A cosiffatte parole il barone avrebbe altrove data altra risposta: ma pensando ai pericoli del signor suo: «Rammentate, messere Antonio, che qui si tratta non dell'utile vostro, sì del Comune di Fiorenza, che amate tanto.
—E dell'onore si tratta, gridò corrucciato l'Adimari»: onde il Ciavignì, per non esporre a nuovi oltraggi il nome del duca, e sè al pericolo di rinnegare la pazienza:
«Or basti. Dagli onorevoli cittadini che sono con voi, prendete, messere, consiglio: e se tutti convengono nella vostra volontà, questa in breve sarà nota al duca. Io qui presso attenderò la risposta.»
I Fiorentini di là entro lodarono le misurate parole del barone, e dicevano: «Cotesti Francesi sanno pure, quando vogliono, e quel che si convenga dire e quel che tacere.» E messisi intorno ad Antonio, i più s'ingegnavano dimostrargli, come di prigione e condannato nel capo era bello uscir cavaliere; non altra più splendida prova potersi desiderare del terrore del duca, cioè della potenza del popolo fiorentino; quelle insegne esser buone da appendere a santa Maria del Fiore, come trofeo; se un ladro ti rende l'oro rubato, nessuna viltà ripigliarlo; e se cotesto parevagli disonore, il popolo fiorentino ne lo laverebbe, ribattezzandolo cavaliere nel nome suo.
Questo i più temperati: ma i più caldi incalzavano per il no; e la disputa tiravano in lungo. Il barone di fuora aspettava, punzecchiato dalla furia francese, e sbuffando, come cavallo che sente lo sprone e la briglia a un tempo. Quando l'Adimari, visto che questo pure diventava seme di rissa tra' cittadini, troncò la lite assentendo.
Ebbe gli onori di cavaliere sull'atto: e chi più ne arrossisse o fremesse, se egli o il duca, non so. Inginocchiarsi dinanzi al nemico non volle, e la cerimonia compiè ritto. Quegli di sua mano gli affibbiò con fibbiaglio d'oro lo sprone; e quasi tremando consumò gli altri riti, e biascicò le parole: «Questo cingolo ti dono in significanza di castità, di giustizia, di carità.» Strane parole in bocca a tale uomo, come sarebbe il sermone della povertà in bocca a un papa. Quando si venne al bacio, non è cosa da dir con parole che occhi facessero il Fiorentino e il Francese; quali fossero i moti, i cenni, i pensieri de' baroni, de' soldati, de' prigioni, de' consiglieri del duca iv'intorno raccolti. E' pareva in quel punto che la tirannide, conoscendosi vinta, cedesse gli onori suoi nelle mani della repubblica, e a quella con paura e con fremito si rinchinasse.
A una finestra del palagio si affacciò messer Cerrettieri con la bandiera non più del duca ma del Comune per annunziare al popolo la novella, e ingrazionirselo; ma, al pur vederlo, più urla l'accolsero che il palagio che aveva saettato quadrella. S'affacciò in vece sua, destinato quel dì a dure prove, il barone di Ciavignì, e pronto sempre ad uscirne con non paurosa e non ignobile leggiadria. Ammezzò con l'accento francese le parole soffiategli dietro da Ippolito figliuolo del bargello, e accomodandole col garbo suo proprio, e buttandovi per entro qualche sfarfallone barbarico, annunziò messere Antonio degli Adimari essere cavaliere. Dalla quale vittoria fatti più superbi e avidi, il popolo diede in urla più fiere, chiedendo, i presi fossero lasciati sull'atto.
Il duca, al qual pareva viltà concedere molto, anche spontaneo, ora si vedeva forzato; e toltogli ogni merito delle sue, com'e' fingeva crederle, grazie: e, pur dal sospetto della viltà rifuggendo (Francese pretto in ciò), repugnava. Nuova di fuori nessuna, nè de' soccorsi aspettati: al buio d'ogni verità, altro che terribile; simile ad uomo posto in tanto di luce quanta basti ad illuminare un precipizio, fitto di tenebre il resto. Gli venne in pensiero di salire in cima alla torre del palagio, e fare gli occhi propri messaggi del vero: che rado i principi fanno. Saliva solo, a passo lento, e accostandosi alle feritoie, sentiva giù la tempesta popolare mugghiare profonda; e il grido «muoja» fischiare acuto, come tra '1 rompere de' marosi, il cigolio delle antenne. Oh quanto lunga gli parve quella salita; e come l'aria schietta e vibrante dell'alto era grave alla sua anima ansante! Quando fu in cima, guardò nella piazza formicolare le turbe inimiche; e quegli animali, quasi striscianti per terra, ch'e' non poteva schiacciare, gli mettevano stizza; come la stizza del fanciullo inviziato che vuole una vendetta insensata e sopra le forze sue. Guardò sulla vetta di Trespiano, se mai vedesse un amico lampeggiare di lancie; ma sola qualche falce di mietitore gli faceva corto ed amaro inganno. Poi guardò alla città: vide per le vie prossime e per le lontane caracollare drappelli d'armati; e sventolar sulle torri e sui campanili le bandiere del Comune e del popolo; e il popolo uscire ed entrare ne' tempii a grandi onde. Quella devozione a lui avversa, e lieta dell'onta sua, gli commoveva dentro una rabbia non dissimile dalla bestemmia. E' sentiva ondeggiare nell'aperto e mescersi sotto sè, quasi cantico di vittoria, il suono delle campane; e rammentava il dì, quando le campane sonarono festive il suo avvenimento. Volò intorno con gli occhi per tutta Fiorenza, per quella selva, con bel disordine folta di monumenti di forza e di dovizia e di bellezza. Innalzò gli occhi al cielo, da sì gran tempo confitti o nelle travi d'un chiuso palagio, o nel tetro luccicare dell'armi, o nel dubbio volto d'uomini non amati, o nel freddo viso di femmine non amanti: poi li chinò sulla valle beata, sui giri scherzosi del fiume, sui colli ingiardinati e incastellati, sotto i quali la terra, fiorente dell'opera umana, si distendeva, come palpita il cuore di giovane donna sotto le caste mammelle: e dalla gioja de' campi rinnalzò gli occhi alla gioja de' cieli, a quel dolce sereno, a quel sole forte e puro, come il calore d'anima generosa. E sentì prepotente nel chiuso spirito penetrare, come fuoco in metallo, la forza della natura; e nella bellezza della natura intravvide la giustizia di Dio, come chi sente per cielo azzurro il lontano muggire di tuono estivo. Nè mai Fiorenza gli era veduta sì bella. E comprendendo in uno sguardo l'Uccellatoio, e le vicine terre e le lontane, pensò quante erano in balìa sua, quante sarebbero potute venire; pensò, ch'e' non voleva in sul primo quell'assoluta signoria alla qual poi l'anima sua s'abbarbicò con radici così sitibonde; pensò, perduto forse ogni cosa. A questa imagine non resse: e scese quasi di corsa. Più scendeva, e più l'anima, aderente alla terra, pareva s'alleviasse, come al respiro dell'etico l'aria grossa è medicina, la schietta è stimolo di morte. Adunati i suoi, ascoltato il consiglio franco ed accetto del barone di Ciavignì, deliberò lasciare i dugento.