A nuova conferma della mia teoria sul valore della tradizione, abbiamo un detto popolare che ne mette in rilievo la grande importanza per l'individuo e la Società, ed è quello di colui che ad una cattiva azione risponde: "Il figlio di mio padre non farà mai ciò". Posso citare per controprova il fatto di una di quelle disgraziate orfane di parenti vivi, abbandonata alla carità cittadina, una esposta. Io la esortavo a crearsi indipendente col suo lavoro per mantenersi onesta; ella mi ascoltò un poco, e poi disse crollando il capo con un cinismo quasi ingenuo, tanto era sentito: "È inutile sa, noi siamo figli della colpa, come ha fatto nostra madre faremo anche noi". Questi problemi educativi e sociali mi hanno sempre interessata moltissimo, ed essi e altri, a cui diedi la mia attenzione, più che sui libri mi piacque studiarli alla viva fonte dell'umanità. Se poi trovavo in un libro gli argomenti in appoggio alle mie osservazioni, amavo quel libro come un amico, e tanto più lo amavo in quanto non avevo materialmente nè amici nè amiche; ovvero qualche amica potevo contarla, ma tutte fuori di Milano, e anche le poche volte che ci riusciva di stare insieme, i nostri cuori erano vicini, i nostri pensieri no. Esse pensavano come tutti, ma io non so come chiamare quel tarlo che lavorava nel mio cervello assorbendo ogni mia attività, rendendomi sempre più incapace di contatto cogli altri, fuggendo ciò che gli altri ricercavano.
Chi non ama le passeggiate campestri in lieta compagnia? Io non le potevo soffrire; sia per la passeggiata che mi riusciva di fatica, sia per la compagnia, allo spirito della quale non sapevo unire il mio. Vagheggiavo allora di trovarmi con una persona di mia fantasia, triste e selvaggia come me, al pari di me sola e andarcene insieme sul sentiero più appartato e dirci tutto quello che non avevamo mai detto a nessuno, e ridere e piangere e cogliere fiori e ringraziare Dio di essere nati.... ma quella persona non l'ho trovata mai. Mi condussero invece un giorno a visitare un'officina di non so che cosa, e non lo so perchè appena posto piede sulla soglia di un camerone dove stavano allineate macchine e uomini e donne tra un assordante rumore di manubri e di pulegge, presa da una repulsione istintiva come se avessi visto un mostro, mi aggrappai disperatamente ad una ringhiera che dava verso il verde dei prati, scongiurando che mi lasciassero a quel posto. Ero allora poco più che adolescente, ma la mia particolare sensibilità, anticipando l'intuizione, mi dava nel quadro che avevo dinanzi agli occhi la sensazione materiale dell'idea per la quale dovevo più tardi combattere non poche battaglie. Null'altro che una sensazione, ma, come sempre, una sensazione che mi appartava dagli altri; che non andò tuttavia perduta se a tanti anni di distanza la ritrovo intatta alla base delle mie idee sulla santità della tradizione famigliare violentemente minata dal crescere delle officine, progresso forse necessario ma pauroso, che strappa la donna dalla casa e distrugge brutalmente le care intimità del focolare.
La disgressione mi è riuscita più lunga che non volessi e sopratutto che il lettore desiderasse; ma è pur necessario che tenti di spiegare, e non sono sicura di riuscirvi, il lavoro caotico della mia mente, non secondato e non guidato da chi mi stava intorno; nessuno dei quali poteva immaginare neanche lontanamente le aspirazioni che giacevano soffocate in me, che non conoscevo io stessa.
Uscita dalla scuola poco meno che ignorante, la volontà di studiare non mi venne neppure dopo. Tanto il pensiero mi attirava colle sue divine libertà, altrettanto detestavo la meccanica dell'insegnamento freddo, pedante, ammalato di miopia cronica, vecchio corpo disfatto che deve la sua resistenza all'appoggio che gli danno tutte le mediocrità. Leggevo con passione, ma pur che fossero libri divertenti e romanzi e poesie d'amore. Mio padre si allarmava qualche volta di questa mia passione, esortandomi a scegliere bene e di abbandonare i romanzi, ma non ebbe il gesto assoluto di indicarmi lui i libri che dovevo leggere, forse in omaggio al suo grande rispetto della libertà individuale od anche perchè sapeva che il miglior mezzo per ottenere buoni risultati da figliuoli moralmente sani è quello di mostrare fiducia in essi. Libri cattivi in verità non ne leggevo, ma inutili quasi tutti e nocivi in rapporto a quelli che dovevo poi scrivere io stessa perchè, presi a casaccio, mi traviarono nella lingua, nello stile, in tutto ciò che dovrebbe formare il buon scrittore. Ma di ciò allora non mi curavo affatto, paga di poter dare attraverso alle pagine di quei volumi uno sguardo nel mondo che non conoscevo.
Desideravo anche molto di avvicinarlo questo mondo pieno di belle cose a me ignote, desideravo specialmente con ardore soffocato di poter andare ad una festicciuola da ballo. Amavo il ballo con passione, ma dove battere il capo se non avevamo relazioni? E andare con chi? Non certo colle vecchie zie di provincia che non avevano mai visto un ballo. Il mio buon padre si sacrificò accettando l'offerta di un conoscente che ci avrebbe presentati in una famiglia; ma sorse subito una grossa questione. — Che vestito metterai? — mi chiese papà con una certa inquietudine. Io che temevo di perdere l'occasione, che non avevo alcuna idea di abiti da sera, mi affrettai ad assicurarlo che non mi mancava nulla. E i guanti? — soggiunse mio padre. — Ho anche i guanti. Allora, felice, combinai la mia toeletta colla zia Margherita.
Premetto che manco di buon gusto naturale. Se sono riuscita, molto tardi, a vestirmi press'a poco convenientemente, mi ci vollero grandi sforzi; nè le mie zie attempate non avrebbero potuto in capitolo moda aiutarmi di consigli. Incominciai dunque a stringere i miei lunghi e folti capelli in due trecce fitte fitte che me li ridussero a metà; indossai poi un abito di mussolina bianco e celeste, accollato come il soggiolo di una monaca, che era stato della mia mamma e che lasciai tale e quale benchè non avessimo la stessa corporatura; ma a me, poichè era stato della mia mamma, sembrava una meraviglia. Per la stessa ragione mi piantai in testa una camelia bianca che aveva servito alla mamma nel ritratto che le fece Moriggia e che riposava da anni in una scatola di cartone fiancheggiata di carta velina. Infine pescai alla stessa fonte un paio di guanti nuovissimi, mai messi, che portavano a farlo apposta il mio numero e che erano di un bel color giallo zampa d'oca. La zia Margherita mi ammirò e strinse un po' più le mie trecce, così, diceva, non c'era pericolo che si sciogliessero danzando. Volevo farmi vedere da papà, ma la solita vergogna mi trattenne e mi ravvolsi subito nel mantello. Appena entrata nell'appartamento di quella famiglia, che non conoscevamo, ci passò davanti, attraverso gli usci aperti, in uno sfolgorio di lumi, una eterea apparizione vestita di bianco colle bionde anella incipriate sparse sull'omero nudo. — Oh! oh! — fece mio padre al quale avevano assicurato che si trattava di quattro salti alla buona. Io non dissi nulla, ma inoltrandomi nelle sale osservai che nessuna delle signore presenti era pettinata come me, nessuna aveva fiori in testa e tutte portavano guanti candidissimi. Verificata così la mia zotica figura, senza impressionarmene troppo, andai tranquillamente a sedermi nell'angolo meno in vista aspettando gli eventi. Dico subito che essi non furono all'altezza di quelli che leggevo nei romanzi, ma ballai tutta notte, quantunque non conoscessi alcuno, e per una ragazza così mal vestita ce n'era d'avanzo.
Le occasioni di trovarmi in società continuavano ad essere molto rare, e dicendo società abuso un poco dell'elasticità del vocabolo. Dovunque però il malinteso fra me e il mio prossimo mi isolava. La titubanza, che irrigidiva i miei movimenti, toglieva ad essi la grazia della gioventù; non ero più una bimba e non ero ancora una giovane donna; l'abitudine quotidiana dei colloqui con me stessa mi rendeva inetta alla conversazione; mancavo poi in modo assoluto dello spirito di società, della risposta pronta, del motto che fa ridere, di quello che provoca e che istiga. Il terribile dono dell'osservazione non mi permetteva di restare indifferente; vedevo bene con quali poveri mezzi le reginette mondane ottenevano i loro trionfi; e mentre esse avranno disprezzata in me l'insulsa creatura che non sapeva nè vestirsi, nè muoversi, nè parlare, io, dal mio posto isolato, studiavo sul vero il loro piccolo cuore. Era questo il solo piacere che ricavassi quando mi trovavo in compagnia: piacere acre, ma non privo di moderato orgoglio sotto la modestia del mio aspetto. Non affrettiamoci a denigrare l'orgoglio, sentimento di natura elevata pur che sia circoscritto entro i limiti di una giusta conoscenza di noi stessi. Non si può ammettere che la modestia, doverosa verso il prossimo e più ancora verso l'ideale, debba giungere al punto di una completa ignoranza quando si tratta di riconoscere le nostre forze. Se non fosse così, chi si metterebbe a capo delle grandi imprese che rivoluzionarono il mondo? Ed anche non bisogna confondere il nobile orgoglio di colui che tende a una meta superiore colla vanità dello sciocco e colla superbia del farabutto. Tacceremo l'aquila di orgoglio perchè fende i più alti cieli, mentre il passerotto si limita a svolazzare sui tetti? Chi salta un fosso ha sentito prima la forza di poterlo saltare.