—Almeno il tuo non patì così duri tormenti. Io lo rincontrai quel Matteo, che gli mordevano le carni con tanaglie roventi, e m'adoprai per deliberarnelo: e n'ebbi dal duca pungenti parole. Ma quelle punte saranno ritorte nel petto di lui.
—Padre, tu pensi a vendetta?
—Io dico che la giustizia lo troverà. Distinguiamo, figliuolo, vendetta da pena; perchè la verità è nel distinguere. Può l'uomo, anch'offeso che sia, punire il tristo, se lo fa non per vendetta ma per bene, e senz'ira. Perchè qui di nuovo giova distinguere: altro è ira, altr'è sdegno. E lo sdegno del male è santo; ma l'ira è rea.
—Onde, padre, se io potessi punire di mia mano o d'altrui l'uccisore del mio figliuolo....
—Se tu potessi deporre il dolore che ti occupa, e far pura di furore la pena; dovresti punire non l'uccisore del figliuolo tuo, sì 'l tiranno della repubblica: ma questo per ora non puoi.
—Tu dì, padre, che te pure il duca oltraggiò.
—Sì: fu' io che m'adoprai tanto a farlo eleggere signore di Fiorenza; e le speranze che avevo di lui, con incaute parole magnificai. E fu' io che, con parecchi dei grandi, chiesi a' dodici gonfalonieri e agli altri consiglieri del Comune, lo creassero signore; e n'ebbi risposta che già mi parve stolta, e ora la intendo: «Ch'e' non volevano assentire di sottomettere la libertà della repubblica di Fiorenza a giogo di signore a vita, il quale non fu mai da' nostri maggiori acconsentito.» Ma io feci tanto che il mio fallo fu pieno. E le campane sonarono a Dio lodiamo per l'avvenimento dell'oppressore nostro; e sa Dio quando la campana della podestà sonerà la sua fuga.
—Oh fosse!
—Tosto o tardi sarà. Nè questo dico a nutrir di speranze la tua vendetta, ma per preparare la tua mente, che l'aspetto dei mali del nemico tuo non la inebbrii.