1913
Eravamo due tristezze vicine, ma egli era la tristezza del tramonto, io quella dell'alba e tuttochè vicini i nostri dolori ci dividevano. Ho pensato tante volte, quando mi guardava in silenzio, ed alla mestizia della sua pupilla saliva un'ansia inquieta, che egli pure sentisse vagamente il malessere della mia posizione di fronte alle zie; ma poichè nessun fatto positivo lo confermava ed egli aveva ben a ragione piena fiducia nelle sue sorelle, la mestizia rimaneva fluttuante nel cerchio grigio della fatalità che era piombata su tutti noi colla morte della mamma. Una sera eravamo rimasti soli nel tinello ed era quell'ora della mezza stagione in cui il giorno muore e non è ancor scesa la notte. Mi trovavo seduta, non so come, in un angolo del piccolo divano; papà venne a sedermi vicino ed a me, che nel turbamento di aver preso il suo posto stavo per alzarmi, appoggiò dolcemente la fronte sulla spalla. Io non so che cosa avvenne nel mio cuore rinchiuso e dolorante cinto da una corazza di spine. Trasalii smarrita nella mia nullità. Erano così straordinari quel gesto e quelle parole che tremai tutta, presa da umiliazione per la mia spalla tanto magra, con la paura e la vergogna di pungerlo, di fargli male, si che mi ritrassi lentamente nell'angolo del divano, rattenendo il fiato. Egli allora disse: — Non ami il tuo papà? — Oh! — feci — e non mi fu possibile aggiungere altro, e non compresi che anch'egli, povero d'amore come me, era venuto al buio a cercare la mia carezza!... Vi è cosa più triste dì questo dramma di due anime? Sorvegliata, spiata, oggetto continuo di un mal volere che svisava ogni mio atto e incapace di reazione, le qualità di slancio e di ardore, che erano in me, giacevano soffocate al punto di non sapere io stessa decretarmi qual fosse il mio valore. Andavo avanti ad occhi chiusi, barcollante, impacciata, timorosa sempre dell'ironia che mi feriva con veri colpi di pugnale e in tale contrasto l'affetto per mio padre si rattrappiva in una forma di tenerezza che portava l'abito del mio dolore. Povero vecchio, lo vedevo aggirarsi con passo di fantasma in quelle stanze dove era solo, accanto a me, sola. E me ne veniva uno struggimento, una malinconia piena di rimorsi impotenti. Come il riso era straniero alle mie labbra, anche il pianto non era facile in me. Pure una volta che avevo il cuore gonfio di tutti questi sentimenti in lotta, fermando lo sguardo su di lui che più accasciato del solito giaceva sul divano, rigido e pallidissimo, fui presa da tanto affanno che fuggii in camera, dove la zia Margherita, venuta a raggiungermi, mi trovò immersa in una crisi di lagrime. Alle sue domande risposi schiettamente che piangevo pensando al giorno in cui papà sarebbe morto. Uno scricchiolio di mobili mossi nel salotto attiguo e l'ombra di papà fra uscio e uscio mi fecero capire che anch'egli mi aveva seguita.
Lagrime invece di baci?... Ahimè! se scrivessi il mio panegirico dovrei mostrare la fanciulla intelligente e amorosa, la forte Antigone che sorregge il padre cadente, ma scrivo pagine di assoluta sincerità e per disgrazia non ero nulla di tutto ciò, allora. Poche persone rimasero lungamente acerbe quanto me. Avrei l'aria di mancare a questa dichiarazione di sincerità, se volessi sottrarmi al merito di una certa intelligenza e di una forza nelle battaglie posteriori della mia vita; ma allora, ripeto, ero una povera creatura embrionale. Le sciocchezze, che feci e che dissi nel lunghissimo tempo della mia formazione, sono incredibili. Quel po' di strada, che mi sono fatta nel mondo, me la sono scavata da me graffiandomi ai rovi e lacerandomi ai sassi. Tutte le mie facoltà, anche quello del sentimento, si temprarono nel dolore. È solo dolorando che ho potuto amare mio padre quando era con me; è ancora con un doloroso rimpianto che penso a lui, che vi ho sempre pensato dal dì che lo perdetti. Una o due volte all'anno andavamo insieme a far visita a qualche signora che era stata amica della mamma. Erano brevi oasi di piacere, anche dalle quali non sapevo trarre tutti i vantaggi che avrei potuto nel libero abbandono di me stessa, poichè il mio spirito non era mai libero dalla ossessione delle zie. Un po' di colpa era mia? Me lo domando almeno. Perchè non ho saputo uscire dalle strettoie nelle quali avevano inceppato ogni mio movimento paralizzandomi al punto che non osavo abbracciare mio padre? Perchè non sono stata superiore agli avvenimenti? Mi sa male credere che tutto il male mi sia venuto dagli altri. Conosco una quantità di fanciulle che poste nel mio caso ne sarebbero uscite con una risata. Io invece non avevo nessuna delle grazie dell'età; mancavo anche di quella elasticità di spirito che sa capovolgere una situazione. Ero tutta di un pezzo. Troppo seria, prendevo tutto sul serio. Anche in età inoltrata, anche adesso, il primo che capita può farmi credere qualunque cosa. Una di quelle amiche di mia madre che vedevo a rari intervalli, mi trattenne un giorno a pranzo. Abitava nella casa di Luciano Manara in via S. Andrea e dopo pranzo un fratello di Luciano, Achille Manara, venne a far visita alla signora. Io stavo a un tavolino appartato sfogliando un libro quando udii la signora che parlava di me accennando alla morte prematura della mia mamma. Manara mi guardò un momento e abbassando la voce disse: "Elle a les yeux assassins". Evidentemente la sua intenzione era di non farsi intendere da me, ma io che non ero sorda e che sapevo il mio francese rimasi grandemente conturbata. Rammentando che alcuni anni prima uno zio mi aveva detto che i miei occhi erano tinti di carbone, non dubitai più di essere una creatura assai disgraziata. Ad onta di questo stato di mortificazione perpetua non posso dire che mi sentissi infelice; di che natura fosse la forza che mi sosteneva lo ignoravo affatto, ma è certo che non conobbi mai quegli accasciamenti, sotto i quali confessano di essersi abbattuti tanti uomini di ingegno e uomini di cuore.
Giovanni Segantini, che ebbe una infanzia tristissima, mi diceva di avere provato questa stessa sensazione. Io non conoscevo il poema di Dante, che nessun professore non mi ha mai spiegato e che ero troppo ignorante per comprendere da me, ma essendomi venuti sott'occhio due versi mi piacquero tanto che li scrissi sopra un mio quaderno e sempre rileggendoli poi mi sentivo invasa da una gran forza e da una sicurezza come se qualcuno mi portasse. I versi sono questi:
«Sta come torre fermo che non crolla
giammai la cima per soffiar di venti».
E mi compiacevo tutta a notare che Fermo era il nome di mio padre.
Non parmi esagerata l'applicazione a mio padre dei versi danteschi. Egli era veramente la torre incrollabile, la torre d'avorio significazione di ogni altezza. Tutti i parenti lo riconoscevano; alla sua morte si disse che anche gli avversari rendevano giustizia alla nobiltà della sua vita, alla saldezza de' suoi principi. Tale saldezza appunto lo rendeva intransigente, poco atto a seguire le vie comuni che conducono alla fortuna. Gli ultimi anni gli furono forse amareggiati anche dalla ingiustizia della sorte la quale preferisce gli intriganti ossequiosi e pieghevoli, all'uomo onesto che non discende a patti servili. Il maggior lavoro di mio padre fu il disegno, scelto fra molti concorrenti, e la messa in opera della grande chiesa abaziale di Casalmaggiore dedicata a S. Stefano titolare della città. Eretto sull'area di una antichissima chiesa distrutta, ampliato per la generosa cessione di località limitrofe, il nuovo tempio si presenta isolato e imponente su tredici gradini di elevazione; un pronao ad archi introduce all'interno che ha forma di croce greca, decorato per ogni lato da un ordine di colonne corinzie. Somiglia un poco, fatte le debite proporzioni, alla chiesa di S. Alessandro in Milano; non ha, per esempio, di questa i numerosi e ricchi affreschi, quantunque ne fosse fatto invito ai giovani pittori concittadini allievi del Diotti. In complesso manca a questo tempio troppo giovane la suggestione delle preghiere salite per anni e per secoli al trono di Dio insieme agli aromi dell'incenso ed ai singhiozzi ed alle lagrime sparse ai piedi dell'altare, o soffocate nell'ombra dei confessionali, che tanto fascino di mistero dànno a certe vecchie chiese. Ma invecchieranno le pietre, i marmi, gli argenti; il tempo stenderà il suo mantello bruno sulla rosea nudità delle pareti; nuovi peccati e nuove lagrime deporrà l'uomo bisognoso di fede e altre generazioni cogli stessi amori, cogli stessi dolori, verranno qui a cercare il fascino del mistero. Un curioso episodio sconosciuto e che mi piace di conservare a giustificazione del coro e dell'abside giudicati da qualcuno troppo ristretti in confronto alla mole del tempio, è che sul disegno di mio padre le proporzioni erano più ampie, appunto per conservare l'armonia dell'insieme, e che dovette cedere con grande malavoglia alle pretese di Monsignore Abate, al quale faceva comodo lo spazio per transitare i carri che al tempo della vendemmia portavano le tinozze cariche d'uva nelle sue cantine. Per tal modo la ragione superiore del tempio la vinse sulla ragione meschina dell'uva di Monsignore ed i cittadini, che avevano ceduto con slancio i propri stabili pur che il monumento religioso usufruisse della maggiore ampiezza, dovettero accontentarsi di sapere che le vendemmie prelatizie non sarebbero disturbate.