Nel palazzo pregavano alla loro maniera i soldati; quella preghiera disgraziosa e diffidente che l'uomo peccatore volge nella necessità estrema al Signore, così come il vile prega all'amico tradito. Facevano voto alla Vergine o a' Santi del loro paese; ma del promettere ammenda de' mali fatti, era nulla. Poi dalla preghiera prevalicavano alla bestemmia, o a cosa simile alla bestemmia, all'impazienza superba e disperante. Fatti accorti della profondità del pericolo, e stremi fino di vettovaglia, uomini a' quali nessuna nobile ragione reggeva in quel frangente la coscienza, parevano com'onde che fremendo s'infrangono negli scogli, e l'ira loro si risolve in ischiuma. Gli erano quattrocento; e brontolavano, sè non essere venuti di Francia per basire di fame e di sete nelle terre fiorenti d'Italia; se dal fare quello che tutti non fanno (così chiamavano costoro, con francese eleganza, le ribalderie) non veniva miglior guiderdone, tant'era rendersi frati.
Il duca, stretto dal pericolo, mandò per Rinaldo conte d'Altavilla, il quale e' sapeva essere nel palagio, che ora stava nella camera dov'erano i dugento rinchiusi, ora sedando le bestemmie de' soldati insofferenti. Questo stesso intercedere che Rinaldo faceva per lui, glielo rendeva odioso; chè agli offensori increduli della virtù, ogni generosità pare oltraggio. Pure lo chiamò a sè, pregando n'andasse ad Antonio degli Adimari, e gli profferisse il grado di cavaliere: egli, il duca, quel giorno stesso lo fregerebbe del titolo. Il conte d'Altavilla rispose:
«Vorrei, sire, far cosa grata ed utile a voi; ma di questa l'esito io stimo e ingrato e dannoso. Nè messere Antonio degli Adimari» (il duca a quel titolo riverentemente dato a un suo prigione, e da uomo francese, s'accipigliò; e il conte, avvistosene, ripeteva) «Nè messere Antonio degli Adimari accetterà cotesto titolo in tale condizione in quale ora è; nè per tali mostre il popolo porrà giù l'ira sua. Cosa cui fare non è, sire, della dignità vostra, io non credo della mia rapportare: però vi piaccia scegliere altro messaggio.
—Conte d'Altavilla, voi oltraggiate il duca Gualtieri.
—Io rispetto il duca, sire; e nel Francese difendo, quant'è in me, il nome Francese: e a Dio fosse piaciuto ch'io avessi ragioni e modi da più degnamente difenderlo. Di questo io reputo del debito mio farvi avvertito, sire; che non per titoli si piegherà l'alterezza di questi uomini fiorentini. Le cose sono a tale oramai, che i dugento presi, torna più a voi siano lasciati, che a loro: e più tranquillo sarebbe l'animo loro in morire che il vostro in ucciderli.
—Voi consigliate, o conte, a me cosa vile.
—Sire, io non vi consiglio ucciderli, ma lasciarli.
—E se a me piacesse altrimenti?
—A voi piacerebbe la morte vostra.