Erano dunque cause interne ed esterne che contribuivano a rendere poco lieta la mia infanzia; io scontrosa, acerba, non avendo vicina neppure una bimba della mia età, portata dal temperamento e dalle circostanze a ripiegarmi su me stessa; la mamma già delicata, resa sempre più debole dalle frequenti gravidanze, ridotta a quello stato di nervosismo e di irascibilità, a cui accennava la mia buona zia Carolina, e che ben conoscono le donne gracili quando hanno assolto il compito di conservatrici della specie in misura superiore alle loro forze. Ebbi la fortuna in questi ultimi giorni della mia vita di venire in possesso di una voluminosa corrispondenza famigliare, che ha rischiarato molti punti oscuri dei miei ricordi mettendomi in presenza di persone morte prima che io nascessi, di altre intese appena a nominare, di altre amatissime e perdute. Attingendo a questa fonte genuina conobbi mia madre meglio che nei pochi anni vissuti insieme.

Ecco, dapprima, le letterine eleganti su foglietti arabescati che dal collegio scriveva alla madre in occasione del di lei onomastico; lettere tenere e rispettose, dove il pronome in terza persona è rigorosamente conservato; poi quelle alle sorelline, riboccanti d'affetto; infine la corrispondenza con mio padre durante il lungo periodo del fidanzamento, inutilmente contrastato da invidiosi e da maligni (queste lettere sono tra le più pure che mai amanti si sieno ricambiate); finchè dalla ritenutezza della fanciulla si giunge alla frase appassionata della sposa felice, che nelle brevi assenze di lui trova vuoto il mondo. È durante una di queste assenze, che mi vedo ricordata per la prima volta con queste parole che non dovevo mai udire dalle sue labbra «l'angioletto nostro, la nostra adorata bambina». Ma allora io ero ancora presso la nutrice e lei nella pienezza della gioventù.

Sul cielo grigio e nuvoloso delle mie più antiche memorie si apre uno sprazzo di luce che compendia tutta la felicità della mia infanzia; è duopo però che io menzioni prima un'altra delle mie grandi infelicità: la scuola. Credo che pochi sieno andati a scuola così mal volontieri come andavo io. Ne conobbi due di scuole: in entrambe la mia esperienza fu eguale. Regolarmente riuscivo antipatica a tutte le maestre; ai professori no, nemmeno a quello d'aritmetica, che si accontentava di guardarmi con benevola compassione quantunque io terminassi i corsi senza sapere la somma, (come non la so al presente). Fra le compagne cercavo affetto, ma difficile riusciva l'accordo assoluto, perchè fin da allora avvertii quell'ostacolo, quella specie di malinteso fra me e i miei simili che doveva fare di me una solitaria; che se talvolta l'acceso desiderio potè indurmi a credere realizzato il sogno, troppo sovente seguì il disinganno, a scuola e poi.

L'insegnamento ai miei tempi era una miseria. Per le famiglie della borghesia la scuola privata non lasciava altro scampo. Vi si accumulavano prima inferiore e prima superiore, seconda inferiore e seconda superiore così fino alla quarta superiore, dalla quale si usciva a educazione finita senza conoscere un solo verso di Dante. In compenso, quando il professore si trovava a corto di argomenti per la sua lezione, ci leggeva una poesia di Arnaldo Fusinato. Il difetto principale di quelle lezioni era la mancanza assoluta di un concetto regolatore. Invece di incominciare dal principio e procedere gradualmente con nozioni chiare, legate da un nesso logico di continuità, a fanciulle ignoranti, quali noi eravamo, ci scaraventavano addosso una specie di estratto Liebig indigesto e confuso sull'origine delle lingue romanze. Un altro giorno erano idee generali sul secolo XV. Oh, perchè proprio il secolo XV diviso dagli altri secoli e campato in aria come un cervo volante attaccato ad un filo? Forse per farci sapere queste notizie da dizionario? «Cristoforo Colombo, nato a Cogoleto sulla riviera di Genova verso la metà del secolo XV, morto a Valladolid nel 1506. Il solo nome basta alla gloria di un uomo tanto grande, quanto infelice».

«Ambrogio Calepino da Bergamo moriva nei primi anni del secolo XVI. A questo dottissimo filologo siamo debitori di un vocabolario tanto celebrato, onde venne ai dizionari latini il nome di Calepino».

Se un ammasso di nomi e di date così arido era il meno atto a fissare l'attenzione nostra e ad interessarla, non vi riusciva nemmeno il seguente fioretto di letteratura accademica che ci dettarono:

«Il Poliziano nasceva nell'anno 1452 a Montepulciano. D'ingegno profondo, versatile, prontissimo, cattivossi giovinetto con alquanti facili versi la stima e l'affetto di Lorenzo il Magnifico e visse lautamente la breve sua vita nei ceppi dorati della corte Medicea. Fu ad una filosofo e filologo, poeta e prosatore di chiarissimo nome, ed ebbe così facili le lingue del Lazio e della Grecia, che in esse scriveva colle grazie e le elette forme di Tibullo e di Anacreonte.

«Colla tragedia lirica dell'Orfeo da lui come fama improvvisata in due giorni pel teatro dei Signori Gonzaga di Mantova, favoriva efficacemente lo sviluppo della letteratura drammatica in Italia e coll'epico frammento sulla Giostra di Giuliano dei Medici illeggiadriva l'ottava ancor stentata del Boccaccio e sgombrava la via all'Ariosto e al Berni. Moriva quarantenne il giorno stesso in cui Carlo VIII di Francia entrava in Firenze e lo dissero di carattere invido scostumato ed attaccabrighe».

Non riusciva, perchè nessuna di noi sapeva nulla di Lorenzo il Magnifico, meno ancora di Tibullo e di Anacreonte e ignorava affatto l'entrata di un Carlo VIII in Firenze; e non ce la spiegarono nemmeno dopo questo dettato.