Ma torniamo a nostra materia de' fatti del duca, che la domenica appresso, dì 3 d'agosto, il duca s'arrendè e diede il palagio al vescovo e a' quattordici, e a' Sanesi e al conte Simone, salve le persone di lui e di sua gente. La qual sua gente uscirono con grande paura accompagnati da' Sanesi e da più altri buoni cittadini. Il duca rinunziò con saramento ogni signoria e ogni giuridizione e ragione ch'avesse acquistata sopra la città e contado e distretto di Firenze, dimettendo e perdonando ogni ingiuria, e a cautela promettendo di ratificare ciò, quando fosse fuori del contado e distretto di Firenze. E per paura della furia del popolo, con sua privata famiglia rimase in palagio alla guardia de' detti signori infino al mercoledì notte dì 6 d'agosto. E racquetato il popolo, in su 'l mattutino uscì fuori del palagio, accompagnato dalla gente de' Sanesi e del conte Simone, e da più nobili e popolani e possenti cittadini, ordinati per lo Comune. E uscì per la porta a san Nicolò, e passò l'Arno al ponte a Rignano salendo a Vallombrosa e a Poppi; e là fatta la ratificazione promessa, passò per Romagna e a Bologna, e dal signore di Bologna fu bene veduto e ricevuto, e donò gli danari e cavalli; e poi se n'andò a Ferrara e a Vinegia. E là fatte armare due galee, sanza prendere congìo di più di sua gente che gli erano iti dietro, lasciandogli malcontenti di loro gaggi, privatamente di notte si partì di Vinegia, e andonne in Puglia.
E cotale fu la fine della signoria del duca d'Atene, che avea con inganno e tradimento usurpata la libertà sopra il Comune e popolo di Firenze, per lo suo tirannesco reggimento mentre che la signoreggiò. E come egli tradì il Comune, così da' cittadini fu tradito. Il quale n'andò con molta sua onta e vergogna, ma con molti danari tratti da noi Fiorentini, detti orbi in antico volgare proverbio, per gli nostri difetti e discordie, lasciandoci di male sequele. E partito il duca di Firenze, la città s'acquetò, e disarmaronsi i cittadini, e disfecersi i serragli, e partironsi i forestieri e contadini, e apersonsi le botteghe, e ciascuno attese a suo mestiere e arte. E i detti quattordici cassarono ogni ordine e decreto che 'l duca avea fatto, salvo che confermarono le paci tra' cittadini fatte per lui. E nota, che come il detto duca occupò con frode e tradimento la libertà della repubblica di Firenze il dì di nostra Donna di settembre, non guardando sua reverenza; quasi per vendetta divina, così permise Iddio, che i franchi cittadini con armata mano la racquistassono il dì della sua madre madonna santa Anna, a dì 26 di luglio 1343: per la qual grazia s'ordinò per lo Comune, che la festa di santa Anna si guardasse come Pasqua sempre in Firenze, e si celebrasse solenne uficio e grande offerta per lo Comune e per tutte l'arti di Firenze.
II.
DAL MACHIAVELLI.
Erasi nel principio di questa guerra data autorità a venti cittadini d'amministrarla, i quali messer Malatesta da Rimini per capitano dell'impresa eletto avevano. Costui con poco animo e meno prudenza l'aveva governata; e perchè eglino avevano mandato a Roberto re di Napoli per ajuti, quel re aveva mandato loro Gualtieri duca di Atene, il quale, come vollono i cieli, che al mal futuro le cose prepararono, arrivò in Firenze in quel tempo appunto che l'impresa di Lucca era al tutto perduta; onde che quelli venti veggendo sdegnato il popolo, pensarono, con eleggere nuovo capitano, quello di nuova speranza riempiere, e con tale elezione o frenare, o torli le cagioni di calunniarli. E perchè ancora avesse cagione di temere, e il duca d'Atene gli potesse con più autorità difendere, prima per conservatore e dipoi per capitano delle lor gente d'armi lo elessero. I grandi, i quali per le cagioni dette disopra vivevano malcontenti, e avendo molti di loro conoscenza con Gualtieri, quando altre volte il nome di Carlo duca di Calavria aveva governato Firenze, pensarono che fosse venuto tempo di poter con la rovina della città spegnere l'incendio loro, giudicando non aver altro modo a domar quel popolo che gli aveva afflitti, che ridursi sotto un principe il quale, conosciuta la virtù dell'una parte e l'insolenza dell'altra, frenasse l'una, e l'altra remunerasse; a che aggiungevano la speranza del bene che ne porgevano i meriti loro, quando per loro opera egli acquistasse il principato.
Furono pertanto in segreto più volte seco, e lo persuasero a pigliar la signoria del tutto, offerendogli quelli ajuti potevano maggiori. Alla autorità e conforti di costoro s'aggiunse quella di alcune famiglie popolane, le quali furono Peruzzi, Acciaiuoli, Antellesi, e Buonaccorsi, i quali gravati di debiti, non potendo del loro, desideravano di quel d'altri ai loro debiti soddisfare, e con la servitù della patria, dalla servitù de' loro creditori liberarsi. Queste persuasioni accesero l'ambizioso animo del duca di maggior desiderio di dominare; e per darsi riputazione di severo e giusto, e, per questa via, accrescersi grazia nella plebe, quelli che avevano amministrata la guerra di Lucca perseguitava. E a messer Giovan de' Medici, Naddo Ruccellai, e Guglielmo Altoviti tolse la vita; e molti in esilio, e molti in danari ne condannò. Queste esecuzioni assai i mediocri cittadini sbigottirono; solo ai grandi e alla plebe soddisfacevano, questa perchè sua natura è rallegrarsi nel male, quegli altri per vedersi vendicar di tante ingiurie dai popolani ricevute. E quando passava per le strade, con voce alta la franchezza del suo animo era laudata, e ciascuno pubblicamente a ritrovar le fraudi de' cittadini e castigarle lo confortava.
Era l'ufficio de' venti venuto a meno, e la riputazione del duca grande, e il timore grandissimo; talchè ciascuno per mostrarsegli amico, la sua insegna sopra la casa sua faceva dipingere: nè gli mancava ad esser principe altro che il titolo. E parendogli poter tentare ogni cosa sicuramente, fece intendere ai signori, com'ei giudicava per il bene della città necessario gli fusse concessa la signoria libera; e perciò desiderava, poi che tutta la città vi consentiva, che essi ancora vi consentissero. I signori, avvenga che molto innanzi avessero la rovina della patria loro preveduta, tutti a questa domanda si perturbarono; e con tutto ch'ei conoscessero il loro pericolo, nondimeno per non mancare alla patria, animosamente gliene negarono.
Aveva il duca, per dar di sè maggior segno di religione e d'umanità, eletto per sua abitazione il convento de' frati minori di santa Croce; e desideroso di dar effetto al maligno suo pensiero, fece per bando pubblicare, che tutto il popolo la mattina seguente fosse alla piazza di santa Croce davanti a lui. Questo bando sbigottì molto più i signori, che prima non avevano fatto le parole: e con quelli cittadini i quali della patria e della libertà giudicavano amatori, si ristrinsero; nè pensarono, conosciute le forze del duca, di potervi far altro rimedio, che pregarlo, a veder, dove le forze non erano sufficienti, se i preghi, o a rimoverlo dall'impresa o a far la sua signoria meno acerba bastavano. Andarono pertanto parte de' signori a trovarlo, e uno di loro gli parlò in questa sentenza;