(è il poeta che parla a una Signora)

Ruba, uccide e distrugge, ed in quest'ora

Qualche bellezza a te vuol portar via.[54]

Tutti sanno l'orgoglio professorale de' Gesuiti; egli lo morde in un sonetto dove finge che un fanciullo, andatosi a confessare nella loro chiesa di San Vigilio, domandi al padre confessore il segreto d'imparare presto e bene il latino. Il Padre, allungando il dito verso un quadro rappresentante S. Anna che insegna leggere alla sua bambina, risponde:

Figlio, quella è la Vergine Maria

E non farà miracoli finch'Ella

Non venga a scuola nella Compagnìa.[55]

E dei danni della educazione gesuitica parla nelle liberissime ottave intitolate Il Seminario degli affetti, recitate nell'Accademia senese, presente Mons. Forteguerri, a cui toccan gli ultimi e iperbolici complimenti del Poeta[56]. Il Gigli amava e stimava molto il nostro illustre concittadino, e se lo finge anche cooperatore nella sua spropositata corrispondenza da Roma col Cav. Luigi Medici fiorentino, che era un balordo e si teneva gran letterato.

Accanto ai Gesuiti mette il terribil senese i loro seguaci, o, com'ei li chiama, i Don Piloni, brutta e numerosa compagnìa di beghine, di barboni e di adoratori di San Cresci, il nuovo santo di Cosimo, che la Chiesa, con suo gran dispiacere, non gli riconobbe.[57]

Gli scritti del Gigli sono una delle più belle e forti proteste della libertà e dignità umana in un tempo nel quale di codeste virtù era perduto anche il nome, e tutto anzi il linguaggio dalle falsità accademiche era facilmente degenerato nelle falsità morali. Nè ci voleva meno di questa satira con fine certo ed accettabile anche dagli onesti; spesso trascendente a accenni scandalosi e a sfacciataggini personali; armata di stile appuntato non nelle officine dei grammatici ma sul lastrico delle vie, all'aere aperto e spazioso delle vecchie piazze plebee, per far risentire la putrida società toscana di codesto tempio.