Lo studio di questi, utilissimo a chiunque brami conoscere i costumi romani, e specialmente della Curia, nel Secolo XVIII, è assolutamente necessario, come dissi, a chi voglia bene intendere l'ingegno e l'animo del Forteguerri. Nè vi mancano preziosi accenni al suo Ricciardetto. In un Capitolo del 1725, per citare un esempio, è detto chiaramente così:

Ho dato alla perfine compimento

A quel poema di Ricciardo mio.[11]

La qual cosa, scritta a un amico con cui ha continua relazione epistolare, ci fa certi che il poema fu terminato non prima di codesto anno, come siam certi che fu cominciato nel 1716[12]. Ora se avesse letto i Capitoli, e veduto codesto luogo, non avrebbe un illustre storico moderno sentenziato, fra le altre cose, che il Ricciardetto fu scritto per iscommessa un canto al giorno.[13]

Le persone a cui egli manda i Capitoli sono i pochi e più intimi amici. Ai fratelli, a cui dava del Lei, nessuno. Tra gli amici quello a cui più tocca delle sue confidenze, è Liborio Venerosi[14], fratello a Brandaligio di arcade fama; patrizio pisano dei Conti di Strido, ma nato da una pistoiese e dimorante in Pistoia; uomo pieno di studi, e, per i tempi, liberissima e schietta natura. Si lascia andare anche col Tolomei[15] e col Buti;[16] ma le gioie, i dolori, gli sdegni, li versa tutti nel cuore del suo Venerosi. Sono mandati quasi tutti da Roma a Pistoia, e scritti come improvvisando, senza ricopiare, e talora anche senza rileggere, come è chiaro per certi poscritti che sono negli autografi[17]; cosicchè il contrasto tra i suoi uffici e la sua vocazione vi è espresso con ammirabile candore ed efficacia. Il sentimento che vi domina, con forma alternata d'elegìa e d'invettiva, è di paragone e di antitesi tra la libera quiete della sua città, a cui anela, e il servilismo e la lussuria di Roma che detesta:

O mio Liborio, se vedessi quello

Ch'io veggo troppo spesso e che m'annoia

Sì che invidio chi dorme entro un avello,

Perdio non usciresti di Pistoia,

Ancor che Dante la chiami una tana