Tra me e i miei fratelli non vi fu mai il menomo screzio. Ma essi vivevano la loro libera esistenza di maschi; non erano obbligati come me a stare giorno e notte sotto la sorveglianza delle zie. Avevano in comune gli studi, i giuochi, le tendenze. Appena usciti dall'adolescenza si trasferivano all'università; quando venivano a casa erano accolti in festa. Nostro padre si occupava di loro con grandissima cura e sempre con quel suo sistema di pedagogia elevata, che mirava a sviluppare i più nobili sentimenti, innalzando la dignità della coscienza a mezzo della fiducia, anzichè deprimerla con sospetti ingiuriosi o ferirla con grossolani castighi. Ed anche verso di loro covava quell'ansia inquieta, quella preoccupazione dell'avvenire che tanta ombra spargeva sul malinconico tramonto della sua vita. Presentiva forse di doverci lasciare prima che si compisse il giro dei nostri destini. Per questo i suoi sguardi erano sempre carichi della tristezza del suo cuore; e non ebbe, povero padre, la soddisfazione così meritata, di vedere in qual modo i miei fratelli continuarono la tradizione della nostra famiglia mostrandosi degni del suo esempio.
La parola aristocrazia è troppo di sovente usata in senso contrario al suo vero significato; mi si permetta di ricondurla alle sue vere origini fissando il motto che ne riassume tutto lo spirito: Nobiltà obbliga. Che cosa vuol dire in fondo aristocratico, se non uomo superiore, uomo migliore? E far suo l'obbligo degli avi per conservarsi superiori, per diventare migliori, non è raccogliere un ideale di bellezza e diffonderlo nel mondo? Solamente un cervello ben meschino può credere che il prestigio dell'aristocrazia consista in un titolo sonoro o in uno stemma variopinto, mentre questi non sono che segni esterni privi di valore e di significato, ove manchi il principio conservatore dei caratteri di una razza. Tutte le supremazie che, abbiamo visto decadere, religiose, politiche o aristocratiche che fossero, decaddero per abuso di potere non per difetto del principio. Al principio di ognuna di esse sta una verità immortale che solo passando attraverso le mani impure degli uomini, degenera in colpa. Il bel cavaliere che moveva incontro alla morte, professando fedeltà a Dio, alla sua donna, al suo re, creava un codice dei doveri dell'uomo del quale possono alla lunga cambiare i nomi, non l'essenza vitale. La borghesia, raccogliendo il potere sfuggito alla classe aristocratica, fece suo l'obbligo e, se volle vincere, dovette ripristinare in tutto il loro vigore le virtù dell'avversario, traversando fiumi di sangue, perchè il dovere, la famiglia, la Patria, tornassero a splendere fra le idealità umane. Ed è giusto riconoscere i meriti della borghesia in un tempo in cui il senso di questa parola è stato svisato e corrotto per farne arma sleale di combattimento. Ognuno di noi che abbia la fortuna di una tradizione risalga il corso degli anni e saluti con rispetto, con riconoscenza, la memoria dei precursori che primi scrissero sullo stemma simbolico della loro famiglia la parola =dovere= che nel probo esercizio delle loro cariche, custodirono religiosamente quel tesoro di fede che donò all'Italia gli uomini del suo risorgimento. La tradizione, questa specie di sanità morale che imprime un passato dolcemente radioso alle generazioni uscite dal suo grembo, non è un sentimento fittizio ideato per il vantaggio di una casta; noi la vediamo continuata in certe famiglie di montanari, di semplici contadini vissuti lungi dai centri corruttori; tradizione rudimentale di ricordi, di abitudini, di pensieri successivamente sovrapposti, pari agli strati di terreni preistorici insaldati nella roccia. È fra queste persone modeste e fiere che noi troveremo l'attitudine severa e religiosa del patriarca, il gesto umile e pur dignitoso, rivestito di intima nobiltà, che certe vecchie donne conservano ancora come riflesso di una antica corona.
Se io cerco sul dizionario il significato della parola aristocrazia, trovo: "forma di politico reggimento nella quale il potere è in mano dei nobili". E sarà benissimo detto. Io però penso ad un'altra missione dell'aristocrazia, quella, che avendo creato il motto nobiltà obbliga, creò in pari tempo una tradizione conservatrice di bellezza. Coll'affievolirsi della tradizione molte forme di bellezza scompaiono; nè serve il dire che altre nascono. Noi siamo attaccati da secoli alla bellezza degli astri e dei fiori e se scomparissero, non credo che gli aeroplani e le macchine agrarie ci compenserebbero; l'uomo assetato di bellezza rimpiangerebbe pur sempre le stelle e le rose.
Vi è inoltre un genere di bellezza, che non si improvvisa, nata da millenni di civiltà, che nessuna scoperta per quanto intelligente può sostituire. I ritratti del patriziato antico sono una guida interessante per studiare i segni delle razze che si sono conservate pure; quelle donne dal collo lungo e sottile, dalla fronte liscia, dalle mani perfette, hanno nell'espressione del volto e nella dignità del portamento, nel fine sorriso e nello sguardo dominatore, un non so che di sovrano, che si impone anche ad un esame superficiale. E come si comprende che esse sole possano adornarsi di quelle trine, di quegli abiti sontuosi, di quei broccati, di quegli ermellini sui quali poggiano i gioielli fantasiosi degli orafi del cinquecento! Par di vedere lo stuolo delle ancelle intente al complicato edificio di quelle chiome divise a ricci, a onde, a treccioline, con giri di perle, con svolazzo di nastri e di nodi da richiedere parecchie ore di lavoro. Perfino le bimbe di cinque anni in abito scollato e guardinfante rivelano la principessa educata per tempo al contegno nobile, al gesto e al riserbo delle corti. Produzione artificiale, lungamente elaborata attraverso filtri di raffinatezza e di gusto, questo tipo della gran dama agì da fulcro elevatore e ispiratore in tempi lontani ma non dimenticati. Anche oggi subiamo il fascino di queste creature d'eccezione, che ci guardano dalle vecchie cornici colle loro pupille estatiche e sentiamo la malinconia di una bellezza che muore, che forse è già morta.
Infatti torna inutile cercarla questa bellezza nelle generazioni sorte ieri, portate in alto dai rapidi guadagni, sotto le quali piegarono vinte le antiche famiglie, ma che non riusciranno neppure coll'aiuto del tempo a formare la misteriosa catena della tradizione, poichè non esiste più il sentimento di essa. Il progresso per sua natura distruttore, ha bisogno di abbattere per edificare; la sua marcia trionfale procede fra mucchi di rottami. L'altera principessa che si faceva dipingere dal Van-Dyk o da Leonardo era conscia di affidare la propria bellezza ai secoli futuri in un esemplare unico; la milionaria d'oggi non sdegna di posare, magari in veste da camera, davanti all'obbiettivo fotografico che la riprodurrà in dozzine di copie per la soddisfazione delle sue cameriere. Ho qui un giornale quotidiano, uno dei più diffusi, dove è riprodotto il gruppo fotografico più recente della famiglia imperiale germanica; e mi domando se mai, invece di una fotografia autentica e legalizzata, non sarebbe questa una caricatura immaginata dal più feroce nemico degli Hoenzollern; tanto la volgare espressione dei personaggi armonizza colla sciatteria della posa. Sono sei i campioni, tre principi e tre principesse, che si presentano di fronte infilati tutti e sei a braccetto l'uno dell'altro, quasi per sorreggersi a vicenda, come operai che ritornano alticci dalla fiera; gli uomini insaccati in certi panni che sembrano lo spoglio del basso personale di una compagnia equestre; le donne spettinate, senza busto... Oh! ritratto di Beatrice d'Este così severamente agghindata in una rete di perle; gemme sfolgoranti e trine meravigliose di Maria de' Medici; pettinatura da dea che sorreggi le chiome fluenti di Lucrezia Tornabuoni, che figura faranno accanto a voi nelle pinacoteche dell'avvenire le sembianze ultra democratiche di questi ultimi rappresentanti dell'imperialismo ad oltranza?
Una delle buone qualità antiche era anche il giusto senso del risparmio praticato serenamente come un dovere, non solo, ma anche con quell'amore della tradizione che ci affezionava alle argenterie di famiglia, ai mobili, ai ritratti come a un tenero e sacro ricordo. "La spada di mio padre, la croce di mia madre" è una frase che ora fa sorridere; ma si ha torto, poichè essa conteneva un principio di felicità e di sicurezza che le famiglie moderne non conoscono. Nata alla metà di un secolo, che divise nettamente due società e cresciuta in un ambiente di provincia, il quale arretrava il progresso di venti o trent'anni almeno, sono certo un ben raro testimonio sopravissuto al morire di usi e costumi che, se avevano dei difetti, nutrivano pure forti virtù. La mia famiglia, composta di sei persone con un reddito modesto e il solo lavoro di un uomo declinante, viveva su un piede di economia, sto per dire, naturale, in cui non vi era nessuna privazione, perchè i nostri desideri oltrepassavano difficilmente la possibilità di soddisfarli. Inoltre mancava in casa mia, parmi averlo detto, quell'assillo della ricchezza, quel continuo parlar di denaro, giudicare una persona su quanto denaro possiede, scegliere moglie e carriera in base al maggior denaro che rappresentano e col denaro pesare la considerazione e riporre nel denaro la somma del bene, cose tutte che, a mio giudizio, oltre la volgarità insopportabile per uno spirito delicato, conducono all'invidia al malcontento, al pessimismo, veleno dell'anima. Per il fatto di avere minori bisogni non v'ha dubbio che si era allora più felici o, per lo meno, era maggiore il numero dei felici, potendolo estendere anche a coloro che non avevano grandi fortune; nè si giudicava minore il piacere di stare insieme bevendo un bicchiere di vino bianco o un siroppo di lamponi perchè non si usavano tovagliette di pizzo e rinforzo di marrons glacés. L'esempio della semplicità veniva dall'alto e da tutti i paesi. Lady Giorgiana Fullerton, nota filantropa e una delle più grandi dame dall'aristocrazia inglese, lasciò scritto che lei e i suoi fratelli non avevano mai a colazione più di una tazza di latte con pane raffermo; pane raffermo era pure il sistema generale delle nostre famiglie e dei nostri collegi; in molte case poi, alle persone di servizio veniva misurata anche la quantità, sì che per dimostrare l'agiatezza di una casa, dicevano che il pane vi era libero. In alcune città della Francia famiglie milionarie offrivano ai visitatori serali un piatto di mele delle loro campagne; e a Venezia, dalla contessa Albrizzi, che riceveva le più alte personalità d'Europa, il trattamento usuale era una guantiera di ciambelle fatte in casa. Il conte Alessandro Verri da Roma esortava il fratello, rimasto a Milano, a non risparmiare passi affinchè il sarto gli restituisse le pezze avanzate da un certo draghetto consegnatogli per fare un vestito e soggiunge ad avvalorare la raccomandazione: "Così vuole la buona economia delle nostre entrate".
Voglio dire qualche cosa di più. L'economia praticata per tradizione e con piacere era un elemento di forza e di serenità. Io l'ho conosciuto largamente il piacere di ridurre a nuovo una vecchia gonna e di ammucchiare nel cassettone tante e tante paia di calze fatte da me punto per punto. C'è in questi umili lavori un orgoglio di creazione, di lotta superata, di tempo bene speso, che è per sè stesso un premio e un incitamento. Gusto ancora, dopo tanto tempo trascorso e tante vicende, la soddisfazione di avere composto e cucito io stessa gli abiti di mio figlio fino ai dieci anni e compiango (non disprezzo forse anche un poco?) le giovani madri di mezzi limitati che non sanno preparare neppure il camicino per il pargolo che deve nascere. Non si dica che questo è un argomento di nessun conto. Non è vero! La donna, che ama i lavori femminili e li applica all'economia della famiglia, trova in casa tanto da occuparsi che non sente il bisogno di fondare comitati e associazioni per ingannare la noia e illudersi di fare qualche cosa. E anche questa tradizione di lavoro rimonta alle classi aristocratiche. Ai ricevimenti della duchessa di Chartres le dame, imitando la duchessa, portavano con sè un lavoro; Maria Luisa, seconda moglie di Napoleone I, quando era ancora fanciulla si sferruzzava allegramente da sè una maglia di lana per star calda, e c'è un ritratto poco noto della marchesa di Pompadour che la rappresenta mentre sta ricamando con un telaio sui ginocchi.
Non ci sarebbe che da regolare la vita un po' troppo rinchiusa delle donne di una volta, col frenetico sgonnellare fuori di casa delle modernissime, per trovarsi nella giusta via di mezzo; ma purtroppo indietro non si torna. La vecchia borghesia saggia, econonoma, dalle abitudini semplici ha disertato i provinciali palazzi aviti, le pingui fattorie dove la vita era comoda e dolce; attratta dal miraggio delle grandi città, ruppe il contatto immediato colla terra, i rapporti giornalieri coi contadini e, giunta nei grandi centri dell'industria, si trovò in mezzo alla nuova borghesia dei rifatti privi di tradizione, di esempi, di memorie, frettolosi di distruggere fino il ricordo del loro passato, avidi di lusso e di gioia, intenti solo ad arricchire. I figli delle grandi rivoluzioni, coloro che avevano conservato intatto il patrimonio di secoli, si trovarono improvvisamente accerchiati e per forza delle cose travolti nel turbine della democrazia distruggitrice di tutto ciò che fu. Alcune famiglie resistono ancora, ma non sarà per molto tempo. Le donne si mostrano particolarmente accanite alla distruzione dei domestici lari, perchè non so chiamare in altro modo quella specie di orrore per la casa che le spinge nel cuore dell'inverno a prendere il treno per l'una o per l'altra città, per un paese, per un monte, per un lago, o anche per un ghiacciaio, pur di non passare in casa propria, anzi per annientarla, la dolce e pensosa poesia del Natale. Anche le nozze, questa festa intima fra tutte, è ora di moda esibirla alla triviale curiosità dei servitori d'albergo..........