Fra. Voi, madonna Sostrata, avete, secondo mi pare, messo un tallo in sul vecchio.
So. Chi non sarebbe allegra?
Fra. Andianne tutti in chiesa, e quivi diremo l'orazione ordinaria; dipoi, dopo l'ufficio, ne andrete a desinare a vostra posta. Voi, aspettatori, non aspettate che noi usciamo più fuora, l' ufficio è lungo, e io mi rimarrò in chiesa, e loro per l' uscio del fianco se ne andranno a casa. Valete.
[CLIZIA]
Canzone
cantata da una ninfa e da due pastori.
Quanto sie lieto il giorno,
Che le memorie antiche
Fa ch'or per me sien mostre e celebrate,
Si vede, perché intorno
Tutte le genti amiche
Si sono in questa parte raunate.
Noi, che la nostra etate
Ne' boschi e nelle selve consumiamo,
Venuti ancor qui siamo,
Io ninfa, e noi pastori,
E giam cantando insieme e' nostri amori.
Chiari giorni e quieti,
Felice e bel paese,
Dove del nostro canto il suon s'udia;
Pertanto allegri e lieti,
A queste vostre imprese
Farem col cantar nostro compagnia.
Con si dolce armonia,
Qual mai sentita più non fu da voi;
E partiremei poi,
Io ninfa, e noi pastori,
E torneremei a' nostri antichi amori.
PROLOGO
Se nel mondo tornassero i medesimi uomini, come tornano i medesimi casi, non passerebbero mai cento anni, che noi non ci trovassimo un'altra volta insieme a fare le medesime cose, che ora. Questo si dice, perché già in Atene, nobile ed antichissima città in Grecia, fu uno gentiluomo, al quale, non avendo altri figliuoli che uno ma schio, capitò a sorte una piccola fanciulla in casa, la quale da lui infino all'età di diciassette anni fu onestissimamente allevata. Occorse dipoi, che in un tratto egli e il figliuolo se ne innamorarono, nella concorrenza del quale amore assai casi e strani accidenti nacquero, i quali trapassati, il figliuolo la prese per donna, e con quella gran tempo felicissimamente visse. Che direte voi, che questo medesimo caso pochi anni sono seguì ancora in Firenze? E volendo questo nostro autore l'uno delli dua rappresentarvi, ha eletto il Fiorentino, giudicando che voi siate per prendere maggiore piacere di questo che di quello. Perché Atene è rovinata, le vie, le piazze, i luoghi non vi si riconoscono. Dipoi quelli cittadini parlavano in greco; e voi quella lingua non intendereste. Prendete pertanto il caso seguito in Firenze, e non aspettate di riconoscere o il casato, o gli uomini, perché lo autore, per fuggire carico, ha convertiti i nomi veri in nomi finti. Vuol bene che, avanti che la commedia cominci, voi veggiate le persone, acciocché meglio nel recitarla le conosciate. Uscite qua fuora tutti, che il popolo vi vegga. Eccoli. Vedete come e' ne vengono soavi? Ponetevi costi in fila l'uno propinquo all'altro. Voi vedete: quel primo è Nicomaco, un vecchio tutto pien d'amore. Quello che gli è a lato, è Cleandro, suo figliuolo e suo rivale. L'altro si chiama Palamede, amico a Cleandro. Quelli due che seguono, l'uno è Pirro servo, l'altro è Eustachio fattore, dei quali ciascuno vorrebbe essere marito della dama del suo padrone. Quella donna che vien poi, è Sofronia, moglie di Nicomaco. Quella appresso è Doria sua servente. Di quelli ultimi duoi che restano, l'uno è Damone, l'altra è Sostrata sua donna. Ecci un'altra persona, la quale per avere a venire ancora da Napoli, non vi si mostrerà. Io credo che basti, e che voi gli abbiate veduti assai. Il popolo vi licenzia; tornate drento. Questa favola si chiama Clizia, perché cosi ha nome la fanciulla che si combatte. Non aspettate di vederla, perché Sofronia, che l'ha allevata, non vuole per onestà che la venga fuora. Pertanto se ci fusse alcuno che la vagheggiasse, avrà pazienza. E' mi resta a dirvi come lo autore di questa commedia è uomo molto costumato, e saprebbegli male, se vi paresse nel vederla recitare, che ci fusse qualche disonestà. Egli non crede che la ci sia: pure quando e' paresse a voi, si escusa in questo modo. Sono trovate le commedie per giovare, e per dilettare agli spettatori. Giova veramente assai a qualunque uomo, e massimamente ai giovanetti, conoscere l'avarizia d'un vecchio, il furore di uno innamorato, gl'inganni di un servo, la gola d'uno parasito, la miseria di un povero, l'ambizione di un ricco, le lusinghe di una meretrice, la poca fede di tutti gli uomini; de' quali esempi le commedie sono piene, e possonsi tutte queste cose con onestà grandissima rappresentare. Ma volendo dilettare, è necessario muovere gli spettatori a riso, il che non si può fare mantenendo il parlare grave e severo; perché le parole che fanno ridere, sono, o sciocche, o ingiuriose, o amorose. È necessario pertanto rappresentare persone sciocche, malediche, o innamorate, e perciò quelle commedie, che sono piene di queste tre qualità di parole, sono piene di risa; quelle che ne mancano, non trovano chi con il ridere le accompagni. Volendo adunque questo nostro autore dilettare, e fare in qualche parte gli spettatori ridere, non inducendo in questa sua commedia persone sciocche, ed essendosi rimasto di dire male, è stato necessitato ricorrere alle persone innamorate ed agli accidenti che nell'amore nascono. Dove se fia cosa alcuna non onesta, sarà in modo detta, che queste donne potranno senza arrossire ascoltarla. Siate contenti adunque prestarci gli orecchi benigni, e se voi ci satisfarete ascoltando, noi ci sforzeremo recitando satisfare a voi.