SOFRONIA sola.
Chi conobbe Nicomaco uno anno fa, e lo pratica ora, ne debbe restare maravigliato, considerando la gran mutazione ch'egli ha fatta. Perché soleva essere un uomo grave, risoluto, rispettivo. Dispensava il tempo suo onorevolmente. E' si levava la mattina di buon'ora, udiva la sua messa, provvedeva al vitto del giorno. Dipoi s'egli aveva faccenda in piazza, in mercato, a' magistrati, e' la faceva; quando che no, o e' si riduceva con qualche cittadino tra ragionamenti onorevoli, o e' si ririrava in casa nello scrittoio, dove egli ragguagliava sue scritture, riordinava suoi conti. Dipoi piacevolmente con la sua brigata desinava, e desinato, ragionava con il figliuolo, ammonivalo, davagli a conoscere gli uomini, e con qualche esempio antico e moderno gl'insegnava vivere. Andava dipoi fuora, consumava tutto il giorno o in faccende, o in diporti gravi ed onesti. Venuta la sera, sempre l'Avemaria lo trovava in casa. Stavasi un poco con esso noi al fuoco, s'egli era di verno, dipoi se n'entrava nello scrittoio a rivedere le faccende sue; alle tre ore si cenava allegramente. Questo ordine della sua vita era uno esempio a tutti gli altri di casa, e ciascuno si vergognava non lo imitare; e cosi andavano le cose ordinate e liete. Ma da poi che gli entrò questa fantasia di costei, le faccende sue si stracurano, i poderi si guastano, i traffichi rovinano: grida sempre, e non sa di che; entra ed esce di casa ogni di mille volte, senza sapere quello si vada facendo; non torna mai a ora che si possa cenare o desinare a tempo; se tu gli parli, e' non ti risponde, o e' ti risponde non a proposito. I servi, vedendo questo, si fanno beffe di lui, e il figliuolo ha posto giù la riverenzia; ognuno fa a suo modo, e infine niuno dubita di fare quello che vede fare a lui. In modo che io dubito, se Iddio non ci rimedia, che questa povera casa non rovini. Io voglio pure andare alla messa, e raccomandarmi a Dio quanto io posso. Io veggo Eustachio e Pirro, che si bisticciano: be' mariti che si apparecchiano a Clizia!
[II. 5]
PIRRO, EUSTACHIO.
Pir. Che fa' tu in Firenze, trista cosa?
Eust. Io non l'ho a dire a te.
Pir. Tu se' così razzimato; tu mi pari un cesso ripulito.
Elist. Tu hai si poco cervello che io mi maraviglio che i fanciulli non ti gettino drieto i sassi.
Pir. Presto ci avvedremo chi avrà più cervello, o tu, o io.
Eust. Prega Iddio che il padrone viva, che tu andrai un di accattando.