Deh perchè lui non veggio? E chi mel serra?
Or mentre contemplando ei così giva,
Si ruppe il salcio e diè del c... in terra.
Codesti sonetti nell'andamento e nell'improvviso della chiusa ne richiamano alcuni recentissimi del nostro bravo Fucini, come La Tavola girante e La meccanica universale. Ma quel che preme concludere è che tutta la satira sopra accennata va sotto il nome di Poesia giocosa, come sotto il nome di Rime piacevoli, vanno anche i Capitoli di Niccolò Forteguerri.
V
Nel secolo successivo, rimanendo fermo lo scopo antiautoritario, la satira piglia forme sempre più varie e moltiplici; ora grave e allegorica negli episodi dei poemi, ora svelta e leggiadra nelle canzonette e negli epigrammi, ora sdegnosa ed ironica nei sonetti e nei Capitoli. Essa comincia a sentire la virtù dell'influenza popolare, la quale, al contrario dell'influenza accademica, è appunto varia e multiforme. Ma codesta virtù non dà subito frutti generali e adeguati. «Nella prima metà di questo secolo (osserva uno scrittore moderno)[48] agitata da tante guerre e mutazioni politiche alle quali i popoli soggiacquero senza prendervi parte, mal potevano trovar luogo le lettere; giacchè mancavano per dar loro vita e vigore, gli agi della pace e le passioni dei tempi burrascosi.» Ma se dopo la pace di Aquisgrana i nuovi dominatori, vista la necessità di sottrarre il nostro paese ai pregiudizi, agli errori, alle ingiuste disuguaglianze introdotte dal Governo spagnolo, poterono efficacemente favorire gli studi della giurisprudenza e della pubblica economia, e riformare gli stati, non fu certamente senza influenza della scuola satirica, specialmente in Toscana. «Può la satira (dice il Giusti) quando ha cessato di essere uno specchio delle cose che sono, rimanere a documento di quelle che furono, e in certo modo supplire alla storia.»[49]
Abbiamo veduto nei Capitoli la satira del Forteguerri; vediamo ora brevemente quella del Gigli, del Carli e del Crudeli, che furono, insieme al nostro, gl'immediati precursori del Gozzi, del Baretti e del Parini.
Girolamo Gigli (1660-1722) ha con la schietta favella tutta l'ingenua franchezza, gl'impeti passionati, le bizzarre fantasìe del suo popolo, più quello che non poteva mancare a un buon senese di quel tempo, un po' d'odio contro Firenze. I suoi scritti satirici sono molti e vari, in prosa e in versi, commedie e racconti, storie e aneddoti, ritratti e caricature. Notabile per bizzarria fra tutti questi scritti è il Gazzettino[50], e nel Gazzettino la diciottesima Spedizione, contenente La finta conversione di Madama Adelaide, scrittura che compendia tutto il veleno della satira del Gigli. Laico e ricco, egli non ha i ritegni del Forteguerri a pubblicare i suoi scritti, e l'ingegno seconda mirabilmente la libertà dell'animo. Egli si ricongiunge per molte parti al Tassoni, da cui ha pure imprestato un nome, quello del Conte di Culagna per appiccicarlo al Conte Fede[51], gran bacchettone e amministratore di Cosimo III in Roma. Anche il Gigli ha il suo aristotelismo da combattere ed è la Crusca; il suo spagnolismo ed è la Compagnìa. E tutto ei fa servire da arnese di guerra, anche le opere filologiche, come il Vocabolario Cateriniano, contro di cui tanto si accesero le ire cruschevoli del Granduca da ordinarne un bel falò.[52]
L'ipocrisìa era per il Gigli la pestilenzia toscana,[53] e in Toscana era quello il secol d'oro della ipocrisìa; contro di essa dunque bisognava volgere tutte le ire. Nè con questo egli circoscrive troppo il campo delle sue pugne, perchè tutti gli altri vizi non sono per lui che una brutta famiglia di codesto mostro.
Mentre dice costui l'avemmaria