In Milano, oltre a lavori secondari per diverse case, mio padre eresse il teatro Fossati, ben diverso però dall'attuale che venne ampliato e modificato in seguito. Era un teatrino popolare, senza pretese architettoniche, con una vivace decorazione floreale ricorrente lungo i palchi e una abbondanza di tappi di gazose che andavano alle stelle. Fu inaugurato, mi pare, dalla compagnia Moro-Lin con Angelo, tiranno di Padova. Il teatro era gremito fino al soffitto. Grandi piene vi fece anche il Preda, l'ultimo dei Meneghini, e vi recitarono il Bellotti Bon, la Marini, la Celestina Paladini esordiente nelle parti di ingenua. Anche Tommaso Salvini fece una comparsa nei Masnadieri. Quella sera noi eravamo in un palco di proscenio e proprio lì venne a fermarsi il Salvini con una faccia truce e minacciosa. Come non bastasse, gli viene in mente di chiedermi a un palmo di distanza: "Ha paura lei di un colpo di pistola?" Mi affrettai ad accennare di no col capo, perchè di voce non ne avevo neppure un filo; ma che grossa bugia avevo detta! Le fortunate vicende del cinquantanove, che liberarono Milano dalla dominazione austriaca, portarono sul palcoscenico del Fossati le rappresentazioni patriottiche e il direttore dell'orchestrina, un tipico vecchietto, che tra un atto e l'altro teneva a bada il pubblico coll'inno di Garibaldi era ben preparato a sentirselo chiedere tre, quattro, cinque volte. Appena taceva, dalla platea e dalle gallerie era un grido solo: L'Innoo! L'Innooo! Pareva il finimondo. Il vecchietto sorrideva e, dimenando il capo da destra a sinistra con un'aria di contentezza come se gli applausi fossero per lui, alzava la bacchetta del comando. Avendo narrato più su l'episodio di Monsignore a proposito della chiesa di S. Stefano non voglio tacere quest'altro relativo al teatro Fossati. Chiunque passa da corso Garibaldi può osservare sul portone del suddetto teatro una statua rappresentante l'eroe di Caprera sul punto di sfoderare una scimitarra sollevata in alto con gesto bellicoso; orbene, quel Garibaldi, comperato a prezzo d'occasione, teneva originariamente una spada; ma al momento di metterlo in opera i proprietari si accorsero che la spada non entrava nella nicchia del frontone. Che fare? Non era possibile privare un soldato della spada lasciandolo colla mano vuota ad acchiappare mosche nell'aria. Si tenne consiglio di famiglia e il più furbo propose di cambiare l'arma a lama diritta colla scimitarra, la cui lama curva segue a puntino la cornice della nicchia. Ed ecco in qual modo Garibaldi divenne turco.
Pochi de' miei lettori ricorderanno il Circo Ciniselli eretto al posto dove ora vediamo il teatro dal Verme; esso ebbe un'esistenza breve ma brillantissima. Destinato ad un uso di pochi anni, perchè l'area era già accaparrata dal teatro attuale, il Circo Ciniselli presentava nel suo genere una semplicità elegante che piacque subito; tutto in legno, fresco, leggero, coi palchi scoperti che pieni di belle signore somigliavano a canestri di fiori, fiancheggiati da un corridoio che permetteva agli eleganti di vedere e di essere veduti, fu trovato nuovo, geniale. Gli spettacoli equestri erano allora in gran voga; i signori dell'aristocrazia vi andavano ad esaminare da vicino il cavallo regalato dal Re, e un poco, io penso, la figlia e la nuora di Ciniselli, bellissime entrambe — la figlia, amazzone impeccabile di puro stile inglese; la nuora, audace volteggiatrice sul destriero in corsa. Eseguìvano poi col concorso di tutta la compagnia quadriglie e caccie presentate con molto lusso di vestiari. Il gusto per questi spettacoli mi sembra assolutamente tramontato, nè io me ne dolgo certo, chè non sono mai riuscita a farmeli piacere, specie quando veniva il turno dei pagliacci e, peggio ancora, quello dei ginnasti che sopra una corda tesa o sopra un trapezio arrischiavano ogni sera la vita. C'era un'altra compagnia rivale di questa, la Guillaume, che ebbe due celebrità: il moro Muller, il quale cavalcava a bisdosso senza sella e senza redini, sicuro come se fosse nella più comoda delle poltrone e miss Ella, da molti supposta un uomo per la forza straordinaria de' suoi garretti; saltava senza interruzione trecento cerchi sfondandone la carta a corsa del cavallo e poi dal medesimo cavallo balzava sovra un palco eretto all'altezza della prima loggia. Una specialità di miss Ella era il breve abito di velo semplicissimo invariabilmente bianco e la sorella, che non la lasciava mai standosene in mezzo al circo con una lunga frusta in mano a dirigere il passo del corridore, ufficio riservato abitualmente agli uomini. In complesso la compagnia Ciniselli era più elegante e giustificava le preferenze dell'alta società. Negli ultimi anni cambiarono gli spettacoli e il piccolo teatro decadde, ma a' suoi tempi buoni fu durante l'estate un ritrovo scelto. Opera anche questo di mio padre, vi si andava qualche volta ed era per me come uno spiraglio aperto sul mondo. Le signore dell'aristocrazia, gli uomini politici, i giornalisti, vi si davano convegno. Naturalmente non conoscevo nessuno, ma una volta che mio padre mi mostrò Leone Fortis in colloquio con Paolo Ferrari apersi tanto d'occhi a rimirarli. Due scrittori?! Nemmeno il Re mi avrebbe fatto battere il cuore a quel modo.
L'idea di pubblicare non mi era venuta ancora, non pensavo affatto a divenire scrittrice, ma i libri e coloro che li scrivevano esercitavano sulla mia mente un fascino singolare. Un opuscolo che trovai nella libreria di mio padre con questa dedica: Al carissimo amico Fermo Zuccari, Tullio Dandolo, mi sorprese come se avessi scoperto un titolo di nobiltà nella mia famiglia; e in casa della signora Cirilla Cambiasi, una delle superstiti amiche della mamma, mi accadde di vedere il manoscritto di una poesia che Giovanni Prati aveva scritta per lei; ricordo i due primi versi: "Dal molle serto delle tue chiome — Sull'arpa, o bella, gettami un fior" e me ne venne tanta esaltazione per cui quella signora mi pareva un essere straordinario. Ispiratrice di un poeta! Vi poteva essere fortuna maggiore? Noto anche una sera in cui mi avvenne di parlare con un vecchio avvocato e la conversazione, innalzandosi dal campo ristretto dei fatti quotidiani al volo delle idee, mi lasciò in un tale stato di orgasmo che per molte ore non potei prender sonno. Conobbi più tardi altre estasi, ma posso dire che la commossa impressione di quella sera non ne rimase offuscata; prima ancora che all'amore il mio cuore si aperse a questo bisogno di intellettualità, che contribuì per molta parte all'isolamento in cui dovevo trovarmi per tutta la vita. Nella modestia delle aspirazioni che già parte della mia naturale timidezza si faceva sempre più ritrosa per la mancanza di incoraggiamenti e dalla ironia e dallo scherno spesso, nei migliori dei casi da un silenzio indifferente, non mi sono mai creduta un solo istante superiore agli altri; ma che fossi diversa tutto me lo diceva, ad ogni passo, ad ogni parola. E perchè ero diversa mi trovavo sola. E perchè essendo sola mi nutrivo di me stessa, non cadevo nel languore che a taluni fa ricercare evidentemente un sostegno nella compagnia altrui. Questo fatto di bastare a me stessa era la forza che mi impediva di essere infelice fino in fondo. In fondo del mio pensiero, in fondo della mia coscienza, una flora misteriosa ed occulta, come quella che si forma negli abissi del mare, dava fosforescenze di luce e incanti di forme all'anima rinchiusa. Non odiavo, non mi vendicavo, non facevo nè volevo male ad alcuno; mancando intorno a me l'ossigeno di vita vivevo altrove, nell'ideale, nel sogno che erano per me la sola verità, la sola felicità, qualche cosa di indivisibile dalla mia carne e dal mio sangue.
Il nostro appartamento era ampio e per buona metà aperto sulla vista di tre o quattro giardini soleggiati; lo studio di mio padre si trovava da questa parte e la camera da letto anche; ma la mia giornata si svolgeva tutta intera nella sala da pranzo che era la più brutta, angusta, con una sola finestra a tramontana, col parato dei muri di un colore fosco che aiutava a renderla tetra e malinconica: essa fu per me il carcere di quelli che chiamano i più begli anni della vita. Seduta fin dal mattino, agucchiavo senza posa, tenendo qualche volta un libro sui ginocchi, nascosto dietro il cuscinetto che, a quei tempi ignoti alla macchina da cucire, serviva per appuntare orli e sopragitti. Oh! le giornate d'inverno trascorse in quel salottino dalla tappezzeria cupa, davanti al tavolinetto dove ammucchiavo i miei cuciti, i rammendi che non finivano mai.... Quanta neve ho visto cadere, un'ora, due ore, tante ore di seguito, da quella sedia dove avevo sempre freddo. La stufa era accesa, portavo due paia di guanti, i piedi ravvolti in una sciarpa di lana, ma avevo freddo, sempre freddo, incommensurabilmente freddo. E l'anima ardente volava!... Aveva ragione la zia Margherita.
Quando qualcuno vuol sapere gli studi preparatori che feci per scrivere la trentina di volumi da me pubblicati, rispondo: calze e camicie, camicie e calze. Questa vita sedentaria e rinchiusa non favoriva certo il mio sviluppo fisico; lo peggiorava la mia repulsione per qualsiasi esercizio dei muscoli, fosse pure scopare una stanza o saltare una sbarra; anche la passeggiata domenicale, la sola in tutta la settimana, mi riusciva di peso; se si aggiunge che parlavo pochissimo, è presto concluso che la mia esistenza si riassumeva nel pensiero e nessun igienista ha mai detto che sia questo la cura di una fanciulla sul crescere. Certe ore del giorno e dell'anno le ricordo anche oggi con un brivido. In febbraio, passato S. Antonio, nel qual tempo al dire delle mie zie, il giorno si allunga di un'ora, non si accendeva la lucerna a pranzo e dopo pranzo non la si accendeva ancora perchè, dicevano le zie, non era necessario vederci.
Era l'ora in cui mio padre stava più a lungo sul divano, immerso in quel suo riposo melanconico che nessuno di noi osava disturbare. Pareva che dormisse; e non dormiva, perchè tra il chiaro e lo scuro i suoi sguardi cadevano su di me; io li vedevo bene ed erano sguardi inquieti e soavi dove la tenerezza si mesceva a qualche cosa di accorato, come un dubbio. Le zie, sedute l'una di fianco all'altra, ritte contro il muro a guisa di due marmoree cariatidi, recitavano mentalmente le loro orazioni. La luce moriva a poco a poco, fuggendo prima dagli angoli, lambendo gli ottoni della stufa, le cornici dei quadri, le bullette del divano, fermandosi un istante tra le pieghe bianche delle tendine, alle quali dava una flessuosità vaga di fantasmi, finchè le tenebre cadevano improvvisamente sul nostro silenzio. Non si scorgeva più nulla, nè mobili, nè persone, ma al posto delle zie si accendeva un piccolo punto luminoso, come un occhio di fuoco. Era il sigaro della zia Nina che passava poi alla zia Margherita. Ora la brutta moda delle donne che fumano è purtroppo entrata nei nostri costumi; non così allora, si che questa abitudine delle mie zie, faceva parte della loro originalità, ed era esente da qualsiasi civetteria, molto più che non si trattava di eleganti sigarette, ma di veri virginia, aspri e forti. Esse però non fumavano in pubblico; è una attenuante.
Dolce è il crepuscolo della sera ai vaneggiamenti delle anime felici; ma io, nonchè felice, non ero nemmeno libera. Per la soggezione che mi dominava sempre non avrei ardito di accendere un lume e rimanevo così, àpata, nella tristezza snervante delle tenebre, immobile anch'io e silenziosa. S'avrebbero potuto udire i nostri quattro respiri. Mi domando ora che cosa sarebbe avvenuto, se non fossi stata supinamente ligia a quella specie di regola conventuale che strozzava in germe ogni mia volontà e sono convinta che non sarebbe avvenuto nulla, come non avvenne nulla ai miei fratelli che, più o meno, facevano quello che volevano. Ma io avevo già preso l'abitudine di ripiegarmi su me stessa, avversa per istinto alla lotta, che mi avrebbe sottratto tempo ed energia. Da quando abitai la mia anima come si abita una fortezza, e ciò avvenne prestissimo, il piano della mia resistenza si tracciava da sè e non mi accorgevo che uscendo da una prigione entravo in un'altra, tagliando i ponti che dovevano congiungermi alla vita.
Altre ore ricordo. D'estate, nei tramonti afosi di luglio e di agosto, spalancavo le finestre verso i giardini e là, accoccolata accanto ai ferri del balconcino, lasciavo errare lo sguardo sulle sale aperte di un appartamento signorile, dove uno sciame di fanciulle ridenti scherzavano con alcuni giovani amici sotto gli occhi carezzevoli delle madri, con quella sicurezza di gesti e di parole, colla libertà di movimenti e la fede in sè e la gioia di vivere, quale hanno solamente le fanciulle che si sentono amate. In altre stanze vedevo persone che si adornavano per il passeggio, donne davanti allo specchio, uomini che leggevano il giornale sdraiati nelle poltroncine, fumando. Poco a poco le abitazioni si facevano deserte, la frescura della sera attirava fuori, al largo, ai concerti delle piazze; la vita notturna si sovrapponeva alla vita giornaliera. Alle finestre apparivano e sparivano lumi, vagolavano ombre incerte, ondeggiavano ventagli, fluttuavano gonne. La brezza faceva dondolare nappe di coltroncini, veli di culla e nella penombra luccicava la sponda nitida di un letto, la maiolica fiorata di un lavabo; dolci intimità di alcova che si abbandonavano alle tenebre nascenti diffondendo nell'aria un profumo sottile di voluttà. Oltre i tetti, tra le sagome dei fumaioli, altri bagliori di lucerne invisibili, note di cembalo, trilli di canzoni, un nome, un grido, allargavano la cerchia del brulichio umano, tutto quel mondo di passioni che si agitava intorno a me, così vicino, così lontano!...