Quando, acerba fanciulla, in certi mattini d'inverno indugiavo sola presso il focolare scrivendo con un fuscello un nome nella cenere, la vita mi stava davanti ed i miei sguardi vi si figgevano ansiosi, ma tutto era buio e mistero. Ora che mi sta alle spalle la contemplo nella sua interezza e mi chiedo se la vita, questa vita che edificai io stessa colle mie passioni e colle mie illusioni, mi ha dato tutto quello che io cercavo. Pensando alla infinità dei beni che mi furono negati, agli ingiusti apprezzamenti, all'infanzia compressa che mi lasciò per sempre l'incertezza, l'impaccio, la timidità sofferente di coloro che portarono a lungo una catena al piede, dovrei concludere che la vita mi fu matrigna e tiranna. Eppure trassi da essa le maggiori gioie che io abbia mai desiderate: amare e pensare e avere nelle mie mani un istrumento per esprimere tutto ciò. Poichè non mi prese mai desiderio di lusso e di ricchezze, e l'ambizione e la vanità mi furono del tutto ignote; abitai l'anima mia; come i califfi delle novelle orientali abitavano i loro palazzi, lungi dai rumori della folla, chiusi tra giardini meravigliosi dove saliva il canto delle fontane in zampilli d'argento e la sabbia dei viali era cosparsa di pietre preziose. O meglio, sì, meglio ancora, uno di quei conventi sospesi tra cielo e mare, sovra un picco inaccessibile, laggiù nell'Asia profonda, cinti dal misterioso silenzio delle solitudini.
Dovrei lagnarmi della vita se, ad onta dei limiti ristretti tracciatimi dal destino, ebbi tutto il possibile di ciò che mi piacque? Non ho io conosciuto gli slanci dell'anima verso la bellezza infinita e le divine estasi del pensiero, accostandomi riverente alla comunione dei grandi? Quale rovescio di fortuna, fra quelli che da un giorno all'altro distruggono la felicità di una famiglia, potrebbe togliermi la inenarrabile dolcezza delle ore trascorse nell'estasi di un sogno? Ed anche oggi, che tutto è finito, che i miei giorni si chiudono nel dolore e nello spasimo, ti benedico mille volte o vita, poi che tu mi donasti i due grandi beni spirituali di poter pensare e di saper amare. Nata idealista muoio nella fede ideale. Tutte le colpe del mondo non riescono a provare che la virtù non esiste; il solo desiderio che noi abbiamo di essa è un segno della sua presenza fra gli uomini.
Vedere solamente il male è una manchevolezza di chi guarda, non un errore della natura. Noi possiamo essere tanto sfortunati da non incontrare, nel corso della nostra esistenza, un solo campione che ci faccia credere nel bene; ma come avremmo noi coscienza di questo bene se non lo sentissimo nei più profondi abissi del nostro io? Dobbiamo credere più agli altri che a noi stessi? Sarebbe come disconoscere il più alto suggello della divinità posto sulla nostra fronte. Sono convinta che la forza, dalla quale trassi il modo di resistere alle scoraggianti esperienze della mia giovinezza, fosse appunto questa attitudine sicura della mia coscienza, la stessa per la quale ad onta della mia triste infanzia non mi sono mai sentita interamente infelice. Citare in proposito un verso di Dante può sembrare soverchia presunzione ma, è pur vero che l'uomo, pari alla «fronda che flette la cima» non resiste contro i disinganni se non opponendo la propria virtù.
Siate interni, dice l'Apostolo; queste due parole dischiudono un mondo. I beni esterni vengono e vanno; solo ciò che noi abbiamo nell'anima rimane. Rimane immortale quando il genio di Marco Aurelio, di Leonardo o di Dante ne imprima la vasta orma nei secoli; ma filtra pure modestamente di generazione in generazione, sorretto dalle piccole virtù quotidiane, che formano la dignità della famiglia e una non spregevole forza delle nazioni.
Più avanzavo negli anni e più sentivo svilupparsi in me la pensosa anima di mio padre. A mezzo secolo dalla sua morte io lo interrogo ancora e più che mai mi rammarico di non aver prese maggiori notizie su di lui da quel vivente archivio della famiglia che era stata la zia Margherita. Ebbi, però, recentemente la fortuna di trovare un grosso volume di lettere dove figurano quasi tutti i miei parenti e la gioia della scoperta fu tale che dura tutt'ora, mettendomi nella comunione così intima della corrispondenza epistolare, non solo con quelli fra essi che conobbi ed amai, ma anche con altri morti prima che io nascessi.
Che fascino sottile hanno le lettere dei morti? Si pensa al momento in cui le scrissero, lo si rivive insieme, si dice: "Mai più immaginava che io dovessi leggerla!" Ci prende uno scrupolo, un tremore riverente di fedele in presenza di una reliquia. Come si aprono adagio per timore di sciuparle! E si fanno delle scoperte, troviamo delle sorprese; un nome, una data, un accenno che ci rischiarano su tante cose passate; sorrisi e lagrime di vita vissuta, cuori dei nostri vecchi che si aprono a noi dai loro sepolcri.
Lettere intorno al 1830-40 della mia mamma in collegio alla mamma sua ed alle sorelline; foglietti rosei od azzurri e nelle grandi circostanze incorniciati di arabeschi d'oro; frasette scolastiche riboccanti di gentilezza e di tenerezza, pari al grazioso cinguettare di uccelletti da un albero all'altro. Di un interesse più serio, e per me quasi sacro, è la corrispondenza dei miei genitori prima del matrimonio. La loro unione ostacolata da gente invidiosa e maligna che tentava con basse calunnie di staccare i fidanzati è il motivo dominante di queste lettere, nelle quali l'amore sincero, appassionato e impaziente di mio padre non si disgiunge mai da una grande elevatezza di sentimento e di rispetto, a cui la fanciulla risponde con dolce ritegno, colla riservatezza del pudore femminile e di un affetto al quale non osa abbandonarsi, finchè non fosse caduta ogni vergognosa insinuazione e dileguati i sospetti che rendevano esitante il padre a dare il consenso per le nozze.
È in questa corrispondenza che rintracciai la frase di mio padre posta per epigrafe alle presenti memorie: «Che gran dono è il sentire! È aver Dio in noi». Si può trovare una definizione più bella, più vera, più profonda? Essa spiega e completa il motto dell'Apostolo citato più sopra. Io, quando la lessi la prima volta, ne ebbi un barbaglio come di rivelazione. Conobbi mio padre e mi riconobbi in lui.
A tutti coloro che lodano il mio talento rispondo sempre con perfetta buona fede, che ciò che essi chiamano talento non è altro che una sensibilità superiore alla quota comune. Ognuno crede di averla questa sensibilità e invero una sensibilità l'hanno, ma non questa. Rammento che da bambina salii un giorno sul palco altissimo che serviva al pittore Moriggia per affrescare la volta del Santuario di Caravaggio: (forse il medesimo dove mia madre prestò la sua delicata bellezza a impersonare la dolce figura di Ruth, ma più probabilmente in quello dove campeggia matronale Giuditta reggendo con una mano la testa di Oloferne) La zia Carolina, che era con me, osservò come alcune parti delle figure le sembrassero esagerate e Moriggia; a spiegarle che per ottenere un effetto di naturalezza sullo spettatore che le avrebbe osservate dal basso della chiesa era necessario tener calcolo della distanza e dipingerle più grandi del vero. Manco dire che, se io parlavo poco, ascoltavo però molto e quelle parole di Moriggia, confermate da osservazioni mie particolari, non mi uscirono più dalla mente; mi sembra di poter spiegare colla medesima legge delle distanze la differenza che passa tra la sensibilità dell'artista nell'atto della concezione e quella del pubblico che la comprende e la gusta. Perchè una statua, un quadro, una partitura di musica, un libro, giungano a dare il fremito della vita a quelle fredde cose che sono la creta, la tela, una cassa di violino o un foglio di carta è evidente che l'artista deve aver sentito in un modo sovrumano. L'affermazione magnifica di mio padre «È aver Dio in noi» riconosce in Dio la sola forza creatrice. Dio, il mistero; Dio, la vita. L'ingegno poi è altra cosa; è quella che unita al profondo sentire crea l'opera d'eccezione, il capolavoro. Fuori dal campo dell'arte vi è pure la sensibilità dello scienziato, quella acutezza intuitiva che fa scoprire a Newton e a Galileo in due fatti di ordine comune due forze nuove della natura.