Due cose sono veramente riprovevoli nella satira gigliana, una invincibile tendenza alla personalità, e la ipocrisìa delle lodi a Cosimo III, che era pure il gran protettore degli odiati Don Piloni. Del primo peccato lo assolve in parte la infelicità del secolo, che, fatto silenzio sui principii, anelava la satira personale che li adombrasse; al contrario del secol nostro che vuole, o almeno dice di volere, una pura discussione di principii. Oltre che il mal'esempio, ai tempi del Gigli, veniva dall'alto, e le sue Lettere al Medici non sono che una obbedienza al gran Principe di Toscana che pure ordinando la canzonatura dichiarava il canzonabile cavaliere di ottimi e cristiani costumi, e di nascita nella sua insigne patria delle più ragguardevoli, e per ambedue i capi meritevole d'ogni stima[58]. Quanto alle lodi al Granduca vorrei poter dire che sono un'ironia e la forma iperbolica vi si presterebbe, se non fosse comune in quel tempo. Pur troppo su questo punto è men difendibile che sull'altro della ritrattazione, fatta quand'era già povero e vecchio e dopo molte persecuzioni.
VI
Con meno larghe e audaci intenzioni, ma con personalità anche più insistente, e però con arte che più sente la efficacia delle forme dialettali, procede la satira di Paol Francesco Carli (1680-1752). Egli da Monsummano, dove era Vice-Parroco, si recava spesso alla prossima villa Ferroni con tre o quattro amici per canzonare con impareggiabili sonetti Giovan Paolo Lucardesi, maestro del Borgo a Buggiano, prosuntuoso grammatico e poeta officiale di tutte le feste dei dintorni. A lui, col nome di Bietolone, è dedicata l'Accademia dello Scherno; per lui scrive Pier Francesco Bertini la Gianpagolaggine, prosa polemica miracolosa a que' tempi; per lui compone il Carli la Svinatura, e più arguti della Svinatura i Sonetti, dove torna ricucinato con mille salse sempre nuove e piccanti il famoso sproposito del Cristo crocifisso e trino messo dal Lucardesi in un sonetto per un Predicatore. Nessuno meglio del Carli seppe rapire le più tenui fragranze e i colori più vivi a codesto fiore della poesia popolare. Nativo e abitante di quella Val di Nievole, che un secolo dopo dovea produrre Giuseppe Giusti, non ha nè può avere di questo gl'intenti civili, ma ne ha il gusto infallibile e delicato. Le finezze della sua satira non si ritraggono per descrizioni; bisogna citar degli esempi. Eccone alcuni.
Ove il discorso sia un po' concitato e breve la proposizione, il nostro popolo ha non di rado l'uso della battologìa, uso ripreso da tutti i Vocabolaristi come vizioso, e che un mio caro e spiritoso maestro, Jacopo Jozzelli[59], chiamava, un parlare col manico. Il Carli, alludendo sempre all'accennato sproposito del Cristo trino, adopra mirabilmente codesto vizio popolare, e mette in bocca a una vecchina questo lamento:
Uh! che gentacce, Vergine Maria!
Che cosa ha detto mai che cosa ha detto
Che voi gli abbiate a perdere il rispetto
E trattarlo con tanta scortesia?
Fare ad un prete simile angheria
Non cadde in petto mai non cadde in petto