Che cosa n'abbi fatto?

Io me le son mangiate.

Stupenda satira contro le candide ipocrisie dei Pastori Arcadi e le loro bestiole predilette! Tanto più che per le colombe la cosa non procede netta come per gli agnelli, dopo la famosa comparazione dantesca del V dell'inferno a proposito di due adulteri, poco castamente illustrata da Cristoforo Landino.[65]

VIII

Nei veri artisti l'influenza popolare spesso più che formale ed esterna è intima e sostanziale, resultante cioè da quel complesso di sentimenti e d'immagini, di costumanze e di tradizioni che disegnano la fisonomia d'un paese. Ho già accennato che la parte formale di codesta influenza fu sentita massimamente dal Gigli e dal Carli, in minor grado dal Crudeli, e men che tutti dal Forteguerri. La pratica degli affari e la lunga dimora in Roma han dato allo stile del prelato pistoiese maggior severità e comprensione, e alla sua lingua una più larga italianità. A conferma di ciò sarebbe superfluo ripetere citazioni già fatte dei Capitoli; ma perchè si potrebbe obiettare che in codesta satira fiera e sdegnosa anche lo stile è naturalmente grave e concitato, ricorriamo pure al Poema, e particolarmente a quel luogo del Canto XII dove Ciapino e Lisa improvvisano alcune ottave villesche. Leggiamo soltanto le prime due:

L'amore ch'io ti porto, Lisa mia,

La non è mica cosa naturale,

Io stimo ch'ella sia qualche malìa

Fattami da talun che mi vuol male;

Perchè a far nulla non trovo la via,