Nel treno, che mi conduceva a Caravaggio il giorno del funerale, pensai che vedevo questo paese per l'ultima volta, e nel mettere piede sull'ampio viale del Santuario, mi sentii battere il cuore. Tutta la mia vita risorgeva da quell'oasi, dove avevo passato i più bei giorni della mia infanzia e dove sapevo di dover trovare solo una nuda bara. A passi lenti, con una esitazione sacra per tutte le memorie che si ridestavano in me, mi avviai verso il paese, fermando gli occhi su ognuna di quelle fronde, su ognuno di quei muricciuoli o di quelle panchine tra albero e albero come per fissarne il disegno nella mia mente. Entrai nella piccola chiesa di San Bernardino, alquanto profana nel suo barocco voluttuoso e nelle pieghe delle cortine che abbracciano gli altari con morbidezza di alcova, ma tanto cara alla mia visione fanciullesca per i bei colori dell'ornamentazione e per quell'aria vecchiotta che in ogni tempo mi tenne sotto il suo fascino. Dinanzi all'arco a tre porte che mette al paese, colla statua della Madonna campeggiante nel mezzo, fiancheggiata da due angeli che imboccano la tromba, una attrazione magnetica mi fece volgere gli sguardi sullo squallido fabbricato, a destra entrando, così squallido e repulsivo, ma che si illuminava a' miei occhi di ridenti e splendenti immagini perchè, appena voltato l'angolo, sapevo di trovare quella reggia di tutti i sogni, che era la casa dei miei nonni. "Dopo, dopo — dissi per calmare la mia impazienza — anzitutto il dovere"; e voltai a sinistra dove per viuzze secondarie delle quali improvvisavo il ricordo passo a passo, giunsi a quella che era stata la dimora della zia Claudia.
Nelle rare ed affrettate visite, che le facevo durante gli ultimi anni, per non perdere un solo istante della di lei compagnia, non uscivo nemmeno dal salottino angusto in cui si spegneva la sua attività, che era stata così grande, così prodiga di sè stessa. Questa volta invece, sapendo di non tornare più, volli compiere un giro pietoso nelle stanze deserte, sotto il portico, attraverso il giardino, un giorno così lieto di fiori, di frutta e di fanciulli. Ad ogni passo era una desolazione; del giardino non restava più nulla; alberi e fiori divelti, appena qualche erbaccia, pestata dai gatti, macchiava qua e là il terreno di chiazze giallastre fra le quali razzolavano tre o quattro galline, sollevando mucchietti di terriccio. Filosofo e prigioniero, solo l'alloro rimaneva appoggiato al muro, curve le rame sulla fossa dell'immondezzaio. Mi sovvenni allora che egli mi aveva ispirato una delle mie prime riflessioni sui rapporti fra la natura e l'uomo. Dovunque girassi lo sguardo i ricordi sorgevano. Riconobbi la sedia sulla quale la zia Claudia faceva sedere le povere donne che venivano a farsi strappare un dente o a prendere consiglio dal dottore; non serviva mai per nessun altro e giaceva ancora sotto il portico, quantunque il dottore fosse morto da molti anni; giaceva rudero abbandonato in mezzo alle altre rovine, ai muri che si scrostavano, ai parati stinti, ai mobili appannati, agli specchi opachi; vecchiaia e distruzione di tutte le cose intorno a una povera vecchia, che si era sentita morire ogni giorno un poco, insieme alla sua casa che moriva. Salii, da ultimo, la breve rampa dello scalone, dove volava un tempo il mio piede leggero per andare a beccuzzare i chicchi oblunghi d'uva galletta, che dal giardino saliva a vestire il terrazzo di grappoli biondi, dei quali rimaneva, unico ricordo, un macabro intreccio di ceppi arsicci e contorti. Posava sovr'essi in quel momento una cocciniglia rossa che mi parve l'anima sopravissuta della mia prima gioventù. E sulla parete dello scalone — oh! sorpresa dolcissima — ecco intatti i versi dell'Edmenegarda quali io ve li scrissi:
«O giovinette, gioia vereconda....».
Ed ora l'ultimo pellegrinaggio, il più tenero, il più doloroso. Da molti anni non attraversavo il paese, dall'infanzia forse. Affacciandomi alla piazza mi parve di sognare. Fra me e le cose intorno si interponeva uno spazio confuso, come se il tempo trascorso vi avesse sospesi veli di nebbia a rendere i contorni meno materiali. Qualche indizio di tale stato d'animo dovette trapelare dalla mia persona, perchè dalla soglia delle botteguccie, dinanzi ai canestri delle ortolane, alcuni curiosi stavano a guardare questa incognita con una certa meraviglia per il fatto che se un forestiero va a Caravaggio, ci va per il Santuario e non per vedere il paese. Avevo una gran voglia di gridare: "Badate, non sono forestiera, ho conosciuto questo paese prima di voi, vi ho succhiato il primo latte...". Fantasticava: "se incontrassi la mia nutrice? o i suoi figli? o la mercantina che mi vendeva gli spilli dai variati colori? ma no, vaneggio, tutti sono morti!...". Improvvisamente mi trovai dinanzi ad un ammasso di calce mostruosamente tormentata e sforacchiata che mi diede l'esatta impressione di un pugno negli occhi. Oh! Dio, cos'è questo? Una casa in stil novo, in stile liberty? E ciò a Caravaggio!
Una malinconia sottile si impossessò del mio spirito; mi sentii straniera, atomo disperso di una generazione lontana. Il senso della morte non mi era mai apparso così generale e profondo negli uomini, nelle cose, nel pensiero, nel sentimento. Ma quando la vidi, essa, l'arca santa dei miei anni migliori, la casa benedetta dei miei nonni, non ebbi più alcun pensiero, nè di morte, nè di vita. Dovetti appoggiarmi alla casa di contro, perchè mi si piegavano i ginocchi, e di là guardai attraverso le palpebre umide, le sei finestre della bella facciata semplice e la finestretta dell'ammezzato dove la zia Carolina mi insegnava:
«Arlequin tient sa boutique».
Vedevo pure di scorcio la chiesetta di S. Giovanni dove mio padre e mia madre si erano sposati, e una grande tenerezza mi disfaceva il cuore. A passi guardinghi, come se stessi per commettere un delitto, traversai la strada e mi avvicinai alla porta. Era chiusa. Trattenendo il respiro mi posi in ascolto. Nessuna voce, nessun rumore. Tremavo in tutte le vene. Quel piccolo ordigno di ferro sul quale le mie pupille si fissavano ipnotizzate era il saliscendi che la mano piccoletta aveva premuto tante volte.... La mia commozione è al colmo, non posso resistere, il desiderio è più forte di me. Appoggio un dito e la porta si apre scampanellando. Che momento!
Al suono improvviso accorse una servetta chiedendomi chi cercavo. Non avendo alcun piano prestabilito, dissi a caso il primo nome che mi passò per la mente, intanto che i miei occhi frugavano ansiosi l'andito, delusa di trovarlo non più quale era rimasto nella mia memoria, ma scialbo, triste e muto, imbiancato da cima a fondo come un sanatorio, in luogo della calda tinta ambrata d'un tempo che sembrava trattenere sulle pareti il palpito della vita. Avrei voluto andare avanti, penetrare nelle stanze, nella cucina sonora di voci, splendente di terse stoviglie, vedere se qualche vestigio rimanesse ancora dei tempi felici; chiudere gli occhi e trovare al buio la bella sala colle paradisee e lo spicchio di cocomero dipinto sul soffitto, l'angoluccio dova la vecchia Teresa preparava il corredo della mia bambola, la camera ridente dei miei sonni infantili colle ampie tende azzurre a ghirlande di rose che palliavano sulle finestre i primi raggi del mattino; ma la servetta teneva aperta la porta con un tacito invito. Per guadagnar tempo le chiesi a chi apparteneva ora la casa; mi disse che vi abitava il direttore dell'ospedale, e questo fu l'ultimo colpo della realtà che disperse i dolci fantasmi del passato. Un istante ancora, un ultimo sguardo, ferma sulla soglia ad invocare l'impossibile miracolo, poi uno scroscio di pianto ricacciato in gola e la fuga.
Epilogo
Eccomi alla fine di queste memorie scritte fra gli spasimi della carne e i tormenti dello spirito, costretta a tutte le rinuncie, inchiodata sulla mia croce, mentre intorno a me imperversa l'orribile guerra facendomi sentire crudelmente l'umiliazione della mia impotenza. Incominciate senza sapere neppure se il male che mi distrugge avrebbe consentito di condurle a termine, compie oramai l'anno da quando vergai le prime parole in una chiara alba di luglio; ed oggi, come allora, dal breve angolo del mio terrazzo, che mi è consentito vedere, il caprifoglio spande la sua fragranza, la glicine che non ha più fiore agita sullo sfondo del cielo le rame vaporose, maggiorana e menta esalano la canzone silvestre dei giardini primitivi.