—Signore d'Altavilla, a me non è bisogno de' vostri consigli.
—Se mai v'occorra bisogno dell'opera mia, rammentatevi ch'io sono Francese.»
Uscito il conte, Gualtieri chiamò a sè il Visdomini, gli comandò l'imbasciata allo Adimari; e messer Cerrettieri, che sperava con tal mediazione fare sè meno odioso, e alleviarsi il pericolo, andò. Come Antonio l'ebbe veduto arridente l'incerto sorriso de' tristi che temono:
«Chi siete voi? domandò.
—Uomo disposto a' comodi vostri: e il duca nostro signore mi manda.
—Vo' avete un duca a signore, e alla favella mi sembrate fiorentino. Uomo fiorentino della lingua, e francese dell'anima, è animale che non appartiene alla specie ond'io son nato. Dite al signor vostro, s'e' vuole o farmi sapere cosa o saperla da me, mandi uno de' suoi. Fiorentini, creature del duca d'Atene, un Adimari non degnerà di risposta.»
Il Visdomini, in cui, non la vergogna ma la paura spegneva la rabbia, uscì senza dir motto: e sì gli seppe d'amaro rapportare le parole d'Antonio, che quel momento d'umiliazione fu a quanti avevano patito da lui onta o supplizio, sufficiente vendetta. Il duca, rattenendo, non lo sdegno che già gli veniva meno, ma la disperazione che incominciava, mandò per il barone di Ciavignì, gioviale uomo, e, per servo di tale duca, non tristo, ora dal pericolo fatto migliore; non aborrito da' Fiorentini, perchè col sorriso perpetuo allentava gli odii, come colpi che caschino in materia cedevole. Costui, pregato dell'ambasciata, accettò. E la fece, scansando le parole acerbe e le vili, con destrezza velata di molta semplicità.
«Messere Antonio, il duca signor mio, conoscendo le cose essere, per non so qual caso, trascorse di là dal suo intendimento, stima opportuno manifestare al Comune di Fiorenza il vero animo suo, riconoscendo voi esente da ogni sospetto addossatovi dalla calunnia d'alcuni de' vostri, e il valor vostro onorando col titolo di suo cavaliere.
—Barone di Ciavignì (rispose l'Adimari, con piglio quasi amorevole all'ambasciadore, e con severità quasi regia verso chi l'inviava): piacciavi dire al signor vostro, ch'io da lui m'aspetto, non già le insegne di cavaliere, ma le catene e i ceppi; che quelle insegne e' non può profferirmi se non tinte del sangue de' miei; che, con qualunque intenzione egli me l'offra, io le rigetto da me con terrore, come proffertemi dal più brutto e villan cavaliere di tutta cristianità.»