IL RICCIARDETTO


(VOLUME I)

GIOVANNI PROCACCI NICCOLÒ FORTEGUERRI E LA SATIRA TOSCANA DEI SUOI TEMPI

I

Di Niccolò Forteguerri parlano gli storici della nostra letteratura in modo o inesatto o incompleto. Alcuni giudicano del Ricciardetto come non avessero pur veduto la lettera ad Eustachio Manfredi[1], dove l'autore dichiara l'occasione e l'indole del Poema. I men trascurati limitano al Poema i loro giudizi, e si aiutano d'ingegnose induzioni, dimenticando le poesie minori, e anche le Epistole in versi che vanno sotto il nome di Capitoli, senza lo studio delle quali non si può bene intendere né il Ricciardetto nè il suo poeta. È di questi Capitoli, indegnamente dimenticati, che io intendo principalmente occuparmi; e perchè rivelano tutto l'animo del Poeta, e perchè danno carattere storico e autorità morale alla satira toscana della prima metà del secolo XVIII.

La pubblica biblioteca del R. Liceo pistoiese, oltre ad un codice contenente venticinque Capitoli, già tutti pubblicati[2], ha anche un MS. intitolato: «Vita dell'Ill.mo e Reverend.mo Monsignor Niccolò Forteguerri»; breve scrittura di uno dei due fratelli del Poeta, il Prior Bernardino, inedita, secondo io credo, e meritevole di rimaner tale. Ma poche e difettive sono le biografie del Forteguerri, nè al tutto scevra d'errori è la bella Vita che ne scrisse latinamente Angiolo Fabbroni, che pur fu assistito nell'opera da Mons. Giacomelli, concittadino e amico del Poeta[3]. È per questo che la scrittura del fratello Bernardino non può trascurarsi. Essa è studiabile anche nei suoi silenzi, anche nelle sue ingenuità, per non dire ne' suoi errori; ed io ne prendo ora occasione a qualche notizia circa il Forteguerri e i suoi tempi.

D'ordinario il fratello biografo si allarga nelle cose familiari e minute; quelle che a noi sembrano più importanti, o le omette, o le accenna fuggitivamente. Ci fa sapere che Niccolò è nato nel 1674, il 6 Novembre, a mezz'ora di notte; ci recita tutti i nomi di battesimo, e i nomi e i titoli del compare, e anche del suo sostituto; ma dei veri titoli di gloria del suo fratello non se ne cura. Narra che nel 1716 Monsignore è a Pistoia per l'incoronazione della Madonna dell'Umiltà, e fa bene a occuparsi di codesta festa, perchè Niccolò ne fu veramente il promotore e la parte principale[4]; ma della scommessa amichevole che dette origine al Poema, fatta in quello stesso anno, anzi proprio in codesta occasione[5], neppure una parola. «Giudica bene apporre in fine la Nota di tutti i libri sì manoscritti che stampati e delle tante altre composizioni che son venute alla luce tanto in vita che dopo morte di detto Monsignor Niccolò»; e fra i libri e i manoscritti ne annovera soltanto cinque, mentre a noi per solamente contare i manoscritti ora esistenti ci è voluto del tempo, e dimolto. Fu prudenza o ignoranza quella del Prior Bernardino? Certo egli è più fratello del Don Abbondio manzoniano che dell'autore del Ricciardetto, e continua, credo io, a far le parti del furbo e del pauroso per conto di Niccolò anche dopo la sua morte.

La giovinezza del Forteguerri s'incontrò nel bel mezzo del ducato di Cosimo III, nel fiorire del Gesuitismo e nel nascere e fiorire dell'Arcadia. Non è un bell'incontro! Ma l'aria ossigenata dell'appennino toscano tutto ottunde e consuma, e domò anche, almeno in parte, la ferrea natura di Cosimo. A ogni maniera di prepotenze e di affettazioni il popolo toscano oppone un'arme invincibile, il ridicolo; e non quel ridicolo romoroso e volgare che si annunzia e ti dà difesa, ma quel ridicolo fine e silenzioso che non scopre il feritore ed ammazza il ferito.

Spesso la storia della stampa di un libro è la storia di un governo. Nella pubblicazione del Lucrezio del Marchetti c'è tutta la storia del dispotismo ipocrita di Cosimo III. Protesta il povero traduttore del suo cattolicismo, e vuol mettere il lavoro sotto l'egida del Sovrano; ma il Sovrano ha più paura del traduttore e non se ne fa nulla. Il lavoro è chiesto in copia da gran letterati stranieri, da principi, da cardinali, e gira per tutta Italia e fuori, come, qualche anno dopo, il Ricciardetto, come, un secolo più tardi, i Versi del Giusti. Non importa; giri il Lucrezio, giri il Ricciardetto, girino i Versi, ma non si faccia lo scandalo della stampa. Che povera e ugual cosa è il dispotismo di tutti i tempi!