Erano le famose Cinque Giornate del quarantotto. Mio padre e mia madre abitavano in via Monte di Pietà la casa segnata ora col numero 9 di rimpetto al palazzo della attuale Cassa di Risparmio sulla cui area sorgeva allora il palazzo del Genio militare, al quale i cittadini avevano dato l'assalto, terminato felicemente coll'atto audace di Pasquale Sottocorno che diede fuoco alla porta, come è noto.

Molte volte, attraversando la contrada così signorilmente tranquilla dove sono nata, mi figuravo le lotte sanguinose di cui fu teatro in quei giorni e lo spavento di mia madre per quelle fucilate che le entravano in camera. Già ad una finestra della medesima casa era caduto ferito mortalmente l'Anfossi, patriota nizzardo, che armato di un fucile aveva tenuto testa alle scariche del palazzo del Genio. Fu allora che un fratello di mia madre, lo zio Bona, pensò di salvarmi nascondendomi sotto il suo tabarro e col piccolo fardello vivo sulle braccia scavalcando il muro del giardino, via per altri giardini consecutivi, mi portava in salvo dalla mia nonna, che abitava in quelle vicinanze.

Ed ancora molte volte, leggendo le lapidi che in via Monte di Pietà ricordano i nomi sacri alla patria di Federico Confalonieri, di Pellico, di Porro Lambertenghi, pensavo che avrebbe potuto trovar posto anche un ricordo per l'Anfossi e per il Sottocorno in quella via e in quel quartiere, che è tutto un documento prezioso per la storia del nostro risorgimento nazionale. Perchè senza uscire dal Monte di Pietà troviamo la casa dove andò sposa Clara Maffei e nella vicinissima via Manzoni quella dove morì e tra l'una e l'altra nella stretta, solitaria, antichissima via Andegari l'ultima dimora di Carlo Tenca, tutti uomini che devono far balzare di tenerezza e d'orgoglio il cuore di noi milanesi, e che possiamo riassumere chiudendo la breve elissi di questo quartiere eroico fermandoci reverenti dinanzi alla targa che alla estremità di esso fissa per i posteri col nome di Giuseppe Verdi una delle glorie più pure d'Italia, l'aedo canoro delle aspirazioni di un popolo.


Sono nata a Milano, ma i miei genitori non erano milanesi. Essi appartennero alla grande fiumana che dalla provincia accorre continuamente ad alimentare di sangue nuovo le arterie delle grandi città. Si erano incontrati, amati e, dopo qualche contrasto da parte della famiglia di mia madre che si credeva forse superiore per ampiezza di mezzi e parentele distinte, sposati; ma di quel primo soggiorno in via Monte di Pietà non ho altre memorie oltre la fuga attraverso i giardini narratami dallo zio Bona molti anni più tardi. Lo zio Bona si chiamava Bonaventura, ma essendovi due cugini dello stesso nome per cui avvenivano malintesi ed equivoci, mia madre aveva sciolta la questione affidando a suo fratello la prima parte del nome, Bona; a un cugino la seconda parte, Ventura; all'altro cugino il nome intero, Bonaventura. E furono contenti tutti e tre.

Nella piazzetta di S. Giuseppe c'è una casa, che ha la porta nell'angolo, che conta ora tre piani, ma che ne aveva allora solamente due; del soggiorno a quel secondo piano ho un vago barlume di ricordanza nel quale non si concreta nessun fatto.

La mia vita, la mia infanzia, la mia giovinezza fino ai vent'anni, si svolse tutta in una casa del Corso Vittorio Emanuele, in un appartamento affondato oltre due cortili, lungi dai rumori del Corso, colle finestre principali aperte sopra una sfilata di giardini in fondo ai quali si disegnava aerea sull'orizzonte la guglia maggiore del Duomo. Nei vent'anni colà trascorsi si decise tutto quanto il mio destino. Dall'andito di quella porta, che ora si vede tagliato a mezzo da una vetrata, ma che in quel tempo si prolungava come un canocchiale sullo sfondo verde degli alberi, entrarono i sogni, le illusioni, gli inganni dell'età prima e da quella porta uscirono le bare dei miei genitori.

Esiste ancora un dagherotipo dove sono ritratte tre giovani donne, mia madre e le sue sorelle, sedute in fila una accanto all'altra; sopra uno sgabello ai loro piedi si vede e non si vede una piccola forma, che potrebbe essere tanto un bambino quanto una bambina, insaccata in una lunga e larga pellegrina dalla quale esce in alto una testa rasata (era allora un'opinione per far crescere i capelli) e in basso due scarpette ineleganti colle calze a borzacchino. Mi hanno detto che sono io.

Infatti, ripensandomi a quegli anni, devo convenire che il dagherotipo non può avermi soverchiamente calunniata. A traverso le imperfezioni di quest'arte, che precedette di poco la fotografia, quel piccolo volto triste e pensieroso dovette proprio essere il mio; persino la positura, che mi ingobbisce contro i ginocchi delle persone che mi stanno a tergo, dà l'immagine perfetta della mia infanzia curva e depressa. Non ho che a guardare le bambine del giorno d'oggi accarezzate, vezzeggiate, infronzolite di trine e di nastri, ridenti e spensierate colle loro chiome date agli omeri sotto il breve ritegno di un nastro roseo o celeste, petulanti e felici, capricciose e felici udendo ripetere dai genitori anzitutto, e poi dagli altri, che sono belle, carine, intelligenti, per sentirmi ancora nelle ossa il freddo della mia infanzia e, riportando gli sguardi sul vecchio dagherotipo, provare l'impressione di affondarli in una gora morta piena di ombre.

Chiesi un giorno (non sono moltissimi anni) alla più giovane delle sorelle di mia madre, la dolce e sorridente zia Carolina: — Dimmi la verità, da piccola ero molto cattiva? — Oh! — rispose con un gran gesto d'affetto — eri tanto buona, tanto ubbidiente! — E allora perchè la mamma mi sgridava sempre? — Chinò la testa la mia dolce zia sospirando: — Poveretta, devi compatirla, si sentiva sempre così male! — È con un profondo senso di sollievo che posso scrivere oggi queste parole a spiegazione di un ingenuo sfogo infantile da me riprodotto in un tentativo, assai male riuscito, di autobiografia, e che alcuni critici presero alla lettera senza darsi la pena di interpretarne la psicologia. Fu certamente quell'ingenuo sfogo di un cuore, che si sente solo, il mio primo passo verso la consolazione. Ne ho perfetto ricordo; sento ancora l'impulso irresistibile, mi vedo in punta di piedi, colla matita alzata a scrivere sul legno di una gelosia «Ho nove anni, sono brutta, la mamma mi sgrida sempre». Era questo il grido spontaneo della mia infanzia senza baci, senza giuochi, priva di quelle blandizie che nei primi albori colorano di rosa ogni oggetto intorno. Probabilmente sarò stata povera di spirito e di intelligenza; è certo che non sentii mai vantare da nessuno la mia intelligenza e nessuno citò mai le mie arguzie. All'età in cui le altre bambine sono già conscie dei propri meriti ed hanno già maliziette o grazie di donna, io non ero che un povero bacherozzolo rinchiuso nel proprio guscio. Timida, seria, incapace, nè di fare, nè di comprendere uno scherzo, il giorno stesso, che affidai ad una gelosia quel famoso documento del mio essere, ero rimasta mortificata e inquieta perchè lo zio Cecco, altro fratello di mia madre, prendendomi il ganascino aveva detto: «Ah! biricchina, hai gli occhi tinti di carbone!» e, mentre protestavo la mia innocenza, egli rideva, rideva.