«Noi vegnamo, o signore, a voi, mossi prima dalle vostre domande, dipoi dai comandamenti che voi avete fatti per ragunar il popolo; perchè ci pare esser certi che voi vogliate istraordinariamente ottener quello che per l'ordinario noi non v'abbiamo acconsentito. Nè la nostra intenzione è con alcuna forza opporci ai disegni vostri, ma solo di dimostrarvi quanto sia per esservi grave il peso che voi vi arrecate addosso, e pericoloso il partito che voi pigliate, acciocchè sempre vi possiate ricordare de' consigli nostri, e di quelli di coloro i quali altrimente, non per vostra utilità ma per sfogar la rabbia loro, vi consigliano.
Voi cercate far serva una città la quale sempre è vivuta libera; perchè la signoria che noi concedemmo già ai reali di Napoli, fu compagnia e non servitù. Avete voi considerato quanto in una città simile a questa, importi, e quanto sia gagliardo il nome della libertà? il quale forza alcuna non doma, tempo alcuno non consuma, e merito alcuno non contrappesa. Pensate, signore, quante forze sieno necessarie a tener serva una tanta città. Quelle che forestiere voi potete sempre tenere, non bastano. Di quelle di dentro voi non vi potete fidare; perchè quelli che vi sono ora amici, e che a pigliar questo partito vi confortano, come eglino avrano battuti con l'autorità vostra i nimici loro, cercheranno come possano spegner voi, e farsi principi, loro. La plebe, in la quale voi confidate, per ogni accidente, benchè minimo, si rivolge. In modo che in poco tempo voi potete temere d'aver questa città nimica; il che fia la cagione della rovina sua e vostra. Nè potrete a questo male trovar rimedio: perchè quelli signori possono far la loro signoria sicura, che hanno pochi nimici, i quali o con la morte o con l'esiglio è facile spegnere. Ma negli universali odii non si trova mai sicurtà alcuna, perchè tu non sai d'onde ha a nascere il male; e chi teme d'ogni uomo, non si può assicurar di persona. E se pur tenti di farlo, t'aggravi ne' pericoli, perchè quelli che rimangono, s'accendono più nell'odio, e sono più parati alla vendetta. Che il tempo a consumare i desiderii della libertà non basti, è certissimo, perchè s'intende spesso quella essere in una città da loro riassunta, che mai la gustarono, ma solo, per la memoria, che ne avevano lasciata i padri loro, l'amano; e perciò, quella ricuperata, con ogni ostinazione e pericolo la conservano. E quando mai i padri non l'avessero ricordata, i palagi pubblici, i luoghi de' magistrati, l'insegne de' liberi ordini la ricordano; le quali cose conviene che siano con grandissimo desiderio da' cittadini conosciute. Quali opere volete voi che siano le vostre che contrappesino alla dolcezza del viver libero, o che facciano mancare gli uomini del desiderio delle presenti condizioni? non se voi aggiungnessi a questo imperio tutta la Toscana, e se ogni giorno tornassi in questa città trionfante de' nemici nostri; perchè tutta quella gloria non sarebbe sua, ma vostra, e i cittadini non acquisterebbero sudditi, ma conservi, per i quali si vedrebbero nella servitù raggravare. E quando i costumi vostri fussero santi, i modi benigni; i giudicii retti, a farvi amare non basterebbero. E se voi credessi che bastassero, ve ne ingannereste; perchè a uno consueto a viver sciolto, ogni catena pesa, e ogni legame lo stringe. Ancora, che trovare uno stato violento con un principe buono sia impossibile, perchè di necessità conviene o che diventino simili, o che presto l'uno per l'altro rovini. Voi avete adunque a credere o d'aver a tenere con massima violenza questa città (alla qual cosa le cittadelle, le guardie, gli amici molte volte non bastano), o d'essere contento a quella autorità che noi v'abbiamo data. A che noi vi confortiamo ricordandovi che quel dominio è solo durabile ch'è volontario. Nè vogliate, accecato di un poco d'ambizione, condurvi in luogo dove non potendo stare nè più alto salire, siate, con massimo danno vostro e nostro, di cadere necessitato.»
Non mossero in alcuna parte queste parole l'indurato animo del duca; e disse non esser sua intenzione di torre la libertà a quella città, ma rendergliene, perchè sole le città disunite erano serve, e le unite, libere. E se Firenze per suo ordine, di sette, ambizione e nimicizie si privasse, se li renderebbe, non torrebbe la libertà. E come a prendere questo carico non l'ambizione sua, ma i prieghi di molti cittadini lo conducevano; e perciò farebbero eglino bene a contentarsi di quello che gli altri si contentavano. E quanto a quei pericoli ne' quali per questo poteva incorrere, non gli stimava, perchè egli era uffizio di uomo non buono, per timor del male, lasciar il bene, e di pusillanimo, per un fine dubbio, non seguire una gloriosa impresa; e ch'e' credeva portarsi in modo, che in breve tempo, aver di lui confidato poco e temuto troppo, conoscerebbero. Convennero adunque i signori (vedendo di non poter far altro bene) che la mattina seguente il popolo si raunasse sopra la piazza loro, con l'autorità del quale si desse per un anno al duca la signoria, con quelle condizioni che già a Carlo, duca di Calavria, si era data. Era l'ottavo giorno di settembre e l'anno 1342, quando il duca, accompagnato da messer Giovan della Tosa e tutti i suoi consorti, e da molti altri cittadini, venne in piazza, e insieme colla signoria salì sopra la ringhiera (che così chiamano i Fiorentini quelli gradi che sono a piè del palagio de' signori), dove si lessero al popolo le convenzioni fatte tra la signoria e lui. E quando si venne leggendo a quella parte dove per un anno se gli dava la signoria, si gridò per il popolo: a vita. E levandosi messer Francesco Rustichegli, uno de' signori, per parlare e mitigare il tumulto, furono le sue parole con le grida interrotte; in modo, che per il consenso del popolo, non per un anno, ma in perpetuo fu eletto signore, e preso e portato tra la moltitudine, gridando per la piazza il nome suo. È consuetudine che quello ch'è proposto alla guardia del palagio, stia in assenza de' signori serrato dentro; al quale ufficio era allora deputato Rinieri di Giotto. Costui, corrotto dagli amici del duca, senza aspettare alcuna forza, lo mise dentro: ed i signori sbigottiti e disonorati, se ne tornarono alle case loro; e il palagio fu dalla famiglia del duca saccheggiato, il gonfalone del popolo stracciato, e sue insegne sopra il palagio poste. Il che seguiva con dolore e noja inestimabile degli uomini buoni, e con piacer grande di quelli che o per ignoranza o per malizia vi consentivano.
Il duca, acquistato ch'ebbe la signoria, per torre l'autorità a quelli che solevano della libertà esser difensori, proibì ai signori ragunarsi in palagio, e consegnò loro una casa privata; tolse l'insegne ai gonfalonieri delle compagnie del popolo, levò gli ordini della giustizia contro ai grandi, liberò i prigioni dalle carceri, fece i Bardi e' Frescobaldi dall'esiglio ritornare, vietò di portar l'armi a ciascuno. E per poter meglio difendersi da quelli di dentro, si fece amico a quelli di fuora. Beneficò pertanto assai gli Aretini e tutti gli altri sottoposti ai Fiorentini. Fece pace coi Pisani, ancora che fosse fatto principe perchè facesse loro guerra. Tolse gli assegnamenti a quei mercanti che nella guerra di Lucca avevano prestato alla repubblica denari. Accrebbe le gabelle vecchie, e creò delle nuove. Tolse ai signori ogni autorità. E i suoi rettori erano messer Baglione da Perugia e messer Guglielmo da Scesi, con i quali e con messer Cerrettieri Bisdomini si consigliava. Le taglie che poneva ai cittadini erano gravi, e i giudicii suoi ingiusti; e quella severità e umanità che egli aveva finta, in superbia e crudeltà si era convertita. E per non si governar meglio fuora che dentro, ordinò sei rettori per il contado, i quali battevano e spogliavano i contadini. Aveva i grandi a sospetto, ancora che da loro fosse stato beneficato, e che a molti di quelli avesse la patria renduta; perchè e' non poteva credere che i generosi animi, i quali sogliono essere nella nobiltà, potessero sotto la sua ubbidienza contentarsi. Perciò si volse a beneficar la plebe, pensando coi favori di quella e con l'armi forestiere poter la tirannide conservare. Venuto pertanto il mese di maggio, nel qual tempo i popoli sogliono festeggiare, fece fare alla plebe e popolo minuto più compagnie alle quali, onorate di splendidi titoli, dette insegne e danari. Donde una parte di loro andava per la città festeggiando, e l'altra con grandissima pompa i festeggianti riceveva.
Come la fama si sparse della nuova signoria di costui, molti vennero del sangue francioso a ritrovarlo; ed egli a tutti, come uomini più fidati, dava condizione; in modo che Firenze in poco tempo divenne non solamente suddita ai Franciosi, ma a' costumi e agli abiti loro. Perchè gli uomini e le donne senza aver riguardo al viver civile, o alcuna vergogna, gli imitavano. Ma sopra ogni cosa quello che dispiaceva era la violenza che egli e i suoi, senza alcun rispetto, alle donne facevano. Vivevano adunque i cittadini pieni di indignazione, veggendo la maestà dello stato loro rovinata, gli ordini guasti, le leggi annullate, ogni onesto vivere corrotto, ogni civil modestia spenta; perchè coloro ch'erano consueti a non vedere alcuna regal pompa, non potevano senza dolore quello, di armati satelliti a piè e a cavallo circondato, riscontrare. Perchè veggendo più d'appresso la lor vergogna, erano colui che massimamente odiavano, di onorare necessitati. A che si aggiungeva il timore, veggendo le spesse morti e le continue taglie colle quali impoveriva e consumava la città. I quali sdegni e paure erano dal duca conosciute e temute: nondimeno voleva mostrare a ciascuno di credere esser amato. Onde occorse che, avendogli rivelato Matteo di Morozzo, o per gratificarsi quello, o per liberarsi dal pericolo, come la famiglia de' Medici con alcuni altri aveva contro di lui congiurato; il duca, non solamente non ricercò la cosa, ma fece il rivelatore miseramente morire. Per il qual partito tolse animo a quelli che volessero della salute sua avvertirlo, e lo dette a quelli che cercassero la sua rovina. Fece ancora tagliar la lingua con tanta crudeltà a Bettone Cini, che se ne morì, per aver biasimate le taglie che ai cittadini si ponevano. La qual cosa accrebbe ai cittadini lo sdegno, e al duca l'odio, perchè quella città che a fare e a parlare di ogni cosa e con ogni licenza era consueta, che gli fussero legate le mani e serrata la bocca, sopportar non poteva. Crebbero adunque questi sdegni in tanto, e questi odii, che, non che i Fiorentini, i quali la libertà mantener non sanno e la servitù patir non possono, ma qualunque servile popolo avrebbero alla ricuperazione della libertà infiammato. Onde che molti cittadini, e di ogni qualità, di perder la vita o di riavere la loro libertà deliberarono. E in tre parti, di tre sorti di cittadini, tre congiure si fecero, grandi, popolani, e artefici; mossi oltre alle cause universali, da parere ai grandi non aver riavuto lo stato, a' popolani averlo perduto; e agli artefici, de' loro guadagni mancare. Era arcivescovo di Firenze messer Agnolo Acciaiuoli, il quale con le prediche sue aveva già le opere del duca magnificate, e fattogli presso al popolo grandi favori. Ma poi che lo vidde signore, e i suoi tirannici modi conobbe, gli parve aver ingannato la patria sua. E per emendar il fallo commesso, pensò non aver altro rimedio, se non che quella mano che aveva fetta la ferita, la sanasse; e della prima e più forte congiura si fece capo: nella quale erano i Bardi, Rossi, Frescobaldi, Scali, Altoviti, Magalotti, Strozzi, e Mancini. Dell'una delle due altre erano principi messer Manno e Corso Donati, e con questi i Pazzi, Cavicciuli, Cerchi e Albizzi. Della terza era il primo Antonio Adimari, e con lui Medici, Bordoni, Ruccellai, e Aldobrandini. Pensavano costoro di ammazzarlo in casa degli Albizzi, dove andasse il giorno di san Giovanni a veder correre i cavalli credevano. Ma non vi sendo andato, non riuscì loro. Pensarono di assaltarlo, andando per la città a spasso; ma vedevano il modo difficile, perchè bene accompagnato e armato andava, e sempre variava le andate, in modo che non si poteva in alcun modo certo aspettarlo. Ragionarono di ucciderlo nei consigli, dove pareva loro rimanere, ancora che fosse morto, a discrezione delle forze sue.
Mentre che tra i congiurati queste cose si praticavano, Antonio Adimari, con alcuni suoi amici sanesi per aver da loro genti, la cosa scoperse, manifestando a quelli parte de' congiurati, e affermando tutta la città essere a liberarsi disposta. Onde uno di quelli communicò la cosa a messer Francesco Brunelleschi, non per scoprirla, ma per credere che ancor egli fosse de' congiurati. Messer Francesco, o per paura di sè, o per odio aveva contra ad altri, rivelò il tutto al duca. Onde che Paolo del Manzeca e Simon da Monterappoli furono presi. I quali rivelando la quantità e qualità de' congiurati, sbigottirono il duca. E fu consigliato, piuttosto gli richiedesse che pigliasse, perchè se se ne fuggivano, se ne poteva senza scandalo con l'esiglio assicurare. Fece pertanto il duca richiedere Antonio Adimari, il quale, confidandosi ne' compagni, subito comparse. Fu sostenuto costui: ed era il duca da messer Francesco Brunelleschi e messer Uguccione Buondelmonti consigliato, corresse armato la terra e i presi facesse morire. Ma a lui non parve, parendogli aver a tanti nimici poche forze. E però prese un altro partito, per il quale, quando gli fosse successo, si assicurava de' nemici, e alle forze sue provedeva.
Era il duca consueto richiedere i cittadini, che a' casi occorrenti lo consigliassero. Avendo pertanto mandato fuori a provedere di gente, fece una lista di trecento cittadini, e gli fece da' suoi sergenti, sotto color di volersi consigliar con loro, richiedere; e poichè fossero adunati, o con la morte, o con la carcere spegnerli designava. La cattura di Antonio Adimari, e il mandar per le genti, il che non si puotè far segreto, aveva i cittadini, e massime i colpevoli, sbigottiti: onde che da' più arditi fu negato il voler ubbidire. E perchè ciascuno aveva letta la lista, trovavano l'uno l'altro, e si inanimavano a prender l'armi, e voler piuttosto morire come uomini con l'armi in mano, che come vitelli esser alla beccheria condotti. In modo che in poco d'ora tutte tre le congiure l'una all'altra si scoperse; e deliberarono il dì seguente, ch'era il 26 di luglio nel 1343, far nascere un tumulto in Mercato vecchio; e dopo quello armarsi, e chiamare il popolo alla libertà. Venuto adunque l'altro giorno, al suono di nona, secondo l'ordine dato, si prese l'armi; e il popolo tutto alla voce di libertà si armò, e ciascuno si fece forte nelle sue contrade sotto insegne con le armi del popolo, le quali dai congiurati segretamente erano state fatte. Tutti i capi delle famiglie, così nobili come popolane, convennero, e la difesa loro, e la morte del duca giurarono, eccetto che alcuni de' Buondelmonti e de' Cavalcanti, e quelle quattro famiglie di popolo che a farlo signore erano concorse, i quali insieme con i beccai ed altri dell'infima plebe armati in piazza in favor del duca concorsero. A questo rumore armò il duca il palagio; e i suoi ch'erano in diverse parti alloggiati salirono a cavallo per ire in piazza; e per la via furono in molti luoghi combattuti e morti. Pure circa trecento cavalli vi si condussero. Stava il duca in dubbio s'egli usciva fuori a combattere i nimici, o se dentro il palagio si difendeva. Dall'altra parte i Medici, Cavicciuli, Ruccellai, e altre famiglie state più offese da quello, dubitavano che s'egli uscisse fuora, molti che gli avevano prese l'armi contra, non se gli scoprissero amici; e desiderosi di toglierli l'occasione di uscir fuora, e dello accrescere le forze, fatto testa, assalirono la piazza. Alla giunta di costoro quelle famiglie popolane che si erano per il duca scoperte, veggendosi francamente assalire, mutarono sentenza, poichè al duca era mutata fortuna; e tutti si accostarono ai loro cittadini; salvo che messer Uguccione Buondelmonti, che se n'andò in palagio, e messer Giannozzo Cavalcanti, il quale ritiratosi con parte de' suoi consorti in Mercato nuovo, salì alto sopra un banco, e pregava il popolo, che andava armato in piazza, che in favor del duca vi andasse. E per sbigottirli accresceva le sue forze, e gli minacciava che sarebbero tutti morti, se ostinati contro il signore seguissero l'impresa. Ma non trovando uomo che lo seguitasse, nè che della sua insolenza lo castigasse, veggendo di affaticarsi in vano, per non tentar più la fortuna, dentro alle sue case si ridusse.
La zuffa intanto in piazza tra il popolo e la gente del duca era grande. E benchè queste il palagio ajutasse, furono vinte, e parte di loro si misono nella podestà dei nemici, parte, lasciati in palagio i cavalli, si fuggirono. Mentre che in piazza si combatteva, Corso e messer Amerigo Donati con parte del popolo ruppono le Stinche, le scritture della podestà e della pubblica Camera arsero, saccheggiarono le case dei rettori, e tutti quelli ministri del duca che poterono avere, ammazzarono.
Il duca dall'altro canto vedendosi aver perduta la piazza, e tutta la città nimica, e senza speranza di alcuno ajuto, tentò se poteva con qualche umano atto guadagnarsi il popolo. E fatti venire a se i prigioni, con parole amorevoli e grate li liberò; e Antonio Adimari, ancorachè con suo dispiacere, fece cavaliere. Fece levare l'insegne sue di sopra il palagio, e porvi quelle del popolo. Le quali cose fatte tardi e fuor di tempo, perchè erano forzate e senza grado, gli giovarono poco. Stava pertanto malcontento, assediato in palagio; e vedeva come per aver voluto troppo, perdeva ogni cosa; e di aver a morire fra pochi giorni o di fame o di ferro temeva. I cittadini per dar forma allo stato, in Santa Reparata si ridussero, e crearono quattordici cittadini, per metà grandi e popolani, i quali con il vescovo avessero qualunque autorità di potere lo stato di Firenze riformare. Elessero ancora sei, i quali l'autorità del Podestà (tanto che quello era eletto, venisse) avessero.
Erano in Firenze al soccorso del popolo molte genti venute, tra' quali erano Sanesi con sei ambasciatori, uomini assai nella loro patria onorati. Costoro tra il popolo e il duca alcuna convenzione praticarono. Ma il popolo recusò ogni ragionamento d'accordo, se prima non gli era nella sua podestà dato messer Guglielmo da Scesi, e il figliuolo, insieme con messer Cerrettieri Bisdomini consegnato. Non voleva il duca acconsentirlo, pure minacciato dalle genti ch'erano rinchiuse con lui, si lasciò sforzare. Appariscono senza dubbio li sdegni maggiori, e sono le ferite più gravi quando si ricupera una libertà che quando si difende. Furono messer Guglielmo e il figliuolo posti tra le mani de' nemici loro, e il figliuolo non aveva ancora diciott'anni. Nondimeno la età, la forma, la innocenzia sua non lo potè dalla furia della moltitudine salvare; e quegli che non poterono ferirgli vivi, gli ferirono morti; nè saziati di straziarli con ferro, con le mani e con li denti gli laceravano. E perchè tutti i sensi si soddisfacessero nella vendetta, avendo prima udite le loro querele, vedute le lor ferite, tocco le carni lacere, volevano ancora che il gusto le assaporasse, acciocchè come tutte le parti di fuora ne erano sazie, quelle di dentro se ne saziassero ancora. Questo rabbioso furore quanto egli offese costoro, tanto a messer Cerrettieri fu utile, perchè stracca la moltitudine nelle crudeltà di questi duoi, di quello non si ricordò, il quale non essendo altrimenti domandato, rimase in palagio. Donde fu la notte poi da certi suoi parenti e amici a salvamento tratto. Sfogata la moltitudine sopra il sangue di costoro, si concluse lo accordo, che il duca se ne andasse coi suoi e sue cose salvo; e a tutte le ragioni aveva sopra Firenze, rinunziasse, dipoi fuora del dominio in Casentino la rinunzia ratificasse. Dopo questo accordo, a dì sei d'agosto partì di Firenze da molti cittadini accompagnato; e arrivato in Casentino, la rinunzia, ancora che mal volontieri, ratificò: e non avrebbe servata la fede, se dal conte Simone non fosse stato di ricondurlo in Firenze minacciato.