Ma d'altri pensieri si pasceva Matilde Adimari, figliuola d'Antonio; che, presa della bontà di Rinaldo conte d'Altavilla, ed egli della sua, s'amavano dell'anima e senza parole. E, ignara delle più tra le cose che seguivano nella città, non vedeva ella quant'odio sovrastasse alle genti di Francia, quanto pericolo al padre: e dall'ignorare le veniva speranza. Sperava Matilde, e non sapeva che. Poco ella gli aveva parlato, nelle feste di maggio o altrove; e interrotte parole. E sebbene le case degli Adimari in Porta Rossa fossero di faccia al soggiorno di Rinaldo, pur non potevano se non rado affacciarsi all'alte e custodite finestre; e non osavano. Ella di sedici anni, egli di trenta, la prendeva con l'aspetto della forte bellezza, e con la fama che correva del senno di lui, e della continenza, maggiore che di Francese. Onde sotto sembiante di quieta mestizia, ell'era lieta. E ancorchè sentisse per la via e nelle case proprie, un bisbiglio, un andare e venire di gente pensosa; era lieta. Lieta, con un dolce continuo turbamento, che insolita vita aggiungeva, come fiamma in fiamma, alla sua giovane vita.
Era il giorno della Visitazione: e intanto che Matilde pregava in Santa-Maria-Novella, stringendo di più forza le mani giunte in pensare al suo desiderato, nel vicino convento stavano a colloquio frate Angelo dei predicatori, vescovo di Fiorenza, e Cenni degli Oricellai: il quale, già grande nel comune, e padre di quel Naddo che fu morto dal duca, s'era reso dell'Ordine, e preso il nome di frate Domenico. Or, quando il vescovo lo vide entrare, licenziati gli altri: «Che novelle, frate Domenico, dell'anima tua?
—Triste, padre. La battaglia dell'anima mia non ristà. Il dolore ingrossa ad ora ad ora, e trabocca in ira. A giorni, sento una pace stillarmi dentro come la pace degli angeli; e posso piangere. Ma il dì viene quando, non so per quali miei falli irritata, l'ambascia si fa selvaggia. Questo cinto mi pesa, mi pesa l'aria morta di questo chiostro: e per gli altari e per gli avelli, insieme confusi, mi tremano agli occhi mille fantasmi. In ogni imagine dipinta, in ogni cadavere disteso, veggo il figliuolo mio.
—Pace, frate Domenico, pace.
—Oh figliuol mio, e tu potevi scampar la morte. E quando costui stringeva i mallevadori a farti ritornar di Perugia, perchè nol vieta' io? Se danaro chiedeva cotesta voragine, non potev'io ir mendicando danaro, e gettarglielo; e porre per te la mia vita? Questo mi accora: l'inganno; il rimorso di non avere rinvenuto nel mio cuore paterno un consiglio di salute. Oh me perduto! Padre, trovatemi una parola di conforto.... (E il vescovo gli additava un'imagine di Gesù crocefisso. ) Non vale. Allorchè quest'ira accorata mi prende, l'imagine di un uomo morto, pendente, mi ridipinge Naddo mio, il collo in un laccio, la lingua e gli occhi sporgenti.
—Fratello, il vostro dolore ha pochi pari: ma pensate ai dolori della intera città.