Dai legami di così bassa e corrotta società si liberò il Forteguerri per la singolare bontà e semplicità dell'animo, come più tardi per la forza e libertà dell'ingegno doveva sciogliersi da ogni servilità accademica. Dannato dalla nascita al clericato, di dodici anni ricevè la prima tonsura[6]; e ognun sa che a codesto fato anche le nature più ribelli finivano col sottomettersi, per non avere il danno e le beffe, e non prolungare di troppo quella crudele ipocrisia dei festeggiamenti, così bene svelata nei Promessi Sposi, con la quale, e monache, e frati, e preti erano accompagnati al sacrifizio. Niccolò ci fu accompagnato anche con pensioni e benefizi, del che si rallegra il Prior Bernardino che pare fosse, oltre che lo storico, anche il fattore della nobile ma non molto ricca famiglia. Dopo gli studi primi nei Collegi di Pistoia e di Siena e dopo la laurea di Pisa, «da noi e da molti dei nostri parenti (dice il fratello biografo dandosi un po' d'aria) si pensò di doverlo mandare a Roma»; per dove infatti partì il 1 Decembre 1695. Ritrovati qui alcuni vecchi condiscepoli e fatta camerata con loro, entrò allegramente nella baraonda curiale senza dimenticare la vita pistoiese, rammentatagli caramente dalla presenza dello Zio materno, Mons. Agostino Fabbroni (creato poi Cardinale nel 1706), al quale la madre Marta lo aveva raccomandato.
Col principiare del secolo, a venticinque anni, egli diè pubblicamente il suo primo e solenne saggio letterario, recitando in Vaticano l'orazione latina nei funerali di Innocenzo XII. Inutile il dire che confermò in così grande occasione la buona fama che già si era acquistata negli studi delle lettere e della giurisprudenza.
La Curia Romana avea sempre più bisogno d'ingegni forti ed acuti per difendersi contro lo spirito di riforma che agitava anche gli uomini più schietti e timorati, e per mandare innanzi quella politica doppia e simulatrice che adoprò sempre utilmente sotto specie d'imparzialità. Ora poi che la guerra della successione di Spagna minacciava tutta l'Europa, un'ambasciata a Filippo V era proprio il fatto suo. Ne fu incaricato Mons. Zondadari, e gli eletti a seguirlo come Segretari furono l'abate Grimaldi e l'abate Forteguerri.
Se fosse stato vero ciò che di quel Monarca cantava un caro e venerato amico di Niccolò, Eustachio Manfredi, cioè che innamorava con gli occhi i venti e le onde, talchè pacificava le sue mille Provincie
Usando il ferro no, ma il guardo altero,[7]
bisognerebbe dire che S. M. cattolica dovette essere in codesta occasione molto avara delle sue occhiate. Infatti gli ambasciatori, appena imbarcati a Genova, furono subito dall'ira dei venti e delle onde balestrati sulle coste della Sardegna; e giunti con gran pena a Madrid, trovarono il Re, che, avaro sempre delle suddette occhiate pacificatrici, si preparava a partire per l'Italia, dove il principe Eugenio correva vittorioso i suoi domini. L'ambasciata dovè partire col Re, si trovò alla battaglia di Luzzara, e quando la Corte, per altre necessità di guerra, ritornò in Spagna, dovè pur seguitarla.
Un viaggio così fortunoso e affrettato non fu senza danno della salute di Niccolò; sebbene il fratello biografo, lasciando della salute, ci dice soltanto «che moltissime spese la casa dovette fare per simile congiuntura». Però da varii luoghi delle lettere familiari si rileva che Niccolò era annoiato della dimora in Madrid e dell'ufficio di segretario, onde chiese ed ottenne il richiamo, che dovette essere sui primi del 1705.
Da questo momento egli rientra nella gran vita curiale, di cui percorre di grado in grado gli uffici fino al segretariato di Propaganda[8], e dimora in Roma (tranne qualche villeggiatura o missione) fino alla morte (17 Febbraio 1735); non odiato da nessuno, stimato dai dotti, benvoluto dai quattro Pontefici che servì, e solamente un po' trascurato sotto Benedetto XIII per aver partecipato alla nobile opposizione del Cardinale Fabbroni, nella nomina del vituperevole Mons. Coscia al cardinalato.[9]
II
Il ventennio che corre tra il ritorno da Madrid e la elezione di Benedetto XIII è veramente il bello e operoso periodo della vita di Niccolò. Gli affetti familiari; gli amori femminili tanto in lui più tremendi quanto più contrastati nella loro legittima affermazione; gli uffici suoi pieni di noie e di contese; le ansie mescolate d'applausi infruttuosi per le sue poesie più franche e vivaci[10]; le ambizioni spesso deluse e sempre invano combattute, fanno tempesta nell'animo suo onestissimo, la quale non tace affatto nei versi per monacazione, si annunzia di tratto in tratto nel Ricciardetto e romoreggia tutta nei Capitoli.