—Quale consolazione, accumulare le onte mie con le altrui?
—Grande, fratello. Perchè la pietà si mesce nell'ira, e la fa men acre; perchè all'uomo, sia che voglia essere buono, sia che voglia essere tranquillo, è forza uscire di sè, rompere il chiostro che il dolore o l'orgoglio serrano intorno all'anima sua. Dunque pensate alla patria misera che ha i piedi stretti di catena più ignominiosa di quella....
—Che stringeva i piedi del figliuol mio. Crudeli uomini! Incatenare un cadavere; interdirgli la pace della sepoltura, il lavacro delle lagrime paterne; fare a goccia a goccia stillare su lui la rugiada e la pioggia dall'alto; far nelle misere reliquie incrudelire il cielo stesso ch'è tetto ospitale di tutte le creature; lasciare che le bestie lecchino appiè del patibolo la marcia delle membra fradicie; comandare al vento che nella notte movendo le ossa nudate, ne tragga suono di maledizione. E io sciagurato non potevo torcere la vista di lì; e ad ogni ora mi pareva vedere una parte del caro corpo disfarsi; e sentivo le membra del corpo mio staccarsi e marcire con esso, e il cuor mio vivo battere tra le costole del petto scarnato del figliuol mio.
—Io non oso, fratello, nè piangere con voi, nè interrompere il vostro pianto. Perchè pochi sanno consolare; pochi son degni di tanto. Non posso che levar gli occhi a Dio, e chiedergli che versi in me quanto soprabonda dal calice vostro. L'anima mia è capace, parmi.
—Padre, ben dite: parmi. Perchè qual anima è assai capace di lagrime? E anch'io mi tenevo forte, e contro gli urti nemici immobile. Vero è che voi non avete figli.»
Tacquero un poco: poi frate Domenico seguitò: «Qual uomo perdesti, Fiorenza! E forse avrai tra breve bisogno di tali.
—Credo,» mormorò il vescovo.
«E fosse pur reo: spettava egli a cotesto duca d'ogni peccato, punirnelo?
—Fratello, i più rei son più pronti a punire; e i più stolti, a biasimare: non sai? Fossi tu solo cui dure sventure incolgano! Ma vedi: or fa pochi giorni Bettone de' Cini, di Campi, fregiato d'onori da costui, per avere susurrato di non so quale imposta, e' gli fa strappare la lingua infino alla strozza, e quella fitta in cima a una lancia, lui seguente dietro, fa portare per tutta la terra. E' morì della piaga: stamane n'abbiamo da Pesaro la novella. Pubblicano vile: ma se costui non perdona a' pari suoi, or pensa, ai migliori. E di Matteo di Morozzo non ti rammenti? Per avere detto che i Medici tramavano contro al duca, condotto su un carro, attanagliato, impiccato.
—Oh figliuol mio!