Avevo avuto fino allora l'abitudine di fare quel viaggio nella stagione dei bagni, per cui uscendo dalla estiva fornace milanese tendevo ansiosa la gola riarsa al primo apparire della Scrivia, balzante di sasso in sasso, con una gaia promessa di frescura, e mi trovai invece in un deserto di neve, così triste e melanconico e desolatamente freddo, da agghiacciarmi quel po' di calore che mi restava ancora nel sangue. Oh! come può la condizione del tempo cambiare siffattamente la fisionomia di un paesaggio? Dove erano più nei villaggi liguri le piccole case dipinte di rosa colle foglie di basilico messe ad asciugare sul tetto e le ghirlande di pomodoro appese ai balconi? La neve copriva, sfondava, inabissava tutto; e insieme alla neve un vento di burrasca schiantava gli alberi ululando.
Il peggio fu quando, discesa alla stazione di San Pier d'Arena, il controllore mi strappò di mano il biglietto spingendomi fuori con grande premura di serrare le vetrate, ed io, per prima cosa, mi trovai a non vederci più, perchè una folata di vento mi aveva rovesciato il cappello sugli occhi; nè fu breve impresa districare il cappello dalla veletta avendo le mani occupate da una valigia, un ombrello, uno scialle, e il vento che soffiando proprio verso di me, mi cacciava negli occhi turbini di nevischio e mi sbatteva le sottane contro le gambe, impedendomi di fare un passo. "Un facchino! almeno un facchino per portarmi la valigia!" Cacciavo questo grido di disperazione tra i ghiacciuoli del mio fiato, ma non c'era intorno anima viva. Le poche persone giunte insieme a me, si erano squagliate in un battibaleno; attraverso le vetrate chiuse della stazione non scorgevo altro che usci chiusi. Da quella parte non c'era speranza di aiuto. Mi ingegnai allora a discendere sola la scarpata che conduce al paese, trascinandomi dietro il mio bagaglio, aguzzando gli occhi verso lo stradale per il quale doveva passare il modesto tram che conduce a Rivarolo.
Ma non si vedeva che neve. San Pier d'Arena era trasformato; case, botteghe e finestre tutte sbarrate ne avevano trasformato l'aspetto; e la solitudine e il profondo silenzio di quei luoghi così pieni di vita e la necessità di combattere ad ogni passo col vento che mi spingeva indietro incominciavano a confondere la mia abilità topografica, che non è mai stata forte, finchè vidi un sacco che scivolava lungo il muro, e sotto il sacco due gambe d'uomo. "Per carità, mi dica dove posso trovare il tram di Rivarolo!" implorai con tanto impeto che per miracolo non caddi nella neve io, la valigia, lo scialle e l'ombrello. Il sacco non si fermò, non si volse neppure dalla mia parte, solo una voce sgarbata rispose: "Eh! sì, vada a pigliare il tram oggi!" Scomparso rapidamente l'uomo dal sacco, non si scorgeva alla lettera più nessuno, nè un cane, nè un gatto, nulla. L'effetto che mi fece allora la misera vetrina di un mercantuccio, priva di imposte, col vetro sconquassato, dalle cui fessure il vento penetrava furioso facendo roteare e ballonzolare tre cuffiette da bimbo appese ad una funicella! Ma che nascono ancora bimbi in questa fine del mondo?!
Intirizzita, abbattuta dalla cattiva piega degli avvenimenti, pensando che ogni minuto di ritardo poteva essere fatale per lo scopo del mio viaggio, mi trovai dinanzi a una porticina vetrata che una tendina rossa indicava essere una osteria. Non era il caso di starci a discutere sopra; picchiai risolutamente. Una donna grassa e lenta venne ad aprirmi, guardandomi con indifferenza, ma alla mia domanda dove avrei potuto trovare il tram di Rivarolo, disse subito che non c'era nemmeno da pensarci, con quel tempo, un tempo mai visto! Replicai se fosse possibile trovare una carrozza. "Ma chi vuol mai che metta fuori una carrozza con quest'ira di Dio?" soggiunse l'ostessa, e concluse suggerendomi di dormire la notte a S. Pier d'Arena, che l'indomani si sarebbe provveduto.
Ma la mia insistenza a voler partire dovette essere stata ben tenace, perchè mezz'ora dopo salivo in un trabiccolo che giaceva abbandonato nel cortile, uno di quegli antichi omnibus chiamati in paese scimmie, non so perchè; una vera carcassa spelacchiata che aveva perduto l'imbottitura, sulla quale dal soffitto sforacchiato nevicava come in piazza e vi nevicava certo da parecchie ore essendosi già formato una specie di rivoletto che dovetti saltare alla meno peggio per prender posto sullo stretto sedile dove rimasi appollaiata: rassegnata oramai alla mia sorte apersi l'ombrello. "Cara zia Margherita, in quale stato l'avrei trovata?" Questo era il pensiero dominante, il pensiero unico, mentre lo strano veicolo a trabalzi e a scossoni mi portava attraverso un deserto di neve verso la tristissima meta. Ma prima ancora di giungervi dovetti abbandonare la mia arca, per il fatto della sua mole antiquata, che non le permetteva di passare negli stretti vicoli che precedevano la casa di mio fratello, nella quale potei finalmente entrare solo dopo di avere sfangato un mezzo metro di neve per praticarmi un passaggio.
C'erano tutti e due i miei fratelli, e dall'espressione dei loro visi, compresi che tutto era finito. Mi confermarono che era morta nella notte e prima di entrare in altri particolari, vedendo che gocciolavo da ogni parte, mi trassero dinanzi al caminetto acceso e lì stettimo noi tre, soli superstiti della nostra famiglia, a ragionare di tante piccole cose lontane che in quel posto e in quell'ora acquistavamo una trasparenza di rivelazione. A un tratto Luigi mi disse: "Vuoi vederla?" "Certamente" risposi, ma le forze non erano con pari prontezza sicure e il cuore mi palpitava di pietà. Tuttavia volli rimanere sola colla mia cara morta.
Volli che ella mi vedesse in quell'attimo di suprema verità. Giaceva bianca e morbida nella cassa aperta. Un leggero gonfiore intorno alle guancie le aveva raddolcito i contorni, rischiarata la carnagione. Il suo volto asciutto, tormentato dall'ardore, si era composto nella divinità della morte. Nessuna traccia più delle sue collere violente, nè de' suoi sarcasmi. O mia Màrgula cara, Dio, che non ti aveva concesso le ali dell'angelo, in premio delle tue virtù ti aveva dato la spada del guerriero, e quella brandendo combattesti le tue battaglie per il bene. Come riposi ora tranquilla, Màrgula, Margulina mia! Le parlavo a voce alta, non so se colla speranza che avesse da intendermi, o per il semplice bisogno di intrattenermi ancora una volta con lei, sotto la protezione del mistero di cui sentivo l'augusta presenza; nè mi accorsi del tempo che fuggiva, nè mi fu breve l'indugio. La voce sommessa dei miei fratelli dalla saletta mi chiamò ripetutamente. Allora mi chinai per l'ultimo addio sul feretro che tra poco avrebbe risuonato dei colpi, sinistri del martello: Addio per sempre! Una lagrima cadde da' miei occhi su un ramicello di camelie regalatomi poc'anzi dalla moglie del dottore e che mi era rimasto fra le dita. Con movimento istintivo posai fiore e lagrima sul petto della cara estinta, mormorando: "Lo sai, ora, che ti voglio bene?..."
Uno dopo l'altro tutti i miei vecchi sparivano così, lasciandomi un gran vuoto nel cuore. La zia Carolina si era abbattuta sull'inginocchiatoio, un mattino, mentre recitava le orazioni, chiudendo senza malattia la serena vecchiaia trascorsa nella pace degli affetti domestici, nella casa avita eretta sulle rocce del castello che aveva appartenuto alla famiglia di suo marito, serbando fino all'ultimo il suo dolce e composto sorriso, la sua tenera affezione per me, tanto ricambiata, ricordata sempre.
Ultima rimaneva la zia Claudia, trascinando quella sopravvivenza a sè stessa che è la forma più malinconica dell'invecchiare. Il corpo che si trasfigura perdendo le linee e i colori, il brio di vita che si ottenebra a poco a poco, anticipando nella mente il buio dell'al di là, accompagnano la dipartita dell'essere caro di uno sconforto, quasi una umiliazione che nessuno se non l'ha provata può intendere. Oh! bello trasvolare, come la zia Carolina, dall'uno all'altro mondo prima che la malattia ci afferri, che la decadenza ci scomponga, trasvolare, puri d'anima e di corpo, in una elevazione dello spirito a Dio! Già da qualche anno la povera zia Claudia era entrata in quella trasformazione di tutta la persona che fa dire con una frase popolare, ma efficacissima: "Non è più lei!" E intorno a lei, nell'isolamento pieno di tristezza e di rimpianti in cui viveva, ogni cosa era cambiata, logora, sfasciata, morta innanzi ancora che lei morisse. Un peggioramento improvviso, del quale non fui avvertita, pose fine alle sue sofferenze.