Mio padre, udendomi una volta cantare nel corridoio interno del nostro appartamento, ammonì con quella sua dolce voce che anche nel rimprovero faceva sentire la carezza: "Tu non ti ascolti quando canti; prova ad ascoltarti". Non si poteva dirmi più garbatamente che stonavo. Mi veniva infatti di cantare nello stesso modo che scrivevo, badando al pensiero e non alla forma. Le romanze più sentimentali, i duetti più amorosi erano tutto ciò che io comprendevo in materia di musica, e quando avevo messo tutta la mia passione nella frase: Ah! forse è lui che l'anima — Solinga nei tumulti mi pareva che neanche la Patti avrebbe potuto far meglio. C'era poi quel Lui anonimo che andava subito a posarsi sull'uno o sull'altro de' miei zufoli di stagno e allora addio musica! Mi colavano sul volto vere lagrime.

Io sono anche disposta a sorridere ora su queste fanciullaggini della verde età, nella quale siamo, chi più, chi meno, un po' tutti cavalieri dell'ideale e corriamo colla lancia in resta ad espugnare mulini a vento. Sorridiamo pure dei lunghi sospiri e delle veglie e dei primi fiori dell'anima dedicati a persone che si conoscevano appena; uno sguardo ricambiato, una mano che s'indugia alla stretta, tanto bastava, e meno ancora, a immobilizzare il nostro cuore per mesi, per anni. Il mio fratellino minore, quando smise i calzoncini corti, si prese di una grande simpatia per una fanciulletta che vedeva qualche volta all'uscire di chiesa, alla quale non solo non aveva mai parlato, ma che paventava di accostare. "Il mio unico desiderio — mi disse un giorno in grande confidenza — è di possedere un fazzolettino, un bel fazzolettino ricamato, toccare con quello il lembo della sua veste e conservarlo per sempre". Sorridiamo, ma dolcemente, con riguardosa tenerezza, per non disperdere la nuvola lieve che ravvolge il bel sogno. Quanto sarebbe brutta la vita se l'uomo affacciatosi appena dovesse incontrare l'esperienza già fatta, con tutti i suoi compromessi, il male già pronto con tutte le sue armi, la laidezza matura con tutti i suoi orrori! Oh, sia benedetta l'illusione che ci lascia credere, che ci permette di amare! Dove troveremmo la deliziosa freschezza di quell'istante in cui, mentre ogni cosa intorno a noi è tranquilla e noi stessi ci sentiamo tranquilli, un campanello che scatta, un uscio che si apre, ci dà la sensazione improvvisa di avere al posto del cuore un uccello che batte le ali? E se la camera nella quale ci troviamo è buia, tosto si riempie di raggi, e se la percuote il sole noi vi vediamo danzare miriadi di stelle? Che importa se tutto ciò non ha la matematica certezza dell'abbaco? Il solo vero è dentro di noi. Quale afferrabile bellezza sarà più bella del nostro sogno?

Ricordo l'impressione disgustosa che mi diede una bimba di quattro anni; era il giorno di Natale e, trovandola che giocava con diversi balocchi degni di ammirazione, uscii ingenuamente a domandare: "Sono i doni del Bambino, nevvero?" — "Che sciocchezze! — rispose — Io non credo a queste grullerie; li ha comperati papà". Conosco una quantità di persone, oh Dio, quante! che in simile circostanza avrebbero riso; io invece trasalii con quel senso di angoscia che ci prende quando si spezza improvvisamente una cosa fragile e bella, goccia di cristallo o candore d'innocenza. Ricordo per antitesi un caldo meriggio d'estate, ed io in una traballante carrozzella accecata dal sole e dalla polvere della strada maestra. Avevo quattro volte quattro anni, buona vista e nessuna tara nel cervello, tuttavia un filo d'oro, volteggiando nell'aria, mi turbò improvvisamente. Una ninfa, una dea, forse, avevano nell'alba di quel giorno sciolte in quel posto le auree chiome ed un capello, conteso dagli zefiri, ondeggiava ancora da un albero all'altro, dall'uno all'altro cespuglio. Tutta presa dalla visione gentile, mi esaltavo poetando, senza più sentire la molestia del polverone e del caldo. Non pensai neanche per un attimo alla possibilità che un filo, strappato alla frusta del vetturino e indorato dal sole, avesse potuto creare il mirifico inganno.

Un libro che ebbe una grande influenza sul mio pensiero fu il Viaggio sentimentale di Lorenzo Sterne. Non avevo mai letto nulla di simile; mi parve quasi di trovarmi improvvisamente dinanzi a uno specchio che riflettesse una parte ignota di me. Come mai quel pastore evangelico conosceva così bene una piega riposta dell'anima mia celata a me stessa? Erano tutti i miei parenti quel viaggiatore, quel frate, quella dama della désobligence; avrei voluto non staccarmene mai; proseguire insieme ad essi il giro della terra; e non compresi allora la psicologia ironica e profonda che spezza nel punto culminante quel libro unico al mondo. Ma già la verga magica della rivelazione aveva percosso la roccia chiusa; più tardi, molto tardi al solito, quando da vent'anni non leggevo più il Viaggio sentimentale, lo ritrovai in certe attitudini del mio spirito, in certi modi di contemplare la vita: ciò senza mancare di fede alla mia appassionata ammirazione per Foscolo e per Byron, e leggendo pure con interesse la Bibbia, il dizionario delle Favole mitologiche e i versi di Guadagnoli. Eccomi assai lontana dai classici e priva di orientamento, in mezzo a letture disparate.

Continuavo a scrivere, perchè erano questi i momenti più belli della mia giornata, una valvola per mezzo della quale sfogavo pensieri, desideri, rimpianti; ed era anche una base di conversazione perchè tenevo circolo tutte le sere coi personaggi delle mie novelle, de' miei romanzi e vivevo insieme ad essi come se fossero persone reali. I piaceri della fantasia hanno sui piaceri del senso questo grande vantaggio di non trovare ostacoli alla libera espansione; la fantasia non conosce limiti nè leggi; il suo dominio oltrepassa lo spazio, stringe in un solo amplesso il passato e l'avvenire, forza i cancelli del regno della Morte. Un risveglio crudele era quando, in certe sere di feste solenni, le mie zie si mettevano in mente di giuocare a tombola; supplizio indescrivibile per me che detestavo ogni sorta di giuochi e che vedevo portarmi via i pochi istanti preziosi della mia libertà per allineare fagioli in un rettangolo di cartone. Ma poteva l'estrattore gridare tutti i novanta numeri del giuoco, ed altri ancora, che i numeri della mia cartella restavano sempre vuoti, suscitando l'indignazione della zia Nina, la quale non mancava di chiamarmi egoista, mentre io, incorreggibile ragionatrice, andavo almanaccando perchè il mio desiderio di scrivere, che non chiedeva sacrifici ad alcuno, fosse egoismo, e non lo fosse l'imposizione fatta a me di sacrificare il mio unico svago per unirmi a giuocatori che non avevano alcun bisogno dell'opera mia.


Avevo, ed ho ancora, l'abitudine di disinteressarmi de' miei scritti appena vi abbia posta la parola fine; la sola differenza sta nel fatto che ora li pubblico e allora li distruggevo. Non essendo per temperamento collettrice, tutta quella carta scritta mi dava noia. Sono d'altronde convinta di non aver disperso nessun capolavoro; vorrei anche poter distruggere, e sarebbe meglio buona parte delle mie prime pubblicazioni, ma spero che il tempo lo avrà già fatto. Al modo col quale mi sono formata, studiando a vanvera, leggendo a sorte, priva di consigli e di direttiva, dovevo necessariamente procedere a tentoni, a urti, a sbalzi, a cantonate, arrivando tardi a quella meta dove altri giungono di primo acchito. È bensì vero che alcuni critici troppo indulgenti credettero di scorgere una buona promessa in quei primi lavori abboracciati, superficiali, intinti nella pece delle cattive letture, e il pubblico, sorpreso forse di trovare nelle mie novelle la nota di un umorismo assolutamente raro nelle donne che scrivono, se ne divertì senza badare alla scorrettezza della forma e mi accolse con grande simpatia; ma io ebbi la fortuna di non inebbriarmi alle prime lodi. Riconosco in ciò una vera fortuna che auguro e raccomando vivamente a tutti i principianti. Non la quantità della lode soddisfa un solido criterio, ma la qualità. Senza fissare propriamente una meta, c'era latente in me il desiderio della qualità; sentivo di meritarmi una stima superiore a quella di semplice novellatrice, e se tanta sicurezza bastava per sorreggermi nella prova, devo confessare che solamente in seguito alla pubblicazione di Teresa si incominciò a prendermi sul serio. Ero già maritata e mamma quando scrissi quel romanzo, raccogliendo elementi psicologici che giacevano da molto tempo nel mio pensiero; da molto tempo conoscevo la vita di provincia e il mio spirito di osservazione si era lungamente indugiato sul problema della donna che rimane nubile.

Tante fanciulle posarono inconsapevoli per la mia Teresa, ed una che si chiamava veramente Teresa mi bastò vederla una volta sola. Pallida e mesta, seduta in disparte dalle sue sorelle, che giovani ed allegre scherzavano tra loro, cuciva una camicia per il fidanzato lontano, fidanzato già da dieci anni, il quale non veniva mai, ed al quale ella pensava sempre. Queste due antitesi, l'indifferenza di lui, la costanza di lei: ecco il romanzo sorto in un attimo intero e vitale. Gli altri personaggi, l'ambiente, l'intreccio, si formarono da sè; ma il rapido sbocciare di esso, fu come il fiore del pesco che sforza in un mattino d'aprile la corteccia del ramo nudo, coronando nell'improvviso sbocciare dei petali il paziente lavoro delle linfe. Non altrimenti la patetica storia della donna a cui manca l'amore germinava da lunghi anni nel segreto delle mie sofferenze, nelle ingiustizie di cui ero stata vittima, nella persecuzione che aveva attossicato fin dalle sorgenti la mia ingenua giovinezza. Era il dramma di tante anime femminili che si era ripercosso attraverso la deviazione di un'anima sulla speciale sensibilità dell'anima mia; e che avessi colpito nel segno me lo dissero innumerevoli lettere di ignote, e la loro commozione e le loro lagrime e il melanconico e pur dolce conforto di sentirsi comprese.

Non mi dilungherò a parlare dei libri che io scrissi, rammentando opportunamente il consiglio di Jacopo Todi: Dove è chiara la lettera non fare oscura glosa. Inoltre preparando queste Memorie la mia intenzione era solamente quella di far conoscere le circostanze un po' eccezionali in cui si svolsero i primi anni della mia vita, quegli anni che sono per lo sviluppo dell'uomo ciò che il sole e la rugiada sono per la pianta. Poche volte nella storia si avvertirono cambiamenti così radicali come dalla metà del secolo scorso ai nostri giorni, e se considero ciò che erano di arretrato, fin da allora, gli usi e le abitudini delle zie venute dalla provincia a dirigere la mia educazione, posso credere di non essermi ingannata troppo a giudicare che un parallelo sarebbe interessante a farsi fra quel che ero io e quel che sono le fanciulle moderne. Ma non è di ciò che devo occuparmi, giunta oramai alla fine de' miei ricordi, oltre i quali la mia personalità scompare entrando in una vita nuova, con un altro nome, in un'altra famiglia. Questa seconda vita non ho il diritto di rivelarla al pubblico; essa d'altronde aggiungerebbe ben poco alla veridica esposizione, che già feci, del come si andò raffinando fra elementi contrari quella sensibilità che non esito porre alla base del mio ingegno, qualunque esso sia. È certo che, meno sensibile, non avrei avvertito le offese fatte alla mia coscienza e ai miei sentimenti, non mi sarei rinchiusa in me a meditare, forse non avrei scritto o avrei scritto in modo diverso. Ora è proprio a questo modo che tengo più che ai maggiori elogi. Non so quanti punti mi darà in definitiva la critica; ma so che i miei lettori mi amano, so che ho fatto del bene a molti cuori titubanti, a molte anime in pena, ed è una così grande dolcezza quando la penso! Dovrei forse giustificare qualcuno de' mie primi lavori impulsivi, superficiali, sciatti nella forma e acerbi nel pensiero, ma dopo di avere qui descritta la lunga Via Crucis, che dovetti percorrere senza aiuto di Cirenei nè pietà di Marie, che cosa potrei aggiungere che non sia oscura glosa di chiara lettera? La mia opera parla per me; disuguale, come forse nessun'altra, è nelle sue stesse imperfezioni la prova migliore dello sforzo continuo verso un'ideale più alto, e in questo sforzo sta la mia giustificazione. De claritate in claritatem è la gloria dei grandi; sia il dovere dei piccoli: A tenebris in lucem.