esse sono là a testimoniare della sincerità della mia ammirazione. Tuttavia in quegli anni di nebbia per il mio intelletto e di sovrumana tristezza, ricevevo di lui, come ricevevo dalle mie zie, il solo obbiettivo fotografico. Esse mi facevano soffrire, lui no. Dolce, malinconico, distinto in ogni suo gesto, sobrio di parole, io lo veneravo, ma lo sentivo lontano. Sulla mia timidezza agiva anche la sua superiorità. Ne avevo un grande rispetto, alimentato dall'opinione e dal rispetto che ne avevano tutti quelli che lo avvicinavano; ma l'ottuso bacherozzolo, che io ero sempre, non lo conosceva ancora. Furono tutti gli uomini incontrati lungo i sentieri della vita che mi rivelarono veramente chi fosse mio padre, il suo valore morale, la purezza de' suoi sentimenti, la tempra adamantina della sua coscienza. Non è che manchino uomini di incorrotta moralità, sentimenti puri e coscienze oneste; quello che non ho trovato più dopo mio padre (o in numero di sola eccezione) è l'uomo intero, l'armonia assoluta fra ingegno e costumi, in una parola l'esemplare. Io vidi, e ancora il cuore ne soffre, talenti insigni guasti dalla vanità, dall'invidia o dalla sete dell'oro o dalla tabe del vizio; vidi in anime gentili incredibili leggerezze; in promettenti intelligenze assenza di ideali; e sempre e dovunque nei curatori delle vergini anime infantili, padri e maestri, l'insufficenza di ogni criterio educativo soffocato nella volgarità, nel materialismo, nel non saper dominare le proprie passioni.
Mio padre era un silenzioso, ma nelle poche parole che profferiva non perdeva mai di vista i figliuoli che udivano, per cui posso dire che la nostra educazione morale, mia e dei miei fratelli, venne fatta non a mezzo di prediche, ma con pochi assiomi saldamente imperniati sull'esempio. È appunto questo esempio, non mai in difetto, che lo solleva al di sopra della folla e tanto alto nel mio cuore. Le vere qualità di un uomo meglio che in pubblico si giudicano fra le pareti domestiche. Quanti appaiono educati in società che in famiglia si abbandonano ai loro istinti volgari! Le conosciamo tutti, io credo, le famiglie danarose che, fra le eleganti suppellettili dei loro appartamenti, si abbandonano a discorsi da trivio e dinanzi ai figliuoli, che hanno già la loro fortuna assicurata, non sanno parlar d'altro che del modo di accumulare ricchezze e tengono in gran conto A. perchè ha molti soldi e disprezzano B. che è povero. Ah! vivaddio, noi non eravamo ricchi, ma di denari non si parlava mai e quelle celie di cattivo gusto e quei bassi intercalari di gente che porta addosso un patrimonio in brillanti non varcarono mai la soglia di casa nostra. E questo non solo per la innata signorilità di mio padre; anche le sue sorelle erano provinciali, erano ignoranti, ma volgari no; neppure la zia Margherita nei suoi impeti di collera; e non lo erano i miei fratelli, eredi delle migliori qualità del nostro genitore.
Potrebbe per avventura chiedere qualcuno de' miei lettori come mai un uomo simile non avesse influito meglio sulla felicità dei miei giovani anni. Qui si dimostra l'alta missione della donna in famiglia, che solo i miopi di intelletto credono esaurita nello sferruzzare calze e quindi inutile agli evoluti tempi moderni, mentre essa è di tale ed elevata importanza che il migliore degli uomini, ove ella fosse da meno al compito, non potrebbe surrogarla. Ne fanno fede nella cronaca giudiziaria di tutti i giorni il fatto delle matrigne che seviziano i figliastri senza che il padre se ne accorga o sia in grado di porvi rimedio, mentre assai raramente o quasi mai ciò avviene per colpa dei patrigni. Egli è che i figliuoli e specialmente le ragazze stanno colla madre, non col padre; nella casa la vera padrona è la donna. La donna saggia — dice la Bibbia — edifica la propria casa, la stolta la distrugge. E dell'uomo non si parla. Solo il matrimonio ideale, che fonde due anime in una, può dare il risultato di una volontà unica. Chi può dire che cosa sarebbe stato di me se mia madre non fosse morta? Nella condizione dolorosa in cui tutti noi fummo posti per tale perdita, mancava l'elemento primo della felicità, che è l'intesa perfetta. Ognuno di noi faceva soffrire gli altri senza volerlo, ed a sua volta soffriva, ma le zie erano due, i miei fratelli due; mio padre ed io soli alle due estremità della vita.
Non mi sarei accinta a questo esame retrospettivo delle cause che, più o meno, influirono sullo sviluppo della mia mentalità, se non vi avessi scorto una situazione psicologica meritevole di studio, non per quanto riflette la mia piccola persona, ma per gli anelli che la congiungono a problemi di generale interesse. È questa anche una delle ragioni che mi distolsero dal farne soggetto di un romanzo a fine di non alterarne la rigorosa verità. L'intima unione di marito e moglie non poteva esistere fra mio padre e le sue sorelle, è evidente. Egli rimaneva durante il giorno nel suo studio, abbastanza lontano dalle altre stanze, per non sapere nulla di quanto vi accadeva. Se veniva tratto tratto a farci una visitina, ci trovava intente alle nostre occupazioni; se anche un momento prima vi fosse stato un diverbio, al suo apparire tutti tacevano. Per parte mia non so che cosa avrei sofferto piuttosto che portare a lui le mie recriminazioni; e questo, non solo per la soggezione che ne avevo, ma anche e più per un sentimento di dignità superiore ai miei anni e per quell'istintivo abborrimento delle azioni volgari che mi valse tante accuse di aristocrazia. Sotto questo aspetto anche mio padre era aristocratico e lo attestano i suoi modi educativi. Avendo io una volta negato, era la verità, di avere commesso non so più che fallo, stavo per dargliene la prova quando egli mi arrestò di botto dicendomi: "La tua parola mi basta, non aggiungere altro". Ah! che largo respiro! Perchè non ho avuto allora il coraggio di gettargli le braccia al collo? Che delicatezza di tocco! Quale profondo intuito delle anime!
Un ritratto a olio di mio padre, che nel nostro salotto faceva di riscontro a quello della mamma dipinto da Moriggia, lo rappresenta nel costume da atelier dei giovani allievi delle scuole artistiche romane: blusa sciolta, largo risvolto della camicia, berretto di velluto nero detto alla Raffaella. Sotto l'ombra che tale berretto getta sulla fronte, gli occhi di mio padre appaiono bellissimi, pieni di fuoco e di pensiero e bello il volto improntato a grande nobiltà. Gli ultimi dolori della sua vita però avevano spento il fuoco delle pupille; egli è rimasto nella mia memoria come il superstite di se stesso, malinconico, abbattuto, vinto. Il silenzio, velo pudico della sua tristezza, doveva certo popolarsi per lui delle tante immagini del passato. Quando veniva ad appoggiare la persona stanca sul divanuccio della nostra sala da pranzo, sembrava che una nuvola lo sottraesse alla indiscrezione degli altrui sguardi. Che cosa pensava allora? Che cosa vedeva nella folla dei ricordi? È abitudine dei giovani il non occuparsi della gioventù dei propri genitori; così come li vediamo ci pare che siano sempre stati. Brevi frasi, vaghe allusioni, mi guidarono più tardi a comprendere quanto deve essere stata interessante la gioventù di mio padre. Egli non ne fece mai il minimo accenno, non parlava mai di sè; ma là, su quel piccolo divano, nella penombra della stanza poco illuminata, somigliava alla statua del dolore china sull'urna delle illusioni perdute. Troppo tardi io andai cercando nella vecchia Roma le traccie del giovane studente, soffermandomi con intensa commozione nei luoghi dove immaginavo egli avesse maggiormente fermato l'attimo fuggitivo della felicità. E una volta, prima che si vendesse la casa di Casalmaggiore, da certe vecchie carte discese dal solaio dove regnava la signora Tintimillia, sfuggì un piccolo brano sul quale riconobbi subito la calligrafia minuta e regolare di mio padre; era evidentemente l'ultimo foglio rimasto di un diario che egli teneva quando studiava disegno a Roma e vi lessi: "L'oste vedendo i neri nostri barbigi e i nostri cappellacci ci prese per briganti". Sul foglietto la frase spezzata non aveva seguito e invano lo cercai altrove. La perdita di quel diario, scritto da lui nella antica Roma papale, la narrazione di quella gita fatta coi compagni nella vasta e maestosa campagna del Lazio dove era ancora possibile incontrare dei briganti, forse la relazione di un idillio in alte sfere, romanticamente troncato dal potere di un cardinale zio, (che questo ci fosse stato sapevo dalla solita archivista della famiglia) furono in tutti questi anni ed oggi più che mai oggetto per me di grande rammarico. È così dolce ritessere su documenti autentici la vita di coloro che abbiamo amato! Non è quasi un vivere ancora insieme? E vivrei colla mia anima d'oggi tanto vicino alla sua che non lo fosse nei giorni della ignara giovinezza.