Il terrazzo, che dal mio letto vedo appena di scorcio, rappresenta il desiderio di molti anni trasformato in una crudele ironia. Molti anni desiderai questo asilo di pace al disopra del brulichio della città, aperto sotto il cielo, diviso dagli uomini per tutti gli arbusti e i fiori che avrei saputo radunarvi, prodigando le mie ultime attività al misterioso germogliare della terra che suole attirare chi è prossimo a entrarvi per sempre. Ma non appena in possesso di questo modesto desiderio un male, che nessuna scienza di medico sa guarire mi inchiodò, fra due materassi dai quali guardo il mio terrazzo, come Mosè guardava la terra promessa, senza potervi entrare.

Pure nell'alba di questo mattino, simile a tutti gli altri da quindici mesi, un improvviso senso di dolcezza, quasi tenero alitare di gioie perdute, ecco si impossessa improvvisamente di me in una rapida ebbrezza del senso che subito dilaga al cuore. Che è questo profumo che mi viene incontro dagli obliati sentieri della mia infanzia, della mia giovinezza? Profumo di orti lontani, di piccoli verzieri sepolti nell'ombra di una fitta vegetazione, un po' umidi, dolcemente romantici? È la maggiorana colla sua canzone «Stella Diana quante foglie ha la vostra maggiorana?» È il timo? «Timo t'amo; di giorno ti vedo, di notte ti bramo?» È la santoreggia dall'odore acuto, ornamento dei davanzali contadineschi? È la selvatica menta cara agli amori dei gatti in fondo ai giardini abbandonati?

Oh! profumi lontani, profumi dei miei giovani anni, io vi affidai alla terra colla nostalgica fedeltà della mia anima provinciale, e voi mi ritornate in quest'alba serena col richiamo misterioso del villaggio nativo che fa voltare indietro il pellegrino giunto alla fine del sentiero. Mi tendo per quanto lo consentono le membra indolorite, verso il terrazzo aspirando la brezza che me ne trasporta gli aromi, inghiottendola con un gusto di ambrosia. E sono felice! Si, per un istante, guardo in volto questa indescrivibile cosa: la felicità.

················

Il cielo si colora a poco a poco, gli uccelli incominciano a pispigliare, tubano i colombi nell'abbaino sopra il tetto; tra non molto la campanella medioevale del palazzo Bagatti-Valsecchi farà sentire i flebili rintocchi che un tempo chiamavano i fraticelli a mattutino. La suora credendomi addormentata rinchiude delicatamente vetri e imposte. Io continuo al buio il viaggio retrospettivo delle mie memorie.

Non ho mai avuto l'abitudine di tenere un giornale. Dando vita ai tanti personaggi della mia fantasia non pensavo a scrivere di me per me; molto meno per il pubblico. Tuttavia, qualche volta, rievocando la mia giovinezza, la trovavo così diversa da quella delle fanciulle d'oggi, che mi avveniva di riguardarla non più come cosa mia, ma come buon soggetto di romanzo psicologico cambiando nomi, luoghi, fatti. E però neanche questo miscuglio di vero e di falso mi accontentava, perchè il solo pregio di un libro vissuto, soggiungo, la sua sola ragione di essere, è l'assoluta sincerità. In caso contrario, avviene come per i romanzi storici, che non sono nè romanzo nè storia. È ben vero che noi italiani abbiamo in tal genere un capolavoro, ma io non mi chiamo Manzoni e i capolavori non sono affar mio.

Parlavo una volta di questa tentazione delle memorie con Gustavo Botta, e chi lo conosce può dire se per ingegno, per coltura, per specialissimo senso critico fosse facile trovare un interlocutore più idoneo al consiglio. Manifestandogli le mie titubanze conclusi con una ragione che mi parve la più convincente di tutte: essere cioè la mia vita così spoglia di avvenimenti di rilievo che non avrei saputo da qual parte rifarmi per darle un qualsiasi interesse.

Gustavo Botta rispose: La storia di un'anima è sempre interessante e per quanto ella sia modesta vorrà credersi meno interessante della sua Teresa?

Lì per lì la ragione mi parve buona. Se Teresa, che è la più umile fra le eroine dei miei romanzi, ottenne forse il maggiore successo, potevo scendere in lizza anch'io con qualche speranza. Ci pensai un giorno o due, poi il tempo passò e non ne feci nulla.

È il concorso di diverse circostanze che fa ora risorgere la tentazione. In primo luogo l'infermità, la quale, privandomi d'ogni forma di vita e spezzando i miei legami col mondo, mi rigetta più che mai nella attività interiore, che fu veramente il perno di tutta la mia esistenza, parte per temperamento, parte in forza delle cose. Che può mai fare una disgraziata prigioniera di se stessa, se non rigirarsi nel breve spazio della catena che la configge al letto? Ma questo lavoro da Sisifo, questo inutile rotolare di pensieri nella gora morta del rimpianto, non ha nulla di comune col soffio creatore che mi investì nell'alba di stamane. Io non sono più oggi quella di ieri, la grazia è discesa sul mio capo. Non penso più se devo scrivere per me o per il pubblico, non domando consiglio agli amici. Ascolto la voce della mia zia Margherita nella canzone delle erbe odorose, rivedo il suo sorriso sarcastico e la sua nera pupilla simile a un granello di pepe sciolto in una lagrima di pietà. Intorno a questa singolare figura di donna sorgono tutti i fantasmi del passato; io li sento agitarsi e correre a nuova vita nel mio cervello. Il dio ignoto mi investe, mi domina, mi prende in servitù d'amore. Obbedisco.