Cigolarono sui cardini restii le porte della camera ch'era carcere ai presi: e il barone di Ciavignì, lieto del messaggio, annunziò la data libertà. Nell'uscire, i più sdegnosi volgevano gli occhi da lui, come avrebbero fatto da Giulio d'Assisi, il bargello; altri lo salutarono dello sguardo, altri della mano: Antonio degli Adimari gli porse la sua. Qual fosse il senso del barone nel tocco di quella mano, parola nol dice: perchè l'affetto rispettoso d'una nobile anima eccita in anima non avvilita tale una voluttà, ch'è negata fors'anco all'amore. E quando temi il duro o calunnioso sospetto de' buoni, vedere da uomo buono indovinata, come per rivelazione, l'anima tua, è compenso di molti dolori. Oh barone di Ciavignì, quando lasciavi per il soldo di duca Gualtieri la terra di Francia, non pensavi al certo che il più caro premio, la più memorabile gioja che tu dovevi riportare d'Italia, sarebbe la stretta di mano d'un cittadino fiorentino, prigione.
Uscivano a due a due nella piazza i liberati; ultimo l'Adimari, quasi vergognoso delle sofferte insegne: e sull'uscire incontrò gli occhi di Rinaldo conte d'Altavilla che lo guardava con riverenza di figliuolo; e si commosse nel cuore profondo.
Uscivano a due a due. I parenti, gli amici, gl'ignoti, s'affollavano loro intorno, come ad uomini usciti di sepoltura, come ad antichi cittadini di repubblica morta che in un subito risuscitasse con loro. In quella dolce confusione d'amplessi, e di parole tronche, e di voci a cui mancavano le parole, molte faville d'odio, rimase nel fondo de' cuori, si spensero, perchè la gioja spegne gli odii meglio che non fa la paura.
Dispersisi quelli, per andare a vedere le mogli e i figliuoli (che li aspettavano chi alle finestre, chi sulle scale, chi ne' cortili, e chi nella via, secondochè la dignità permetteva all'affetto, o l'affetto vinceva la dignità), la moltitudine sulla piazza, calmata l'ansia dell'aspettazione, rassicurati, incominciarono a ragionare. I più confidenti, o forse alcuni tra' ligi allo straniero, facevano ogni cosa finito: potersi la città rimettere in pace; il duca cederebbe di buona voglia e anderebbe via. Per tali discorsi infuriavano i più; e: che cacciare la tigre nella tana, non era già averla spenta; e che smacchierebbe feroce, e farebbe impeto nella campagna; e bisognare la morte della fiera, e de' tigri, creature sue. Gridava uno: «S'i' lo vedessi abbracciato a un Santo del paradiso, e non ne lo potessi spiccicare, passerei da banda a banda il Francese col Santo.» E un altro: «Stritolargli le ossa bisogna, in minuzzoli più piccini della sua coscienza, di quel piccinaccio, di quel reciticcio. I tristi che non hann'anima nel petto, l'hanno in ogni membro del corpo: e, a mazzerarli come canapa, si rihanno.» E qui urlare con voci roche: muojano! muojano! E di que' che gridavan più alto, i più non avevano jernotte combattuto altro che in sogno. Ma quando la paura ne' vili finisce, il timore negli animosi comincia: e là dove allo stolto le difficoltà si dileguano, appariscono al saggio.
Fin da domenica notte erano venuti di Siena, capitanati da Francesco Montone, trecento cavalieri e quattrocento balestrieri, molto bella gente; ed entrati nella città, fra le grida del popolo, a lume di fiaccole e a suon di campane. Riposati che si furono, e sentita la messa in Santa Reparata, i sei ambasciadori, tre grandi e tre popolani, si presentarono al vescovo e a' più onorevoli cittadini raccolti intorno di lui; e Francesco de' Salimbeni cavaliere disse queste parole:
«È intendimento del Comune e del popolo di Siena, con questo leggier soccorso mandare al popolo di Fiorenza una significazione della benevolenza sua: e questo stima debito di repubblica a repubblica, e di gente toscana a gente toscana: e vive sicuro che in ogni occorrenza il Comune e il popolo di Fiorenza farebbe il simile verso il popolo e il Comune di Siena.»