La turba salì schiamazzando le scale del palagio, e mille villanie diceva al Baglione lontano. E correvano per le stanze spalancate con gli archi tesi e con in mano le spade. Ma, non trovando persona, la rabbia si volse contro gli arnesi, le finestre, le panche. Rompevano, infrangevano spezzavano, fracassavano, sminuzzolavano, pestavan co' piedi. Pochi gittavano all'impazzata giù nella via: ma i più si tenevano il frammento quale d'uno qual d'altro arnese, a memoria del giorno quando i cittadini di Fiorenza, non potendo più sopportare la servitù degli uomini stranieri, insorsero a libertà.
Spersi gli arnesi, e arso il resto, vanno alla camera del Comune, la forzano, ardono i libri ove i nomi degli sbanditi erano scritti: i debitori (ogni tempesta ha la sua schiuma) rubano gli atti della mercatanzia, per ispegnere la memoria de' debiti. Altra ruberia non fu fatta in tanto scioglimento di città, se non contro alla gente del duca. E tutto avvenne per l'unità in che si trovarono i cittadini a ricuperare la propria libertà e quella della repubblica.
Que' del sesto d'Oltrarno, che per sè era di grandezza e potenza un'altra buona città, sentendo lo sforzo della battaglia essere tutto intorno al palagio, prima che l'aria fosse bruna, apersero l'entrate de' ponti, e passarono a cavallo e a pie' in arme. I Bardi venivano scorrendo le file, e contenendo i cavalieri più veloci o più ardenti, non rompessero gli ordini. E perchè si sapeva che i radunati in sulla piazza potevano per molt'ora resistere, e per rassicurare in ogni parte la commossa città, mostrandole le forze sue, fecero levare le sbarre delle rughe maestre che non mettevano diritto alla piazza, e con le insegne del Comune e del popolo cavalcavano gridando: «viva il popolo e Comune in sua libertà!» e: «muoia il duca!» I vecchi e le donne rispondevano viva, e levavano gli occhi al cielo ringraziando; salutavano i noti, agl'ignoti arridevano come ad amici; i più appariscenti additavano; all'armatura o alla divisa o al portamento riconoscevano i volti celati dalla visiera; ai bambini indicavano con infantili parole il perchè della splendida mostra; e quelle bocche, aperte appena alla vita, gridavano anch'esse: muoja. Gli erano più di mille a cavallo, montati su destrieri tutti a briglie con freni dorati e purpurei, fra dei loro e di quelli tolti alle genti del duca; con archi soriani all'arcione, con al braccio scudi lisci ed uguali, o rilevati a vario lavoro, con tremolanti sugli elmi piume d'estrani uccelli. Poi dietro venivano diecimila armati a corazza e barbuta come cavalieri; senza l'altro minuto popolo in arme: chè la bene abitata città forniva venticinquemila combattenti; senz'alcuni forestieri, usi ai modi del guerreggiare italiano, e alcuni cavalieri lombardi, e senza que' del contado. A ciascun sesto precedevano l'insegne sue. Oltrarno, scala bianca in campo vermiglio, dragone verde in campo rosso: San Piero Scheraggio, carroccio d'oro in azzurro, toro nero in giallo, leone nero rampante in bianco: Borgo, vipera sul giallo, aquila nera sul bianco, cavallo sfrenato, covertato a bianco e a vermiglio, sul verde: San Brancazio, leone azzurro rampante coronato, nel bianco; Porta San Piero, due chiavi rosse in fondo giallo: Porta del Duomo, con in fondo il colore medesimo, drago verde. Queste ed altre le insegne de' sesti: alle quali venivano miste le militari; de' cavalieri: d'Oltrarno e del Duomo, bianca; di San Piero Scheraggio, nera e gialla; di Borgo Santo Apostolo, bianca e azzurra, addogata per lo lungo; di San Piero, gialla, di San Brancazio, bianca e verde. Verde l'insegna de' mercatini; de' balestrieri, campo bianco e balestro vermiglio, o quello vermiglio e questo bianco; degli arcadori, un arco in bianco e in vermiglio; de' pavesai, un giglio in vermiglio ed in bianco; de' cambiatori, montone bianco in vermiglio; de' medici e speziali, campo vermiglio con Nostra Donna e Gesù; de' giudici e notai, stella grande d'oro in azzurro; de' setaiuoli e merciai, porta rossa e piano bianco; de' maestri di pietra e legname, sega, scure, mannaia, piccone, e rosso il di sotto; dei fabbri, bianca la sommessa e sopra tanaglie nere grandi. Ma il bue nero de' beccai pascente in prato giallo, mancava.
Venivano a torme, a schiere, a drappelli, a larghe file, a due a due, in vago disordine: e tra quella selva di lance e di spade si smarriva lo sguardo con lieto errore: quale in ricca foresta le piante qui rade, là fitte, che all'alte cime s'alternano i giovani ramuscelli e le folte macchie; e ogni cosa, l'erbetta minuta, i fiori appiè delle negre elci, l'ellere, i rovi, la borraccina, significano la possente ubertà della terra; gli uccelli volano dall'abeto al cespuglio; e le acque correnti nutricano con amore e le mature e le giovanette, e le altere e le umili vite. Il quale popolo fu molto mirabile a vedere, e possente e unito.
Ma sotto il caldo della giornata, e sotto quel tedio che occupa, per la non vinta resistenza, gli animi instabili, la stanchezza aveva prese le membra robuste de' Borgognoni; che senza pane e senza vino, eglino, avvezzi a bene morfire così come a battagliar bene, e vedendo a ogni capo di via i cittadini ristorarsi e cioncare, quasi per far loro dispetto, già maledicevano, non il duca ma la repubblica di Fiorenza che a' loro ventri dava noia sì lunga. I più impazienti (ed erano i più corpulenti) smontando bel bello da' cavalli, picchiavano alle porticciuole; e, vietante il duca, ma volenti di forza i loro compagni, entravano. Al veder questo, l'avaro signore ricorse a tarde promesse di ricchi doni: ma tra un fiume d'oro lontano e un centellino d'acqua presente, l'assetato ha pronta la scelta. Poi sapevano le larghe promesse dell'uomo e lo stretto attenere.
I rimasi sul campo, per questo spicciolarsi, vie più si scoravano; e più rimessamente incalzavano que' della terra, più alacremente assalenti. Il numero de' Francesi feriti o prigioni cresceva. Altri presi in tanto che appoggiando il lento passo alle lunghe lance, ritenendo il respiro per non guair di dolore, rammentando i dolci campi paterni, e raccomandando l'anima fuggente a Dio (l'anima che in tristo uffizio compiva le sorti della vita), si strascinavano fuor della mischia. Altri presi in tanto che si spogliano dell'arme francesi, e raccolgono sotto l'elmo la bionda capigliera ondeggiante sul collo, e s'ingegnano di strisciare non visti tra nostri. Chi s'arrendesse spontaneo, risparmiato: ma de' resistenti, altri malmenati duramente, altri, per ludibrio, gettato nella carretta, sotto a' cadaveri, ignudo. E que' capi vivi si dibattevano sotto ai morti, come naufrago sotto le tavole del fracassato legno galleggianti. Di che fremevano i più animosi tra' Borgognoni combattenti tuttavia, e pungevano sè stessi a combattere sino all'ultimo disperatamente. Ma la notte scese a rinvolgere nel suo velo le ferite e i terrori; e, se non che qualche grido levavasi ad ora ad ora a tener desti gli animi e le ire pronte, le balestre e le lance posarono. Per cenno del duca i Francesi si raccolsero nel palagio; di che i Fiorentini lieti, come di ritirata nemica, deliberarono, se novità non sopravvenisse, cambiare in assedio l'assalto.
Sull'alba del dì di domenica il vescovo ordinò preghiere in tutte le chiese da Sant'Ambrogio a Ognissanti, per ringraziare Dio della prima vittoria, supplicarlo donasse a Fiorenza intero il benefizio della cara libertà, contenesse gli animi esultanti da ogn'impeto di crudele vendetta. Le chiese erano gremite di gente; e le madri vi portavano i bambini piccoli, che più diritta salisse a Dio la preghiera per la voce degl'innocenti. Quelli che assediavano il palagio, sull'alba, ogni saettare restato, si diedero la muta, e ascoltarono tutti con allegro fervore la messa. Tanto più fervore, che un po' di tema vi si mesceva, non per sè, ma per le persone care, e per il Comune; e che in quella concordia degli animi fiorentini si sentiva lo spirito di Dio. Ringraziavano umilmente: al perdono non pensavano molti, chè difficile è accoppiare insieme queste due cose: punizione e perdono. E da sola la virtù pregata e provata viene a noi miseri tanto amoroso senno.