Fece fare le paci tra' cittadini e' contadini; e questo fu il meglio che facesse: ma bene ne guadagnò egli e' suoi uficiali grossamente da coloro che le chiedevano. Levò gli assegnamenti a' cittadini sopra le gabelle, de' danari convenuti prestare loro per forza al Comune di Firenze per la guerra di Lombardia e quella di Lucca, ch'erano più di trecentocinquanta migliaia di fiorini d'oro, assegnati in più anni con alcuno guiderdone. E questo fu grande male, onde i cittadini più si gravarono; e fu rompimento di fede al Comune: e molti cittadini che doveano avere grossamente dal Comune, ne furono diserti. E recò a se tutte le gabelle, che montavano più di dugentomila fiorini d'oro l'anno, sanza l'altre entrate e gravezze. Fece fare l'estimo in città e in contado, e fecelo pagare: che montò più di ottantamila fiorini d'oro. Onde i grandi e' popolani e' contadini che viveano di loro rendite, se ne teneano forte gravati. E quando fece fare l'estimo, promise e giurò di non fare di nuovo altre gravezze o imposte o prestanze: ma non l'osservò; ma al continuo gravò i cittadini di prestanze. E fece criare e crescere nuove e isformate gabelle per uno ser Arrigo Fei, a cui egli era amico, che sapeva trovare modo d'avere danari, onde che si venissero. Sicchè in dieci mesi e diciotto dì ch'egli regnò signore, gli vennono alle mani, di gabelle, e d'estimo, e di prestanze, e di condannagioni, e d'altre entrate, presso che quattrocentomila fiorini d'oro, solo di Firenze; sanza quelli che traeva dell'altre terre vicine ch'egli signoreggiava, de' quali rimandò tra in Francia e in Puglia più di fiorini dugentomila d'oro. Perocchè non teneva, fra tutte le terre ch'egli signoreggiava, ottocento cavalieri, e quegli pagava male: e al bisogno della sua ruina se n'avvide con suo danno e vergogna.
Gli ordini de' suoi uficiali e consiglieri erano in questo modo. I priori, come noi avemo detto, erano in nome, ma non in fatto, ch'erano sanza alcuna balìa. Era il podestà messer Baglione de' Baglioni da Perugia, che guadagnava volentieri; e messer Guiglielmo d'Asciesi chiamato conservadore, ovvero assassino di lui, e bargello: e stava ne' palagi de' Cerchi Bianchi nel Garbo. Aveva il duca tre giudici ordinari, che si chiamavano della sommaria, che teneano corte nelle nostre case e cortili e logge de' figliuoli Villani da san Brocolo: e questi giudici rendeano ragione di fatto con molte barattiere. Eravi uno messer Simone da Norcia giudice sopra rivedere le ragioni del Comune, ed era più barattiere di coloro che condannava per baratteria: e abitava ne' palagi che furon de' Cerchi da san Brocolo. Di suo consiglio era il vescovo di Lecce sua terra di Puglia: e suo cancelliere era Francesco il vescovo d'Asciesi fratello del conservadore: il vescovo d'Arezzo degli Ubertini, e messer Tarlato da Pietramala, e il vescovo di Pistoia e quello di Volterra, e messer Ottaviano de' Belforti di Volterra. Questi tenea per sicurtà di loro terre, e i vescovi per una coperta ipocrisia. Co' cittadini aveva di rado consiglio, e poco gli prezzava, e meno gli serviva, ristrignendosi solo al consiglio di messer Baglione, e del conservadore, e di messer Cerrettieri de' Visdomini, uomini corrotti in ogni vizio, a sua maniera. Faceva i suoi decreti di fatto e sotto suo suggello, il quale il suo cancelliere si faceva bene valere.
Signore era di piccola fermezza e di meno fede di cose che promettesse; cupido e avaro, e male grazioso: piccoletto di persona, e brutto e barbucino, e parea meglio Greco che Francesco, sagace e malizioso molto.
Il suo conservadore fece impiccare messer Piero da Piacenza uficiale della mercatanzia, opponendogli baratteria, e che mandava lettere a messer Luchino da Milano. Fece costringere i mallevadori di Naddo di Cenni degli Oricellai, ch'era a' confini a Perugia, e fecelo tornare, con sua sicurtà; ed egli tornò a dì 11 di gennaio: e non osservandogli fede, il fece impiccare con una catena in collo, acciocchè non potesse essere ispiccato; e tolse a' suoi mallevadori cinquemilacinquecentoquindici fiorini d'oro, opponendo ch'egli gli avea frodati al Comune in Lucca, oltre agli altri che gli avea tolti prima. E tutti i suoi beni, confiscò a se, opponendogli ch'egli avea trattato col Comune di Siena e di Perugia contra lui, i quali non amavano la vicinanza e signoria del duca: e forse in parte fu vero. Questo Naddo fu sagace e sottile uomo, e molto grande e presuntuoso uomo in Comune, e bene guadagnava volentieri. Il padre, Cenni di Naddo, stato molto grande in Comune; per dolore del figliuolo e per temenza del duca si fece frate di santa Maria Novella: e fece bene dell'anima sua, se 'l fece con buona intenzione, per fare penitenzia delle colpe commesse in Comune, spezialmente in sturbare l'accordo co' Pisani, il quale si potea avere assai onorevolemente per lo nostro Comune, come toccammo addietro.
In questi tempi, del mese di marzo, fece il duca lega e compagnia co' Pisani, e taglia di duemila cavalieri contra ogni loro avversario. I Pisani teneano ottocento cavalieri, e il duca milledugento cavalieri; la quale compagnia molto dispiacque a' Fiorentini e a tutti i Toscani guelfi; e poco s'osservò, perchè non era piacevole mischiato, nè buona compagnia. Del mese di marzo detto il duca fece nel contado di Firenze sei podestà, uno per sesto, con grande balìa di potere fare giustizia reale e personale, e con grandi salarii: e i più furono delle case de' grandi, e di quelli che di nuovo erano stati rubelli, e rimessi in Firenze di poco. La qual nuova signoria molto dispiacque a' cittadini, e più a' contadini, che portavano la spesa e la gravezza.
Fece pigliare uno Matteo di Morozzo, e in su un carro il fece attanagliare, e levargli le carni co' rasoi d'addosso, e poi dalla piazza alle forche istrascinare sanza asse, e poi il fece impiccare, perch'aveva rivelato uno trattato de' Medici e d'altri che doveano offendere il duca. Egli non volle credere, che venia a suo pericolo e danno, di quello che gli avvenne. L'ultimo dì di marzo fece impiccare in su 'l monte Rinaldo Lamberto degli Abati, il quale era suto valente uomo nell'oste nostra a Lucca, ch'era colle masnade di messer Mastino, perchè gli avea rivelato uno trattato che certi grandi di Firenze teneano contro il duca con messer Guido Ricci da Fogliano capitano della gente di messer Mastino, opponendogli il contrario, ch'egli tenea trattato con messer Mastino di torgli la signoria. La qual cosa non fu vero, ma fu vero quello che il detto Lamberto gli avea rivelato: ma per le sue opere viveva in grande sospetto e gelosia. E chiunque gli rivelava trattato o da beffe o da dovero, o parlava contra lui, il faceva morire di crudeli tormenti per mano del suo conservadore.
Per la Pasqua della Resurrezione, l'anno 1343, il duca tenne grande festa a' cittadini e a' suoi baroni e conestabili e soldati, con grandi corredi; ma con mala volontà de' cittadini. E fece tenere giostra nella piazza di santa Croce per più giorni; ma pochi cittadini vi giostrarono, che già a' grandi e a' popolani cominciavano a dispiacere i suoi processi. All'uscita d'aprile del detto anno ordinò e cominciò ad afforzare e chiudere san Casciano per riducervi dentro le villate d'intorno, e che si chiamasse Castelducale, ma poco andò innanzi. Fecesi in Firenze sei brigate per fare festa, di gente di popolo minuto, vestiti insieme ciascuna brigata per se, e danzando per la terra. La maggiore fu nella Città Rossa, e il loro signore fu chiamato lo Imperadore: l'altra a san Giorgio, e chiamavasi quella del Paglialoco: e ebbono zuffa queste due brigate insieme. L'altra fu a san Friano, e una nel borgo d'Ognissanti: l'altra da san Paolo: l'altra nella via Larga degli spadai. E fu motiva e consentimento del duca per recarsi l'amore del popolo minuto, per quella isforzata vanità: ma poco gli valse al bisogno. Per la festa di san Giovanni, fece fare l'offerta all'arti al modo antico, sanza i gonfaloni: e la mattina della festa oltre a' ceri usati delle castella del Comune, ch'erano da venti, ebbe da venticinque drappi ovvero palii ad oro, e bracchetti e sparvieri e astori per omaggio d'Arezzo, Pistoia, Volterra; e da san Gimignano, e da Colle, e da tutti i conti Guidi e da Mangona e da Corbaia, e da monte Carelli, e da Pontormo, e dagli Ubertini e da' Pazzi di Valdarno, e da ogni baroncello e conticello d'attorno, e dagli Ubaldini; che, coll'offerta de' ceri, fu una nobile cosa e festa. E raunaronsi tutti i ceri, palii, e gli altri tributi tutti alla piazza di santa Croce; e poi l'uno appresso l'altro andaro al palagio dov'era il duca, e poi gli offersono a san Giovanni. Fece aggiugnere al palio dello sciamito da rovescio una fodera di vaio isgrigiato quant'era lunga l'asta, ch'era molto ricco a vedere. E fece molto ricca festa e nobile, e fu la prima e la sezzaia ch'egli dovea fare in Firenze per le sue ree operazioni.
All'uscita di giugno fece fare una sconcia giustizia; che uno Bettone Cigni da Campi, de' menatori de' buoi dell'antico carroccio, il quale di poco il duca l'avea fatto de' priori per la dignità del carroccio, e vestitolo di scarlatto, poich'egli uscì dell'uficio, si dolse, e disse alcuna parola oziosa per una imposta che gli era stata fatta, il duca gli fece cavare la lingua infino alla strozza, e con quella innanzi in su una lancia per dilegione il mandò per tutta la terra, e poi il mandò a' confini a Pesaro: e per quella tagliatura della lingua morì. Di questa giustizia si turbarono molto i cittadini; e ciascuno la riputava in sè di non potere parlare o dolersi de' torti e oltraggi che gli fossero fatti. Ma la persona di Bettone era degna di quello, e di peggio; ch'egli era pubblicano e villano gabelliere, e colla peggiore lingua che uomo di Firenze: sicchè morì nel peccato suo.
A dì 2 di luglio il duca fermò lega e taglia con messer Mastino della Scala, e co' marchesi da Esti, e col signore di Bologna, e con lui contrasse parentado: ma più gli era utile la compagnia e benivolenza de' cittadini di Firenze, la quale al tutto s'aveva levata e tolta; e quella che fece con quelli signori, poco o niente gli valse al suo bisogno, e poco durò. Assai avemo detto sopra i processi e opere del duca d'Atene fatte in Firenze mentre ne fu signore: e non si potea fare di meno, acciocchè sieno manifeste le cagioni perchè i Fiorentini si rubellarono della sua signoria, e perchè prendano esempio per lo innanzi quelli che sono a venire di non volere signore perpetuo nè a vita. Il dì e l'ora che prese la signoria, per gli savi astrolaghi fu preso l'ascendente, che fu gradi ventidue del segno della Libra, segno mobile, e opposito del segno d'Ariete significatore di Firenze, e in termine di Marte; e Marte, nostro significatore, era nel detto segno della Libra contrario alla sua casa, e il suo signore Venus nel Leone gradi otto, faccia di Saturno, e contrario alla sua triplicità. Per la quale costellazione dissono d'accordo i detti astrolaghi, che la sua signoria non dovea compire l'anno; e come l'uscita sua doveva essere vituperevole e con molti tradimenti e romore, ma con pochi omicidii. Ma più credo che fosse la cagione il suo male reggimento e le sue ree opere per lo suo pravo e libero arbitrio, usandolo male.