E' si dice tra noi Fiorentini uno antico proverbio e materiale cioè: Firenze non si muove, se tutta non si dole: e benchè il proverbio sia di grosse parole e rima, per isperienza si trova di vera sentenzia, e viene a caso della nostra presente materia; che al certo il duca non ebbe regnati sei mesi, che quasi a' più de' cittadini non dispiacesse la sua signoria per i suoi iniqui e malvagi processi, come detto avemo addietro, e più ancora che scritto non s'è per noi; perocchè ogni singolare cosa e sue operazioni non ho potuto sapere nè ricogliere, ma le generali e aperte assai si può comprendere. Prima per i grandi che l'avevan fatto signore, e aspettavano da lui avere stato e grandezza, come aveva loro promesso: sì si trovarono ingannati e traditi: e eziandio quegli grandi ch'egli avea rimessi in Firenze, non parea loro essere bene trattati; e i grandi e' possenti popolani che prima aveano retta la terra, ch'al tutto gli avea annullati e tolto loro ogni stato, onde il nimicavano a morte. E a' mediani e artefici spiacea la sua signoria, per non guadagnare, e per lo male stato della città, e per le 'ncomportabili gravezze sì d'estimi, sì di prestanze, e d'intollerabili gabelle, e per levare a' cittadini gli assegnamenti sopra le gabelle de' danari prestati al Comune. E dove i cittadini aveano speranza che per lo suo reggimento si scemasse le spese, e desse loro buono stato, egli fece il contrario. E per male ricolte, valse lo staio del grano più di soldi venti: onde il popolo minuto male se ne contentava. E per gli oltraggi fatti per lui e le sue genti alle donne, e per altre forze e rigidezze e crude giustizie, per le quali cagioni quasi tutti i cittadini erano commossi a mala volontà contro a lui: onde più congiurazioni s'ordinarono per toglierli la signoria e la vita; e chi per una forma, e chi per un'altra trattavano, non sappiendo al cominciamento l'una setta dell'altra, che non s'ardivano a scoprire per le sue crudeli giustizie; che eziandio chi gli rivelava il trattato, il facea morire, com'è detto addietro. I principali furono tre sette e congiurazioni; della prima fu capo il nostro vescovo degli Acciaiuoli, frate predicatore, che al cominciamento delle sue prediche tanto il magnificava e gloriava; e con lui teneano i Bardi; ciò furono i principali: messer Piero e messer Gierozzo e messer Jacopo di messer Guido, e Andrea di Filippozzo e Simone di Geri, tutti della casa de' Bardi, e rimessi in Firenze per lo duca. E de' Rossi, Salvestrino e messer Pino, e più loro consorti. E de' Frescobaldi il priore di san Jacopo, messer Agnolo, e Giramonte, anche rimessi in Firenze per lo duca; e Ugo di Vieri degli Scali, e più altri grandi e popolani. Altoviti, Magalotti, Strozzi e Mancini. Della seconda congiura era capo messer Manno Donati, e Corso di messer Amerigo Donati, e Bindo e Beltramo e Mari de' Pazzi, e Niccolò di messere Alamanno, e Tile di Guido Benzi degli Adimari, e certi degli Albizi. Della terza setta e congiura era capo Antonio di Baldinaccio degli Adimari, e' Medici, e Bordoni, e Oricellai, e Luigi di Lippo Aldobrandini e più altri popolani e mediani. E troviamo che in più modi cercavano di toglierli la signoria, e chi la vita: chi trattava co' Pisani, e chi co' Sanesi, e Perugini, e co' conti Guidi: e alcuno d'assalirlo in palagio, andando al consiglio; ma per sua gelosia, di ciò si provvide, che due volte mutò i sergenti e famigliari che guardavano il palagio; e per sospetto fece ferrare le finestre del palagio. E alcuno disse di saettarlo quando andava per la terra. L'altra setta ordinò d'assalirlo in casa gli Albizi il dì di san Giovanni, che vi dovea andare a vedere correre il palio: e anche per sospetto non v'andò. La terza setta avea ordinato, imperocch'egli cavalcava sovente per amore di donna, da casa i Bordoni alla Croce al Trebbio: questi v'allogarono due case, una da ciascuno capo della via, e quelle guernirono d'arme e di balestra e di sbarre per asserragliare la via dell'uno capo e dell'altro per rinchiuderlo in mezzo. E ordinato aveno da cinquanta masnadieri arditi e franchi, che 'l doveano assalire, con certi caporali giovani e grandi e popolani a cui ne caleva, e aveanne voglia di farlo; e assalito il duca, levare la terra a romore. I caporali di fuori doveano essere in arme a cavallo e a piè al soccorso per atterrare lui e la sua compagnia, perocchè al principio egli cavalcava con venticinque in trenta compagni di sua gente disarmati, con alquanti cittadini grandi e popolani, di coloro medesimi ch'erano congiurati contro a lui. Ma tanto gli fu messo sospetto, che poi menava a sua guardia due masnade di cinquanta suoi cavalieri, e da cento fanti armati: e ismontato da cavallo, restavano armati in sulla piazza del palagio a sua guardia. Ma poco gli valevano al suo riparo, per l'ordine preso per le dette congiure alla sua ruina; perocchè quasi tutti i cittadini erano commossi contra lui per le sue ree opere.

Ma, come piacque a Dio, per lo meno male, la terza setta e congiura, la qual era più pronta a ciò fare, fu iscoperta per uno masnadiere sanese, che dovea essere a ciò fare; e rivelolla a messer Francesco Brunelleschi, non per tradimento, ma per consiglio come a suo signore, credendo ch'egli il sapesse e tenesse mano alla congiura. Il quale cavaliere per paura di non n'essere incolpato, ovvero per male de' suoi nimici, che di tali erano caporali alla detta congiura; il manifestò al duca, e menògli il detto fante sotto fidanza, il quale ritenne segreto e disaminollo, e seppe d'alcuno ch'era de' detti congiurati e caporali de' masnadieri. Di presente fece pigliare Pagolo di Francesco del Manzeca, orrevole popolano di porta san Piero, tutto che fosse brigante, e uno Simone da Monterappoli a dì 18 di luglio: e questi confessarono e manifestarono, come Antonio di Baldinaccio degli Adimari era loro capo con più altri; il quale Antonio richiesto, per sicurtà di sua grandezza comparì. Il duca il fece ritener nel palagio; e lui preso, tutti gli altri principali d'ogni setta chi si partì dalla città, e chi si nascose per tema di loro; onde tutta la città fu in gelosia e in grande sospetto e in timore. Il duca trovando la congiura contro a lui sì grande, e che tanti grandi e popolani cittadini vi teneano mano, non ardì di fare giustizia dei detti presi, che se subito l'avesse fatta, e corsa la terra colla sua gente e col popolazzo minuto che 'l seguivano, rimaneva signore: ma il suo peccato l'acciecò, e gli mise tanta viltà e paura nell'animo, che non sapea che si fare. E mandò d'intorno alle terre e castella per la sua gente, e al signore di Bologna per ajuto: il quale gli mandò trecento cavalieri. E si pensò di fare una grande vendetta e crudele di molti cittadini, con grande tradimento: che perchè sabato mattina, a dì 26 di luglio, era il dì di sant'Anna, il dì dinanzi fece richiedere molti cittadini che furono più di trecento de' maggiori di Firenze, grandi e popolani d'ogni famiglia e casato, ch'eglino venissono dinanzi a lui in palagio per consigliare quello ch'avesse a fare de' presi; con intenzione che come fossono raunati nella sala del palagio, che aveva le finestre ferrate, come detto avemo, di fare serrare la sala, e quanti dentro ve n'avesse, di fargli uccidere e tagliare, e correre la terra a modo che fece l'empissimo Totila flagellum Dei quando distrusse Firenze. Ma Iddio, che sempre ha guarentita al bisogno la nostra città, per le lemosine e per gli meriti delle sante persone, religiosi e laici, che vi sono, innocenti, la guardò di tanto male e pericolo. Che prima messe sospetto in cuore a tutti i richiesti di non andare in palagio al detto consiglio, intra' quali ve n'aveano molti de' congiurati; e poi il dì medesimo quasi tutt'i cittadini di grande accordo insieme, diponendo tra loro ogni ingiuria e malavoglianza, scoprendosi l'una setta all'altra, di loro ordini e trattati, tutti s'armarono per rubellarsi da lui. Di questo macello che il duca dovea fare fu manifestato a noi, poichè il duca fu uscito fuori della città.

Essendo la città di Firenze in tanto bollore e sospetto e gelosia, sì per lo duca avendo scoperte le congiurazioni fatte per tanti cittadini contra lui, e fallitogli il suo proponimento di non potere raccogliere i nobili e possenti cittadini al falso e disleale consiglio, e da altra parte i cittadini e i più possenti sentendosi in colpa delle congiure fatte contra lui, e sentendo il mal volere del duca, e che già nella terra avea più di seicento cavalieri di sue masnade, e ogni dì ne giungevano; e la gente del signore di Bologna e certi altri Romagnuoli che veniano in suo ajuto, e aveano già valicate l'Alpi, dubitarono che lo indugio non fosse a loro pericolo, ricordandosi del verso di Lucano che dice:

Tolle moras; nocuit semper differre paratis;

gli Adimari, Medici, e Donati, principali, sabato, sonata nona, usciti i lavoranti delle botteghe a' dì 26 di luglio, il dì di madonna sant'Anna, 1343, ordinarono che in Mercato vecchio e in porta san Piero, certi ribaldi e fanti fittiziamente si azzuffassono insieme, e gridassono all'arme, all'arme; e così feciono. La terra era insollita e in paura. Incontanente tutt'i cittadini corsono a sgombrare i cari luoghi; e di presente, com'era ordinato, tutti i cittadini furono armati ciascuno a cavallo e a piedi, e ciascuno alla sua contrada e vicinanza traeva, traendo fuori bandiere dell'armi del popolo e del Comune, com'era ordinato gridando: Muoja il duca e i suoi seguaci, e viva il popolo e 'l Comune, e libertà! E di presente fu sbarrata la città a ogni capo di via e di contrade. Quegli del sesto d'Oltrarno, grandi e popolani, si giurarono insieme e si baciarono in bocca, e sbarrarono i capi de' ponti, con intenzione che se tutta l'altra terra di qua dall'acqua si perdesse, di tenersi francamente di là. E mandarono il dì dinanzi da parte del Comune segretamente per soccorso e ajuto a' Sanesi; e certi de' Bardi e de' Frescobaldi stati in Pisa e tornati di nuovo in Firenze mandarono per loro ispezialità per ajuto ai Pisani. La qual cosa quando si seppe per lo Comune e per gli altri cittadini, forte se ne turbarono. La gente del duca, sentendo il romore, sì s'armò e montò a cavallo; e chi potè di loro al cominciamento, corsono alla piazza del popolo in quantità di trecento a cavallo; gli altri, chi fu preso, e chi rubato per gli alberghi, e per le vie fediti, morti e scavallati; e per gli serragli erano impacciati, e rubati i cavalli e l'arme. E al cominciamento del rumore trassono al soccorso del duca in sulla piazza de' Priori certi cittadini amici del duca, cui egli avea serviti, che non sapevano il segreto delle congiure; ciò furono, dei principali, messer Uguccione Bondelmonti con alquanti suoi consorti, e con gli Acciaiuoli, e messer Gianozzo Cavalcanti e de' suoi consorti, Peruzzi, Antellesi, e certi scardassieri e alcuno beccaio, gridando: viva il signore lo duca! come eglino s'avvidono che quasi tutti i cittadini erano sommossi a furore contra lui, si tornarono a casa, e seguirono il popolo, salvo messer Uguccione, cui il duca ritenne seco in palagio, e i priori dell'arti, i quali erano rifuggiti in palagio. Ed essendo levato il romore, e tutta gente ad arme, e quelli dei cinque sesti, ond'erano capo gli Adimari, per iscampare Antonio di Baldinaccio loro consorto e gli altri presi per lo duca, i Medici, Altoviti, Ricci, Oricellai, e gli offesi da lui, come è detto addietro, presono le bocche dalle vie che vanno in sulla piazza dei Priori, ch'erano più di dodici vie, e quelle sbarrarono e afforzarono sì che nullo vi potea venire nè entrare nè uscire dal palagio alla piazza. E di dì e di notte si combatterono colla gente del duca, ch'erano in palagio e 'n su la piazza, ov'ebbe alquanti morti, ma molti fediti de' cittadini per lo molto saettamento e pietre che venivano dal palagio. Ma alla fine la gente del duca ch'era in su la piazza, la sera medesima, non possendo durare, lasciarono i loro cavalli, e i più di loro si fuggirono nel compreso del palagio dov'era il duca e' suoi baroni; e alquanto si guarentirono tra' nostri, lasciando l'armi e' cavalli: e chi preso, e chi fedito. Come si cominciò il detto romore, Corso di messere Amerigo Donati co' suoi fratelli e consorti e altri seguaci ch'aveano loro amici e parenti in pregione, assalirono e combatterono le carceri delle Stinche, mettendo fuoco nello sportello e bertesche ch'erano di legname; e coll'ajuto de' pregioni dentro ruppono le dette carceri, e uscirono tutti i detti pregioni. E con quello impeto, crescendo loro seguito di messer Manno Donati, e di Niccolò di messer Alamanno, e di Tile di Guido Benzi de' Cavicciuli, e degli altri consorti e fratelli d'Antonio di Baldinaccio degli Adimari, e di Beltramo de' Pazzi e di più altri, ch'avevano loro amici in bando e presi in palazzo, assalirono e combatterono il palagio del podestà, ov'era messer Baglione da Perugia podestà per lo duca. Il quale nè egli nè sua famiglia si misono a resistenza, ma con grande paura e pericolo si fuggì a santa Croce. E rubato il palagio d'ogni loro arnese in fino alle finestre e panche del Comune; e ogni atto e scritture vi furono prese e arse, e rotta la carcere della Volognana, e scapolati i pregioni. E poi ruppero la camera del Comune, e di quella tratti tutti i libri ov'erano scritti gli sbanditi e rubelli del Comune, e arsi tutti; e simile rubati tutti gli atti dell'uficiale della mercatanzia sanza contasto niuno. Altra ruberia ed offensione corporale non fu fatta in tanto scioglimento di città, se non contro alla gente del duca; che fu grande cosa: e tutto avvenne per l'unità in che si trovarono i cittadini a ricoverare la loro libertà e quella della repubblica. E ciò fatto, il detto sabato quelli d'Oltrarno apersono l'entrata dei ponti, e valicarono di qua a cavallo e a piè in arme, e con gli altri cittadini de' cinque sesti feciono levare le sbarre e serragli delle rughe maestre, e colle insegne del Comune e del popolo cavalcarono per la città, gridando: Viva il popolo e Comune e sua libertà, e muoja il duca e' suoi! E trovarsi i cittadini più di mille a cavallo benmontati e in arme, tra di loro cavalli e di quelli tolti alla gente del duca; e più di diecimila cittadini armati a corazze e a barbute come cavalieri, sanza l'altro popolo minuto tutto in arme, sanza alcuno forestiere o contadino. Il quale popolo fu molto nobile a vedere, e possente e unito.

Il duca e sua gente veggendosi così fieramente assaliti dal popolo nel palagio (ed era con più di quattrocento uomini, e non v'era quasi altro che biscotto e aceto e acqua), ma credendosi guarentire dal furioso popolo, la domenica mattina fece cavaliere Antonio di Baldinaccio degli Adimari, il quale non si volea fare di sua mano; ma i priori, ch'erano rinchiusi in palagio, vollono ch'egli si facesse a onore del popolo di Firenze: e così fece. E poi lasciò lui e gli altri ch'egli avea presi in palagio, e puose in sul palagio bandiere del popolo: ma però non cessò l'assedio e furia del popolo. La domenica di notte giunse il soccorso de' Sanesi, trecento cavalieri e quattromila balestrieri, molto bella gente; e con loro, sei grandi e popolani cittadini di Siena, ambasciadori. E i Samminiatesi mandarono al servigio del nostro Comune dugento pedoni bene armati, e' Pratesi cinquecento fanti. E vennevi di presente il conte Simone da Battifolle, e Guido suo nipote, con quattrocento fanti. E di nostri contadini armati il seguente dì vennono in grandissima quantità al Comune e a' singulari cittadini, onde la città fu piena d'innumerabili cittadini e contadini in arme. I Pisani mandarono alla richiesta di loro amici, come toccammo addietro, sanza assento del Comune, cinquecento cavalieri, i quali vennono infino al borgo della Lastra di là da Settimo. Sentendosi in Firenze, se n'ebbe grande gelosia, e mormorio contro a que' grandi a cui richiesta venivano: e per lo Comune a loro fu mandato che non venissono; e così feciono. Ma tornandosi addietro, da quegli di Montelupo e di Capraia e d'Empoli e di Pontormo furono assaliti, e morti e presi più di cento pure de' migliori; e perderono più di cento cavalli, tra morti e presi.

Arezzo, sentendo come il duca era al di sotto, assediato da' cittadini di Firenze nel palagio, incontanente si rubellarono alla gente e uficiali del duca per gli guelfi. E il castello d'entro fatto per gli Fiorentini, fu assediato, che v'era Guelfo di messer Bindo Bondelmonti per castellano, il quale di subito rendè agli Aretini, sanza alcuna difensione. E in Castiglionaretino era Andrea di Tingo de' Bardi, e Jacopo di Laino de' Pulci per castellani, e sanza alcuno contasto renderono a' Tarlati d'Arezzo. E ciò veduto, i Pistolesi, si rubellarono, e ridussonsi a loro libertà e popolo guelfo, e disfeciono il castello fatto per gli Fiorentini, e ripresono Serravalle. E rubelossi santa Maria a Monte, e Montepoli, tenendosi per loro; rubellossi Volterra, e tornossi alla signoria di messer Ottaviano de' Belforti, che prima la signoreggiava; e Colle e san Gimignano si rubellarono dalla signoria del duca, e disfeciono le castella, e rimasono in loro libertà. E tale fu la ruina della signoria del duca in Firenze e intorno, in pochi giorni.

Venuti in Firenze i Sanesi e l'altra amistà, il vescovo con certi altri buoni cittadini e popolani feciono richiedere a bocca tutta buona gente, e sonare la campana del palagio del podestà, e bandire parlamento per riformare lo stato e signoria di Firenze. E congregati tutti in santa Reparata in arme il lunedì appresso, di grande accordo elessono gl'infrascritti cittadini, ciò furono quattordici, sette grandi e sette popolani, con grande balìa di riformare la città e fare uficiali e leggi e statuti, per tempo e termine insino a calen d'ottobre vegnente ciò furono del sesto d'Oltrarno messer Ridolfo de' Bardi, messer Pino de' Rossi, e Sandro di Cenni de' Biliotti; e di san Piero Scheraggio messer Giannozzo Cavalcanti, messer Simone Peruzzi, e Filippo Magalotti; e per lo sesto di Borgo messer Giovanni Gianfigliazzi, e Bindo Altoviti; per lo sesto di san Brancazio messer Testa Tornaquinci, e Marco degli Strozzi; per lo sesto di porta del Duomo messer Bindo della Tosa, e messer Francesco de' Medici; per lo sesto di porta san Piero messer Talano degli Adimari, e messer Bartolo de' Ricci. I detti quattordici elessono per podestà il conte Simone, e raunaronsi nel vescovado. Ma il detto conte, come savio, rinunziò, e non volle essere giustiziere de' Fiorentini; e però chiamarono messer Giovanni marchese da Valiano: e infino che penasse a venire elessono luogotenente del podestà gl'infrascritti sei cittadini, uno per sesto, tre grandi e tre popolani; Oltrarno, messer Berto di messere Stoldo Frescobaldi; san Piero Scheraggio, Taddeo di Donato dell'Antella; in Borgo, Nepo degli Spini; san Brancazio, Pagolo Bordoni; porta del Duomo, messer Francesco Brunelleschi; porta san Piero, Antonio degli Albizzi. E stettono in palagio del podestà con dugento fanti pratesi, e teneano ragione sommaria di ruberie e forze e simili, sanza altro uficio.

In questa stanza non cessava l'assedio del duca, e di dì e di notte combattendo il palagio, e di cercare di suoi uficiali. Fu preso uno notaio del conservadore per gli Altoviti, stato micidiale e reo, e fu tutto tagliato a bocconi. E appresso fu trovato messer Simone da Norcia stato uficiale sopra le ragioni del Comune, il quale molti cittadini, cui a diritto e cui a torto, avea tormentati crudelmente e condannati: per simile modo a pezzi fu tutto tagliato. In porta santa Maria in su la fogna uno notaio napoletano, ch'era stato capitano de' sergenti a piedi del duca, reo e fellone, chiamato Filippo Terzuoli, tutto fu abbocconato dal popolo. E uno ser Arrigo Fei, ch'era sopra le gabelle, fuggendosi da' Servi vestito come frate, fu conosciuto da san Gallo, e fu morto, e poi da' fanciulli trainato ignudo per tutta la città, e poi in sulla piazza de' Priori impeso per li piedi, e sparato come porco, e sbarrato. Tale fine ebbe della sua sforzata industria di trovare nuove gabelle, e gli altri suddetti, della loro crudeltà. I signori quattordici col vescovo, e col conte Simone e con gli ambasciadori di Siena al continuo erano in trattato col duca per trarlo di palagio; e sovente a vicenda, a parte a parte, di loro entravano in palagio e uscivano, benchè poco piacesse al popolo. Alla fine nulla concordia assentìo il popolo, se non avessono dal duca il conservadore, e il figliuolo, e messer Cerrettieri Visdomini per farne giustizia. Il duca in nulla guisa l'assentiva, ma i Borgognoni ch'erano assediati in palagio s'allegarono insieme, e dissero al duca, che innanzi che volessono morire di fame e a tormento, darebbono preso lui al popolo, non che i detti tre: e ordinato l'aveano, e aveanne il podere di farlo; tanti ve n'erano, e sì v'erano forti. Il duca veggendosi a tale partito, acconsentì; e il venerdì, il primo dì d'agosto, in su l'ora della cena, i Borgognoni presono messer Guiglielmo d'Asciesi, detto conservadore della tirannia del duca d'Atene, e un suo figliuolo detto messer Gabriello d'età di diciotto anni, e di poco fatto cavaliere per lo duca, ma bene era reo e fellone a tormentare i cittadini: e pinsolo fuori dell'antiporto del palagio in mano dell'arrabbiato popolo, e de' parenti e amici cui il padre avea giustiziati, Altoviti, Medici, Oricellai, e quegli di Bettone Cini, principali, e più altri. I quali in presenza del padre per più suo dolore, il suo figliuolo, pinto fuori, innanzi il tagliarono e smembrarono a minuti pezzi; e ciò fatto, pinsero fuori il conservadore, e feciono il simigliante. E chi ne portava un pezzo in su la lancia e chi in su la spada per tutta la città; ed ebbonvi de' sì crudeli, e con furia sì bestiale e tanto animosa, che mangiarono delle loro carni crude. E cotale fu la fine del traditore e perseguitatore del popolo di Firenze. E nota, che chi è crudele, crudelmente more, dixit Dominus. E fatta la detta furiosa vendetta, molto s'acquetò e contentò la rabbia del popolo: e fu però scampo di messer Cerrettieri, che dovea essere il terzo, e bene lo meritava: ma saziati i loro avversari, non lo addomandarono; e fuggendosi poi la sera fu nascosto e portato da certi di casa de' Bardi, e altri suoi amici e parenti il trassono di palagio e menaronlo via. E per la detta furiosa vendetta fatta sopra il conservadore e il suo figliuolo, che avea giudicato a morte Naddo di Cenni e Guiglielmo Altoviti e gli altri, poco appresso si feciono cavalieri due degli Oricellai, e poi due degli Altoviti; la qual cosa fu poco lodata da' cittadini.