Bassorilievo di LINA ARPESANI
Se lasciando la sua forma terrena, lo spirito di mio padre non fosse rimasto così tenacemente avvinto al mio proprio spirito, se non mi fossi sentita io stessi la continuatrice, la mia solitudine non avrebbe avuto conforti. Nutrivo per il maggiore de' miei fratelli, Luigi, una ammirazione appassionata che poteva sfogarsi solamente nelle lettere di famiglia essendo lui quasi sempre assente, prima per l'Università alla quale si iscrisse giovanissimo, poi per la campagna garibaldina, poi per la scuola alla Veneria di Torino, uscendone ufficiale d'artiglieria e dando nello stesso tempo gli esami al Valentino per la laurea di ingegnere. Egli aveva ricevuto dalla natura tutti i doni del corpo e della mente, per cui un alto problema di matematica gli riusciva altrettanto facile quanto un esercizio di equitazione, di nautica o di ballo. Di esame in esame, passò allo Stato Maggiore, alla direzione della scuola di guerra, alle Ambasciate; mai una volta gli venne assegnata in sede la sua città nativa, e per quanto il nostro reciproco affetto non ne subisse menomazione di sorta, la vita ci tenne lontani non solo, ma divisi da tutto un ordine di fatti e di idee; lui brillante ufficiale della nuova Italia a contatto colle lusinghiere realtà de' suoi vent'anni, io meschina Cenerentola nutrita di magre fantasie. L'altro fratello era più giovane di noi, e il candore, la semplicità dell'animo suo me lo facevano considerare un eterno fanciullo. Aveva delle manie innocenti: per un po' di tempo si pose a fabbricare scatole e scatolini; in seguito furono libri e libriccini, detronizzati da una raccolta multicolore di bastoncini di ceralacca. Studiava anch'egli matematiche e basta l'evocazione di questa parola per comprendere la differenza intellettuale che esisteva tra me e i miei fratelli; erano orizzonti inesplorati di idee, campi di osservazione sui quali non potevamo incontrarci. Io restavo sempre prigioniera della esuberante mia attività interna. Essi discutevano del calcolo integrale e differenziale, mentre a me cantavano nelle orecchie i versi di Byron e per contrapposto gridavo al vento: "No, no, Ossian non mi piace! È noioso".
Gli ultimi avvenimenti della mia famiglia paterna corrono al loro fine. La povera zia Nina morì di vaiolo nero in due o tre giorni e Stefano, poichè io ero già accasata, rimase solo colla zia Margherita; l'anziana e il più giovane rampollo. Stefano si era appena laureato ingegnere e dal Politecnico stesso gli fu proposta la direzione di un grande stabilimento industriale a Rivarolo Ligure. Mi ero immaginata qualche volta il mio ingenuo fratellino curato di villaggio o medico condotto ad ascoltare con paziente benevolenza i peccatucci de' suoi parrocchiani, od apparire sulla soglia dei miseri casolari apportatore di sollievo a chi soffre, od anche, poichè egli era di spiriti gai e festevoli ed incline alla onesta allegria, seduto sotto una pergola brindare alla festa della vendemmia. Tutto questo sì. Ma il bamboccione che scherzava sui ginocchi della zia Nina, il timido giovinetto che sognava di toccare con una pezzuola aerea il bianco lembo di un abito verginale, il neo ingegnere che non aveva mai passato una sera fuori di casa, lanciato così di punto in bianco nel bailamme di una officina genovese, capeggiando trecento operai di modi risoluti e d'ostica favella, era una cosa che non mi persuadeva. Egli invece partì tranquillo e sereno come per una partita di pesca, portando seco la nostra cara vecchietta, o vecchiorla, secondo il mio vizio inveterato di storpiare i nomi delle persone care.
I fatti, con mio felice scorno, diedero ragione a Stefano.
Accolto sulle prime con un po' di diffidenza, quel foresto mingherlino dalla gentilezza di fanciulla, la sua franca condotta, la lealtà del suo procedere, gli conquistarono a poco a poco fabbrica e paese; i vecchi lo approvavano, lo stimavano i giovani, e le matrone con figlie da marito non gli lesinavano i loro complimenti. C'era però sempre la massa imponente di trecento operai da tenere in freno. Mio fratello si era fatto amare anche da loro sul principio di una giustizia al pari per tutti; ma della giustizia, al pari di tante altre belle cose, si possono fare almeno due versioni: una che serve per chi ha ragione e l'altra per chi ha torto. Avvenne per ciò che un bracciante, ribelle a qualsiasi persuasione di dovere, si fosse creato centro di un tale focolaio di discordia e di cattivo esempio da decidere mio fratello a licenziarlo. Il fatto in sè stesso non usciva dalle regole di una giusta disciplina, ma pare che l'operaio stesse meditando quella tale versione della giustizia a modo suo, perchè qualcuno avvertì mio fratello di stare in guardia, avendo colui giurato la sua vendetta. "Dite a colui — rispose l'anima blanda del mio Stefano — che vado tutte le sere a trovare la mia fidanzata a *** e che ritorno a buio fitto per un dedalo di viuzze tortuose dove non penetra raggio neppure nelle notti di luna, e che non porto armi".
Il 18 febbraio 1881 fui svegliata da un telegramma di Stefano che mi annunciava essere la nostra zia Margherita agli estremi. La sapevo da qualche tempo indisposta, ma ero ben lungi dall'immaginare la gravità del male. Senza pôr tempo in mezzo corsi a prendere il primo treno per Genova. Era forse la peggiore giornata di quell'inverno; freddo intenso e neve a tutto scendere; tuttavia l'impressione più violenta del maltempo l'ebbi quando, lasciandosi dietro la pianura lombarda, il treno entrò sbuffando fra le due pareti di roccia che formano la vallata della Scrivia.