Si soave è lo inganno etc. (cfr. Mandr., III).

[V. 1]

DORIA sola.

Io non risi mai più tanto, né credo mai più ridere tanto, né in casa nostra questa notte si è fatto altro che ridere. Sofronia, Sostrata, Oleandro, Eustachio, ognuno ride. E' s'è consumata la notte in misurare il tempo, e dicevamo: ora entra in camera Nicomaco, ora si spoglia, ora si corica a lato alla sposa, ora le dà la battaglia, ora è combattuto gagliardamente. E mentre noi stavamo in su questi ragionamenti, giunsero in casa Siro e Pirro, e ci raddoppiarono le risa; e quel che era più bel vedere, era Pirro, che rideva più di Siro, tanto ch'io non credo che ad alcuno sia tocco questo anno ad avere il più bello né il maggior piacere. Quelle donne mi hanno mandata fuora, sendo già giorno, per vedere quello che fa il vecchio, e come egli comporta questa sciagura. Ma ecco fuora egli e Damone. Io mi voglio tirar da parte per vederli, e aver materia di ridere di nuovo.

[V. 2]

DAMONE, NICOMACO, DORIA.

Da. Che cosa è stata questa tutta notte? come è ella ita? Tu stai cheto. Che rovigliamenti di vestirsi, di aprire uscia, di scendere e salire in sul letto sono stati questi, che mai vi siate fermi? Ed io, che nella camera terrena vi dormiva sotto, non ho potuto mai dormire, tanto che per dispetto mi levai, e trovoti che tu esci fuora tutto turbato. Tu non parli, tu mi pari morto; che diavolo hai tu?

Ni. Fratel mio, io non so dove io mi fugga, dove io mi nasconda o dove io occulti la gran vergogna nella quale io sono incorso. Io son vituperato in eterno, non ho più rimedio, né potrò mai più innanzi a mogliema, a' figli, a' parenti, a' servi capitare, lo ho cerco il vituperio mio, e la mia donna me lo ha aiutato trovare, tanto ch'io sono spacciato. E tanto più mi duole quanto di questo mio carico tu anche ne partecipi, perché ciascuno saprà che tu ci tenevi le mani.

Da. Che cosa è stato? Hai tu rotto nulla?

Ni. Che vuoi tu che io abbia rotto? Che rotto avess'io il collo!