Io fo ora come uno che, avendo colto tutti i fiori della propria aiuola, fruga ancora le zolle cogli occhi e colle dita per vedere se ne sia rimasto indietro qualcuno. Eccomi alla fine della mia vita di fanciulla, Neera non è ancor nata, quantunque il bellissimo nome scorto in un libro scolastico delle Odi di Orazio mi avesse già colpita in modo straordinario e così tenace che allorquando, più tardi, volli scegliere uno pseudonimo non tentai neppure di cercarne un altro; per il momento solo l'armonico congiungimento delle sillabe mi attrasse, stringendomi nel fascino di una nota musicale, ben lungi dal sospettare che una nota personalità fosse già sorta in me. Gli anni erano passati senza portare nessun cambiamento nella mia esistenza. Mi vedo sempre nel melanconico salottino dalla tappezzeria cupa, china sul lavoro, le membra intorpidite, tesa la mente nel vacuo e penoso sforzo dell'aspettativa che logora l'ingegno e rammollisce la fibra; etisia morale di tutte le giovinezze rinchiuse. E mi vedo alla sera a leggere a voce alta il giornale che in quei primi anni di libertà stava prendendo un grande sviluppo. Dapprima fu il Pungolo; naturalmente gli articoli di politica non mi interessavano, ma fioriva allora una volta alla settimana l'appendice letteraria e questa me la sorbivo con compunzione. Vi si parlava di Iginio Tarchetti, di Barrili, di De Amicis. Scriveva un certo Giulio Pinchetti, giovane di promettente ingegno che morì suicida e io piansi come se lo avessi conosciuto. Uscì in quei giorni Una capinera di Giovanni Verga. Chi era Giovanni Verga? Uno nuovo, un siciliano, non si sapeva altro. Ebbi occasione di leggere il piccolo volume e ne provai una intima schietta gioia. Ecco, dissi fra me, uno che si farà strada! Ed era contenta del piacere che mi immaginavo avrebbe avuto lui. Gli è che sentivo un alito di vita venirmi incontro, quella che doveva essere la mia vera vita. Perchè invece erano tutti così lontani coloro che avrebbero calmata la sete ardente dell'anima mia? Leone Fortis teneva lancia in resta nelle cronache mondane. Indimenticabile quella che scrisse a proposito di una magnifica festa da ballo in costume offerta alla cittadinanza milanese dal Prefetto conte Pasolini. C'era la Quadriglia delle carte da giuoco colle dame nei quattro diversi costumi di regina di cuori, regina di quadri, regina di fiori, regina di picche, e i quattro re in costumi analoghi. C'era una Notte impressionante di brividi e di mistero; un Fuoco da far desiderar il supplizio di Savonarola ecc. ecc. Il colmo del successo fu l'entrata nella gran sala del ballo di due elegantissime slitte russe nelle quali stavano adagiate, in nivee vesti e pelliccie d'ermellino, due delle più belle signore della nostra aristocrazia. Il mattino appresso, rimestando sul fuoco il latte della mia colazione, ripensavo a tutti quegli splendori sembrandomi che il mondo fosse più bello quando le vecchie fatine regalavano alle piccole Cenerentole la nocciuola coll'abito di stelle per assistere alla festa del Principe. Tutto quel fermento di vita, che aveva portato seco la liberazione del giogo austriaco, pulsava intorno a me. Era il risveglio di una città che, oppressa da secoli, si riscuote con un prepotente bisogno di gioia, e i rapporti della vita cittadina, allora più intimi e più ristretti, me ne lasciavano giungere l'eco tentatrice. Erano le feste, erano i corsi sul bastione di porta orientale animati dalla presenza dell'aristocrazia che vi concorreva con bellissimi equipaggi; i ricchi borghesi facevano altrettanto, e chi non poteva andare in carrozza, seguiva egualmente a piedi il giro del Corso. La ristrettezza relativa della città e il buon accordo delle classi, non ancora corrose dal veleno dell'odio, metteva il piacere alla portata di tutti e facilitava le relazioni.


Non dico questo per me, immobilizzata nel mio angolo d'ombra e nella mia parte di spettatrice, specola modesta dalla quale mi fu dato seguire il sorgere e l'ingrandire di una figura femminile, che la fortuna del nostro paese ha chiamato alla missione storica di prima regina d'Italia. Nessun titolo più glorioso cinse nei secoli una fronte di donna, nessuna donna accorse all'appello del destino, che le conferiva l'altissimo compito, con mani più colme di grazie. Ella apparve, nell'ora che l'Italia per opera de' suoi uomini migliori assurgeva alla dignità di nazione, figlia del nostro sangue, fiore della nostra stirpe, Margherita di Savoia, l'unica, la predestinata. Quando entrò diciassettenne in Milano, sposa da pochi giorni, sembrava una bambina. Seduta per la prima volta al posto d'onore nella carrozza, coi lunghi capelli biondi fluenti sull'abito di mussolina rosa, terminando di calzare sulla mano il piccolo guanto, sorrideva al pubblico con amabile candore. Piacque subito, quantunque per l'età immatura non si potesse chiamare bella, piacque e si attese; nè l'attesa fu delusione. Di volta in volta che veniva a Milano, e veniva spesso, il pubblico si mostrava sempre più conquistato; la gentilezza, il tatto, l'intelligenza colla quale rappresentava la sua parte di futura regina erano davvero sorprendenti. La maternità le portò anche il dono della bellezza, una bellezza tutta sua che sfuggiva all'analisi, bellezza di luce e di colori come una fiamma accesa improvvisamente dietro la trasparenza di una immagine. Mi indugio a proposito in questa descrizione sperando di lasciare un ritratto veritiero di Margherita di Savoia che la fotografia si è affaticata a riprodurre in centinaia di pose invano, sempre invano; che i pittori in possesso della tavolozza credettero di rendere accumulando l'oro e la madreperla, le più tenere rose e l'azzurro più delicato senza avere maggior fortuna. Solo un poeta ci diede di lei la nota giusta, Carducci. Già nei primi versi dell'Ode, in quella magnifica invocazione così travolgente di entusiasmo:

Onde venisti? quali a noi secoli —

Sì mite e bella — ti tramandarono?

sentiamo di trovarci dinanzi a una donna non comune. Quali a noi secoli ti tramandarono? Che lunga schiera di eroi, di guerrieri, di re, composero la psiche di costei che ha lo sguardo d'aquila e di colomba? Tale era veramente lo sguardo di Margherita quando nella prima floridezza dei vent'anni passava in mezzo alla folla dominandola. Ella aveva un modo speciale di guardare e di salutare in pubblico, per cui ognuno restava convinto di avere avuto individualmente quel saluto e quello sguardo. La sua presenza dava la gioia, e di questa gioia era prodiga uscendo tutti i giorni per le vie più frequentate, esercitando colla sua fine intelligenza, colla sua femminilità sempre vigile, l'arte difficilissima di farsi amare dal popolo. Aveva a tal uopo delle trovate geniali. Comparve una volta al corso estivo sui bastioni portando, invece del cappello, un velo nero alla lombarda, capricciosamente rialzato, coi cinque grossi spilloni d'argento delle contadine brianzole. Fu un ardimento e fu un successo. Ella era d'altronde una di quelle rare donne a cui tutto sta bene; le tinte più arrischiate impallidivano al confronto della sua carnagione di una freschezza meravigliosa. Ma mi accorgo di accumulare anch'io parole su parole e non riesco a far comprendere che cosa sia stata per l'Italia nuova questa regina fanciulla, come senza eccezionalità di mente, senza bellezza assoluta, senza ambizione di dominio, per la sua sola grazia, per la luce della sua anima, traesse a sè tutti i cuori. Opera profonda di politica compresa con geniale intuizione del momento, vero trionfo di femminilità regale accanto ai trionfi del re guerriero. L'Italia non deve dimenticare quanto contribuì Margherita di Savoia a rendere cordiali i legami fra reggia e popolo. Dopo il delitto di Monza non venne quasi più a Milano. La incontrai poco tempo appresso in una via solitaria della Roma moderna. Nella carrozza abbrunata che avanzava lentamente, una forma indistinta si intravedeva appena sotto il fittissimo velo di lutto; celato il dolce sguardo tra d'aquila e di colomba; assente il sorriso che aveva dominato le folle; ermeticamente chiuso il bel volto sul mistero della sua luce. Pure attraverso un movimento quasi impercettibile del velo riconobbi la linea elegante del suo saluto, quel chinare del capo così grazioso, come non vidi in altra donna mai. L'ultima visione che me ne era rimasta portava la data inaugurante la prima Esposizione di belle Arti in Venezia, dove Ella apparve nella maturità della sua avvenenza, circonfusa ancora dal duplice fascino femminile e regale che la faceva sovrana per diritto di natura e, a ritrovarla in quella via deserta della Roma moderna tanto mutata d'animo e d'aspetto, mi si strinse il cuore. Lesse Ella forse il rispettoso compianto nel breve inchino della sconosciuta, poi che con tanta grazia rispose; e se mai questa pagina dovesse per singolare fortuna cadere sotto gli occhi della Augusta Donna, voglia Ella accogliere con pari grazia l'omaggio di una suddita, che non brigò mai l'onore di esserle presentata, ma che ammirò sempre in Margherita di Savoia l'ideale realizzato della prima regina d'Italia.


Tra le molte esperienze che mancarono alla mia giovinezza, devo tener conto anche delle malattie. Io non avevo ancor visto un ammalato, quando mio padre si lagnò di un malessere per il quale fu chiamato il medico. Bassotto, tarchiato, rosso in viso, cogli occhi che sprizzavano salute, questo giudizioso seguace di Esculapio (che seppe vivere quasi novant'anni) formava un contrasto perfetto col mio povero padre, sempre triste e malinconico, alto, sottile e pallido come un cero. Il dottore tuttavia non tenne conto di questi sintomi e non ordinò medicine. Disse appena: "Su, su, non si lasci abbattere, non è il caso, lei è sanissimo, stia allegro, mangi dei buoni risotti e non pensi agli anni. Ne abbiamo sessanta? Ebbene siamo uomini, uomini capisce? non vecchi!" Se ne andò lasciandoci nel cuore una sicurezza che ci rese tutti ciechi; così all'indomani mentre egli si lagnava ancora di essere stanco e le sue sorelle gli ripetevano le parole del dottore, io, chinandomi per baciarlo, sentii che diventava freddo. Al contatto delle mie labbra mormorò una sola parola: "Mi raccomando" e mi guardò; ma la pupilla era già spenta, il suo sguardo veniva dall'al di là.

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Che dolore fu quello, non di parole nè di soverchie lagrime! Ma, come vuole il mio temperamento, discesi più profondamente in me, scavai nell'anima mia il sepolcro per quel padre adorato e da allora, non più divisa da ostacoli, soli noi due, vivemmo sempre insieme. Già fin dalla prima notte che me lo portarono via andai nella sua camera; le finestre erano aperte e vi entrava la luna. Subito fui presa da una grande dolcezza come se egli fosse ancora presente e mi dicesse "Vedi? non ti abbandono". Perchè non sarebbe vero? Io intanto lo sentivo vicino a me e mi pareva che mi guardasse. Il raggio della luna si era adagiato sul letto fluido e molle a guisa di fantasma. Mi avvicinai, tesi le braccia... "Oh! se egli potesse vedermi davvero, vedere una volta almeno quanto lo amo!" La vita ci aveva divisi, la morte ci univa in uno sposalizio d'anime. Nessuno ci avrebbe disgiunto mai più. Da quella notte il mio dolore divenne la mia forza. Incominciai allora veramente a vivere con mio padre, a interrogarlo e in ogni circostanza difficile a pensare in qual modo si sarebbe comportato lui stesso. Tenendolo così sempre presente mi sembrava di prolungare il suo soggiorno sulla terra e, poichè era entrato a far parte della mia vita interiore, non avevo quasi bisogno di parlargli: lo sentivo respirare nel respiro della mia coscienza. Pochi giorni prima di morire mi aveva detto che gli piacevo con un certo nastro rosso intorno al collo, ed io per fargli piacere lo misi ancora un giorno. La zia Nina dichiarò che ero senza cuore.