Primi al pericolo (di che veniva al popolo e concordia e ardimento) erano i più grandi e i più ricchi, fregiati dell'arme privilegiate, già tolte loro dal duca. Ferocissimo, e simile a belva cercante la preda, uno degli Altoviti; chè un'ira selvaggia lo portava via, ed era tutto in vendicare la morte di Guglielmo consorte suo, giustiziato per baratterie da Gualtieri. Cosimo de' Medici, non animoso, ma dotto di tutte frodi, o moveva alla battaglia, come bove grasso tra tori, o si stava il più che potesse in sicuro; poi faceva capolino, gridando: «Fratelli e compagni, combattiamo per lo nostro Comune, per la diletta repubblica.» Il popolo, più generoso e sbadato che credulo e stolto, intendeva al vero quelle parole: e ne' brevi istanti che si riposavano dal combattere, stretti dietro ai serragli, dicevano tra sè:

«Compagnoni e' ci chiamano: a vittoria compiuta, saremo il minuto popolo di Fiorenza.»

Rispondeva un altro: «Cotesta ch'hai detta, è parola vera; ma ora pensiamo a fare. Intanto armeggino anch'essi in più affannosa giostra di quella che corsero all'avvenimento del duca.»

E un terzo: «Segua che può: lasciam costoro fabbricare tra sè odii ed inganni: noi combattiamo per le case nostre e per noi, non per loro. Il domani è sul libro di Dio.»

Così dicendo, tergevano il sudore sudato col sangue, e trincavan di fretta: nè li avresti detti venire dalla battaglia, ma o presti ad entrar nella danza, o, testè della danza usciti, riposando sedere.

Quando li confortava con amiche parole Cosimo Oricellai, uomo incolpabile e forte, ascoltavano tutti con fiducia fraterna: perchè tutti gli uomini sentono la bontà vera; e il popolo, come i bambini piccoli, sa chi l'ama. Era quivi un nipote dell'Oricellai, giovanetto, voluto a forza venire nella mischia, che rispinto dallo zio, senza saputa di lui, s'intruppò, non per vaghezza di lode o di rumore, ma chiamato da un'invincibile voce che acuta e allegra come squillo di tromba, gli diceva dentro: «Combatti contro la schiavitù ch'è odiosa più della morte.» E Cosimo se lo vide improvviso dinanzi, supplicante con dolce sorriso, librando una lancia grave, e pure adatta al suo pugno, e stretto dalla dura coreggia dell'elmo il mento e il tenero collo. Nè allo zio diede il cuore d'ingiungergli se n'andasse; chè se fosse stato suo figliuol proprio, gli avrebbe imposto, non che conceduto, consacrare le mani nella difesa della sacra repubblica. Ma per tempo Iddio ti chiamava, o fanciullo, alla sua pace; e dopo che, in premio del buon volere, egli ebbe infiorata la tua verde età d'una schietta ed alta speranza, e' ti tolse agl'inganni del mondo crudele, ai tedii che alle speranze, sebbene adempiute, conseguono, ai cocenti odii, ai tepidi amori. Una nube di frecce scagliata a un tratto, rasentò la terra quasi tromba d'estate; delle quali una venne apportatrice acerba dell'estremo dolore; e fittasi nel torace, domò, giovanetto, la tua vergine vita. Egli cadde supino sul lastrico: e un tremore di pietà prese tutti i riguardanti, e Fiorentini animosi e Borgognoni gagliardi. Allorchè sua madre lo seppe, disse: «Sia benedetto Iddio che, innanzi di togliermelo, gli permise fare alcuna cosa per la nostra repubblica. Egli è in luogo di salvazione, spero; perchè il giorno della battaglia aveva ricevuto il corpo del Signore.»

I dardi uncinati, che volando parevano desiderosi di bere sangue, si conficcavano dolorosi nelle carni. Poi le pietre gravi grandinavano ruinose dall'alto: e il popolo spaventava a sì male morti, perchè contro quella furia non poteva nè singolar valore nè ordine fitto di schiere. Un di loro, ritraendosi ferito dietro a un serraglio, e lasciando cadere a terra una coltella sanguinante e spuntata dal molto trafiggere, diceva: «Se non l'avessimo fatto noi quel palagio, di nostro! E vederci ora di lì tempestare l'ira di Dio!

—Dio, rispose un frate (che accavalciava le sbarre senz'aspettare l'aprissero), Dio è con noi.» E giunto all'ultima sbarra, sotto la tonaca apparve vestito di tutte arme, e destro come antico guerriero. E guardando all'ampia luce del cielo sereno, esclamò: «Dio, dispensator della guerra, dateci che respingiamo chi mal fece alla nostra città; acciocchè gli uomini delle generazioni più tarde tremino a far male all'ospite suo che gli offerse amistà e signoria.» Votata ch'egli ebbe la messa di domani alla Vergine e ai Santi, immortali patroni di Fiorenza, si confuse alla mischia. E sull'alba, riprese la cocolla, entrò per la chiesa, e celebrò molto devotamente la messa. Di che fatto consapevole il vescovo, lo benedisse; e, non in sua presenza, ma a' frati che ne mormoravano, seppe dire: «Egli ha fatto bene.»

Sapeva il vescovo, che se nella antica legge ai Leviti, era non pur conceduto, ma ingiunto eccitare alla battaglia suonando le trombe, se ai sacerdoti di Cristo predicare guerra per causa santa; nel pericolo della patria non era interdetto tingere di sangue nemico le mani consacrate, e respingere col ferro, senz'ira nel cuore, le ire peccaminose di chi contamina la città di peccato: sapeva che dove tanto solo combattasi quanto bisogna a difendersi, le armi feritrici non sono che scudo; come argine che non infrange le onde torrenti se non quant'esse incorrano infuriando per allagar la campagna, e trarre le fatiche e le vite umane nella vorticosa rapina. Sapeva che può fralle armi il sacerdote, non pur ravvivare il coraggio, ma temperare i furori, consolare le agonie miste e de' suoi e de' nemici l'un sull'altro cadenti, sottrarre questi a inutile morte, e con la spada, quasi come con la croce, nel nome di Dio benedire.

Il saio del frate apparve tra le armi, non come tra il verde della foresta luccicare minaccioso di lancie, ma come agli assetati spumeggiare lontano di fresca acqua corrente, come luce fralle tenebre al pellegrino. Alla vista di lui combattettero i Fiorentini più animosi e più miti, i nemici più arrabbiati e più trepidi. Ed egli, fra il fischiare delle saette e il rintronare de' ferri sulle armature, come se fosse il sibilo del vento tra i rami, si chinava sicuro a raccogliere la parola dei moribondi, e di lì si rizzava a sviare, or con un'arme raccattata da terra, or con la mano ignuda, la spada imminente sì al cittadino, sì al nemico implorante la vita. Pareva come tra il nero di nubi ammontate punta di metallo lucente rizzata ad attrarre quasi a stilla a stilla la corrente fulminea. Ed era refrigerio all'anima sua piagata insinuare nell'anima di qualche straniero parole di pentimento efficaci, nell'anima di taluno de' suoi parole di misericordia, che facessero doppiamente accetto il sacrifizio della morte. E allora il padre infelice sentì consumato in sè il sacrifizio degli antichi suoi sdegni, allora perdonò agli uccisori del figliuolo proprio, e in un amplesso con la patria sua libera li abbracciò. Non i rivi correnti di sangue sbramassero la sua vendetta, ma sì quant'esso per mitigare le vendette altrui fece e disse, e quanto di dire e patire desiderò. Così quella fiamma che da molte acque versate traeva alimento e in più ampi vortici fumosa saliva, al gettarvi panni bagnati, si spegne. E perchè fin ne' suoi ardimenti l'anima umana è debole, pareva al vecchio che se il sacrifizio di un altro figliuolo dovesse offrire per la patria e per Dio, l'offrirebbe. E Dio quella fiducia tra altera e sommessa, ma schietta, come grata offerta accoglieva.