Era ancora il sole alto; e, visto avviarsi vigoroso in piazza l'assalto, Corso d'Amerigo Donati e i fratelli, i quali avevano amici e parenti in prigione, sì per impazienza d'affezione e di vendetta, sì per avere più libero spazio al valore; e Corso per imitare l'esempio famoso dell'avolo suo (ma, diceva egli, per provare la virtù della bandiera del popolo), andarono verso le Stinche di costa a Santo Simone. Era l'edifizio di pietre grandi e bene commesse, ma lo sportello di legname, e di legname la bertesca; non molte le guardie, sciolti i prigioni. Tentarono sfondare co' ferri, ma e' si spuntavano; quando Rosso di Ricciardo de' Ricci, ivi entro condannato in perpetuo, gridò a que' di fuori: «Fuoco.» E misero fuoco allo sportello; e que' d'entro ajutandoli, chi con le accette e chi con le mani, fu sgangherato lo sportello; e tutti liberi in poco d'ora. E armatisi, crescendo ad ogni passo la moltitudine seguitante lungo le vie della bene edificata città, Tile de' Benzi de' Cavicciuli, e parecchi de' Pazzi, e altri che avevano loro amici in bando o presi col duca, s'avviarono a palagio dov'era il podestà, Baglione di Perugia; uomo cupido di danaro, al quale di podestà non era che il salario di quindicimila dugenquaranta fiorini d'oro, e il titolo, e tanto di ribalderia quanto bastasse a servire alla ribalderia onnifaccente del duca. Al Baglione il rumore annunziò di lontano per chi si preparasse la festa; e, radunati i famigli, romagnuoli i più, con affezione insolita, e con mostra d'ardire diverso dalla vecchia audacia sua, gridò:
«Figliuoli, questa è l'ora di valentemente difendere la signoria del duca nostro e le nostre proprie vite dagl'iniqui ladroni; quest'è l'ora di dimostrare al mondo chi voi siate, e chi sieno queste volpicciattole fiorentine dal ricco pelo e dall'ossa mal commesse, timidamente rapaci. La pace della città e la gloria d'Iddio nelle vostre mani è affidata, di Dio che detesta le sedizioni come scellerata invenzione di Lucifero, padre di tutti i ribelli.»
Ma i famigli risposero con tranquilla sfacciataggine, essere mestier loro offendere, non difendere; unico scampo la fuga.—Allora il podestà, deponendo la larva del coraggio, fatto viso di tutt'altro uomo, e tremando: «Fuggire! ma come?»
E i famigli: «Ciascuno pensi a sè: che se a signoria vostra abbisognasse de' nostri consigli, li avrebbe chiesti assai prima.»
Così dicendo, scappavano. Ond'egli, vestiti gli abiti del più guitto tra' famigli, che per carità glie li cesse, adattatasi una panziera a difesa del corpo, mancandogli tempo da soprappor la corazza, intanto che gl'infuriati venivano da una via, uscì dalla porta che dà nell'opposta: e nascondendo il viso, e non osando torcere il collo, e pur voglioso di guardarsi dietro (che già si sentiva le grida alle spalle, come il viandante colto dal mal tempo, si sente gocciolare pel dorso l'acqua temuta), alla fine mise il piede nelle case degli Albizzi. Nè mai le sue scelleratezze gli avevano data la millesima parte dell'angoscia che gli diede quel breve tragitto. Ma Dio serba i terrori, o i dolori, o (pena più crudele) i sospetti, a chi e' risparmia i rimorsi.
I famigliari dell'Albizzi, riconosciuta sotto a que' cenci la podestà, lo afferrarono, e volevano farne strazio; quando si rammentarono che il signore era in casa, ferito nel primo scontro da un quadrello di balestra grossa; e corsero a lui domandando, che fare della podestà. L'Albizzi, stizzito, non già dal dolore che provava acutissimo, ma dal non potere, sebbene maturo d'anni, combattere, rispose con ira: «Che fa a me quel carcame vivente?»
E perchè i famigliari, genìa interpretatrice, torcevano al peggior senso le sue parole, e se n'andavano allegri del potere tormentare una potestà, messere Antonio ravvedutosi, aggiunse: «Chi leva un capello da quella testa scellerata, pagherà 'l debito con la sua testa. Io non degno che pure i miei famigliari s'imbrattino in sì vil sangue.
—E che farne?