Appresso all'entrare d'agosto il duca fece pigliare messer Giovanni di Bernardino de' Medici, stato, per lo nostro Comune, capitano di Lucca, e fecegli tagliare la testa, apponendogli (e fecegli confessare) che per danari avea lasciato fuggire di Lucca e ire nel campo de' Pisani messer Tarlato d'Arezzo, il quale aveva in sua guardia. E i più dissono ch'egli non ne avea colpa, se non di mala guardia. Appresso, del detto mese d'agosto fece pigliare Guiglielmo degli Altoviti, stato, per lo nostro Comune, capitano d'Arezzo, e fecegli tagliare la testa, trovando, per sua confessione, per lui fatte molte baratterie. E alcuno disse che fu procaccio e spendio de' Tarlati d'Arezzo, i quali egli avea mandati presi a Firenze: e a ciò diamo in parte fede. E condannò uno nipote di questo Guiglielmo e Matteo di Borgo Rinaldi, stati uficiali in Arezzo e in Castiglione Aretino, ciascuno in cinquecento fiorini d'oro, per avere commesse baratterie. Ancora fece pigliare Naddo di Cenni degli Oricellai grande popolano, il quale era stato in Lucca uficiale sopra le masnade de' soldati, e fecegli rimettere nella camera del Comune quattromila fiorini d'oro, i quali si disse ch'egli avea avuti da' Pisani sotto falso trattato tenuto con loro, e giurato sopra Corpus Domini di fare loro compiere l'accordo di Lucca, quando Cenni di Naddo suo padre era de' priori di Firenze. E oltre, a ciò gli fece rimettere fiorini duemilacinquecento d'oro, i quali confessò avere guadagnati in Lucca nelle paghe de' soldati e della vittuaglia; e per grazia e per prieghi di molti popolani gli perdonò la vita, e prese da lui mallevadoria di fiorini diecimila d'oro, e diegli i confini a Perugia. E per simile modo fece rimettere a Rosso di Ricciardo de' Ricci, compagno del detto Naddo e camarlingo in Lucca, fiorini tremilaottocento d'oro, confessati che avea avuti in sua parte, e guadagnati in Lucca sopra i soldati e sopra la vittuaglia: e per simile modo a grandi prieghi gli perdonò la vita, e miselo in pregione per l'avere e per la persona.
Per le dette giustizie fatte in avere e in persona di quattro popolani i maggiori di Firenze, e delle maggiori case, Medici, Altoviti, Ricci e Oricellai, il duca fu molto temuto e ridottato da tutti i cittadini: e i grandi ne presono grande baldanza: e il popolo minuto ne fece grande allegrezza, perchè avea messo mano nel reggimento. E quando il duca cavalcava per la città, andavano gridando viva il signore: e quasi in ogni canto e palagio di Firenze era dipinta l'arme sua per gli cittadini, per avere la sua benivolenza; e chi per paura. In questo tempo spirò l'uficio de' venti della balìa, stati rettori ovvero guastatori della repubblica di Firenze; e lasciando il Comune in debito di più di quarantamila fiorini d'oro co' cittadini, senza il debito promesso a messer Mastino. Per le dette cagioni il duca ne montò in grande pompa, e crebbegli la speranza del suo proponimento d'essere al tutto signore di Firenze col favore de' grandi e del popolo minuto. E così gli venne fatto. E per consiglio di certi grandi ne richiese i priori, ch'allora erano nell'ufficio. I detti priori con gli altri ordini, cioè i dodici buoni uomini e i gonfalonieri delle compagnie, e con altri consiglieri, in nulla guisa vollono acconsentire di sottomettere la libertà della repubblica di Firenze sotto giogo di signoria a vita di neuno; il quale non fu mai acconsentito nè sofferto per gli nostri padri antichi, nè all'imperadore, nè al re Carlo, nè a neuno suo discendente, che tanto fossero amici o confidenti in parte guelfa o parte ghibellina, nè per isconfitte o male stato ch'avesse mai il nostro Comune. Il detto duca per sodducimento e conforto quasi di tutti i grandi di Firenze, spezialmente di quegli della possente casa de' Bardi, e Rossi e' Frescobaldi e Cavalcanti, Buondelmonti, Adimari, Cavicciuli, Donati, Gianfigliazzi, Tornaquinci e Pazzi, per rompere gli ordini della giustizia ch'erano sopra i grandi: e così promise il duca di fare. De' popolani furono questi: Peruzzi, Acciaiuoli, Bonaccorsi, Antellesi e loro seguaci, per cagione e male stato delle loro compagnie, perchè il duca gli sostenesse in istato, non lasciandogli rompere, nè strignere a pagare i loro creditori. E gli artefici minuti, a cui era spiaciuto il reggimento de' venti popolani grassi della balìa, tutti se gli proffersono in ajuto e in arme.
Il duca, il qual era sagace, e nutrito in Grecia e in Puglia più che in Francia, veggendosi tanto favore e seguito, la vigilia di nostra Donna di settembre fece ire uno bando per la città, che volea fare parlamento la mattina vegnente in sulla piazza di santa Croce per bene del Comune. I priori e gli altri reggenti sentendo la trama del duca e del suo mal consiglio, non sentendosi forti nè provveduti, e temendo che, facendosi il detto parlamento, non fosse discordia o romore, o commutazione di città, sì v'andarono parte de' priori e de' loro colleghi la sera a santa Croce, a trattare accordo col duca: e dopo molto tirata e dibattuta la querela, essendo molto di notte, rimasono in questa concordia col duca, cioè: che il Comune di Firenze gli darebbe la signoria della città e del contado per uno anno, oltre al tempo ch'egli l'aveva, con quella giuridizione e patti e gaggi ch'ebbe messer Carlo duca di Calavra e figliuolo del re Ruberto gli anni di Cristo 1326. E questo accordo si fermò per vallati e pubblici istrumenti e carte per più notai dall'una parte e dall'altra: e saramentò in sul messale che conserverebbe in sua libertà il popolo e l'uficio de' priori e gli ordini della giustizia; riducendosi il detto ordinato parlamento la mattina in sulla piazza de' Priori per osservare i patti sopraddetti. La mattina di nostra Donna, a dì 8 di settembre 1342, il duca fece armare la sua gente intorno di centoventi uomini a cavallo: e avea in Firenze da trecento de' suoi fanti; e quasi tutti i grandi di Firenze erano dal suo lato. Messer Giovanni della Tosa e i suoi consorti furono con lui a cavallo insieme con gli altri grandi e popolani suoi amici con l'armi coperte: e accompagnaronlo da santa Croce alla piazza de' Priori presso all'ora di terza. I priori insieme con gli altri ordini del Comune scesono del palagio: e assettati a sedere col duca in su la ringhiera, fatta la proposta, messer Francesco Rustichelli giudice, ch'era allora priore, si levò suso ad aringare sopra ciò: ma, com'era ordinato, non fu lasciato troppo dire, ma a grida di popolo per certi scardassieri e popolazzo minuto, e certi masnadieri di certi grandi uomini, cominciarono a gridare dicendo: Sia la signoria del duca a vita; sia il duca nostro signore. E preso per gli grandi, il portarono in sul palagio; e perchè il palagio era serrato, gridarono alle scure: sicchè convenne che s'aprisse, tra per forza e per inganno, il palagio; e misonlo in palagio e in signoria. E i priori furono messi nella camera dell'arme del detto palagio, vilmente. E fu tolto per certi grandi il gonfalone e il libro degli ordini della giustizia sopra i grandi, e poste le bandiere del duca in su la torre, e sonate le campane a Dio laudamo. E fece la mattina all'entrare del palagio in su la porta due cavalieri, messer Cerrettieri de' Visdomini ch'era suo scudiere e famigliare, e Rinieri di Giotto da san Gimignano, stato capitano dei fanti de' priori, il quale acconsentì al tradimento d'aprire e di dargli il palagio del popolo, che agevole gli era a difenderlo, com'egli era tenuto e dovea fare per suo onore. Assentì al detto tradimento messer Guiglielmo d'Asciesi allora capitano del popolo, il quale rimase poi con lui per suo bargello e carnefice, dilettandosi di fare crude giustizie d'uomini. Messer Meliaduso d'Ascoli, allora podestà di Firenze, non volle assentire al detto tradimento, anzi volle rinunziare l'uficio della podesteria: benchè si disse per alcuno che tutto fece a frode e inganno, perocchè poi rimase pure suo uficiale. Il duca e i grandi feciono grande festa d'armeggiare, e la sera grandi luminarie e falò. E ivi a due dì appresso si fece il duca confermare signore a vita per gli opportuni consigli. E mise i priori nel palagio de' Figliuoli Petri dietro a san Piero Scheraggio con venti fanti solamente, che ne solevano prima avere cento, levando loro ogni uficio e signoria. E levò l'arme a tutti i cittadini privilegiati, e di che stato si fossono. E poi all'ottava di nostra Donna fece il duca grande festa e solennità a santa Croce per la sua signoria, e fece offerire più di centocinquanta prigioni. E il nostro vescovo sermonando, molto il lodò di magnificenza al popolo. In questo modo con tradimento il duca d'Atene usurpò la libertà della città di Firenze ch'era durata cinquant'anni, in grande libertà, stato e signoria. E noti chi questo leggerà, come Iddio per gli nostri peccati in poco tempo diede e permise alla nostra città tanti flagelli, come fu diluvio, carestia, fame, mortalità, sconfitte, vergogne d'imprese, perdimento di sustanze e di moneta, fallimenti di mercatanti, e danni di credenza, e ultimamente di libertà, recati a tirannesca signoria e servaggio. E però, per Dio, carissimi cittadini presenti e futuri, correggiamo i nostri difetti, e abbiamo tra noi amore e carità, acciocchè noi piacciamo all'altissimo Iddio, e non ci rechiamo all'ultimo giudicio della sua ira, come assai ci mostra chiaro per le sue visibili minacce. E questo basti a' buoni intenditori; tornando a nostra materia de' processi del duca.
Poi appresso ch'egli ebbe la signoria di Firenze, a' dì 24 di settembre ebbe la signoria d'Arezzo; e quella di Pistoia, dove avea già suoi vicari il duca per lo Comune di Firenze, gli si dierono a vita; e poco appresso per simile modo si dierono Colle di Valdelsa e san Gimignano, e poi la città di Volterra: onde molto si crebbe lo stato suo e signoria. E ricolse a se tutti i Franceschi e Borgognoni ch'erano al soldo in Italia; di che tosto ne ebbe più di ottocento, sanza gl'Italiani: e molti suoi parenti vennero a lui infino di Francia, per le novelle ite di là, di lui, e della sua signoria e gloria. E quando ciò fu rapportato al re Filippo di Francia suo sovrano, subitamente disse a' suoi baroni che gli erano d'intorno, in sua lingua: Albergé il est le pélerin, mais il y a mauvais ostel: il quale fu uno proverbio molto di vera sentenzia, e profezia, come poco tempo appresso gli avvenne. Ancora non è da dimenticare di mettere in nota una breve lettera d'ammonizione e di grande sentenza, che si trovò in uno suo forziere quando e' fu cacciato di Firenze, la quale gli avea mandata il re Ruberto quando seppe ch'egli avea presa la signoria di Firenze sanza sua saputa o consiglio, la quale di latino facemmo recare in volgare per seguire il nostro stile, la quale dicea così:
«Non senno, non virtù, non lunga amistà, non servigi a meritare, non vendicatogli delle loro onte, t'ha fatto signore de' Fiorentini, ma la loro grande discordia e il loro grave stato; di che se' loro più tenuto, considerando l'amore ch'eglino t'hanno mostrato, credendosi riposare nelle tue braccia. Il modo c'hai a tenere volendoli bene governare, si è questo. Che tu ti ritenga col popolo che prima reggeva: e reggiti per lo loro consiglio e non loro per lo tuo. Fortifica giustizia e osserva i loro ordini; e com'eglino si governavano per sette, fa' che per te si governino per dieci, ch'è numero comune, che lega in se tutti i singulari numeri (ciò vuol dire, non gli reggere per sette nè divisi, ma a Comune). Abbiamo inteso che traesti quelli rettori della casa della loro abitazione (ciò vuol dire de' priori) del palagio del popolo fatto per loro. Rimettivegli a contentamento del popolo; e tu abita nel palagio ove stava nostro figliuolo (cioè nel palagio ove stava il loro podestà, ove abitava il duca di Calavra, quando fu signore di Firenze). E se questo non fai, non ci pare che tuo stato si possa stendere innanzi per ispazio di molto tempo. Robertus rex Jerusalem et Siciliae. Dat. Neapoli die xix. septembris mcccxlii. octava inditione.»
E non è da lasciare di fare memoria della sformata mutazione d'abito, che ci recarono di nuovo i Franceschi, quando venne il duca in Firenze. Che anticamente il loro vestire e abito era il più bello e nobile e onesto che di niuna altra nazione, a modo di togati Romani. Sì si vestivano i giovani una cotta ovvero gonella corta e stretta, che non si poteano vestire sanza l'ajuto altrui, e una correggia come cigna di cavallo, con isfoggiata fibbia e puntale, con isfoggiata scarsella alla tedesca sopra il pettignone, e il cappuccio vestito a modo di scoccobrino col batolo infino alla cintola e più, ch'era cappuccio e mantello, con molti fregi e intagli; e il becchetto del cappuccio lungo infino in terra per avvolgerlo al capo per lo freddo; e colle barbe lunghe per mostrarsi più fieri in arme. E i cavalieri vestiti d'uno sorcotto ovvero guarnacca stretta cintavi suso, e le punte de' manicottoli lunghe infino a terra foderati di vaio e ermellini. Questa stranianza d'abito, non bello nè onesto, fu di presente preso per gli giovani di Firenze, e per le donne giovani con disordinati manicottoli; come per natura siamo disposti noi vani cittadini alle mutazioni de' nuovi abiti e istrani contraffare oltre al modo d'ogni altra nazione, sempre traendo al disonesto e a vanitade. Ciò fu segno di futura mutazione di stato.
Come il duca d'Atene fu fatto signore, e avuto la signoria di Firenze per lo modo detto, per avere meno a contendere di fuori, credendosi fortificare dentro il suo stato e signoria, fece di presente pace e accordo co' Pisani e con tutti i loro seguaci, non guardando a onte o vergogne del Comune di Firenze: ove i Fiorentini speravano ch'egli facesse ogni loro vendetta. E a' dì 14 d'ottobre si pubblicò e bandì in questo modo, cioè: che la città di Lucca rimanesse a' Pisani per quindici anni, e poi rimanesse in istato Comune, rimettendovi al presente gli usciti guelfi di Lucca che tornare vi volessono, rendendo loro i loro beni; e mettendo i Lucchesi in Lucca per podestà cui eglino volessono: il detto tempo rimanendo a' Pisani la guardia del castello dell'Agosta ch'è in Lucca, e tutta la guardia e dominazione della terra. Il podestà di Lucca non aveva altro che il salario e 'l nome, che altra signoria poco potea fare più, che piacesse a' Pisani; ma pure era una possessione per lo nostro Comune, e freno a' Pisani mentre che il duca dominava Firenze, dando i Pisani al duca ogni anno ottomila fiorini d'oro; e i detti danari davan per censo il dì di san Giovanni in una coppa d'argento dorata. Facendo franchi i Fiorentini in Pisa per cinque anni, dove prima erano franchi per sempre, per gli patti antichi, rimanendo d'accordo a' Fiorentini tutte le castella di Valdarno e di Valdinievole, che eglino si tenevano, e Barga e Pietrasanta. E che i Fiorentini dovessono rimettere in Firenze e trarre di bando tutti i loro rubelli nuovi e vecchi, stati al servigio e lega co' Pisani; e perdonare agli Ubaldini e a' Pazzi di Valdarno e agli Ubertini, e trarre di pregione i Tarlati d'Arezzo rendendo loro pace, e trarre di prigione messer Giovanni Visconti di Milano. E così fu fatto di presente. Il quale messer Giovanni Visconti il duca vestì nobilmente, e fornì di cavalli e di danari, e fecelo accompagnare infino a Pisa. Il detto messer Giovanni domandò a' Pisani l'ammenda de' suoi danni e interessi avuti per loro: gl'ingrati Pisani nol vollono udire, ma appuosongli che egli era venuto in Pisa per trattare cospirazione per lo duca e Comune di Firenze nella terra: e così si partì villanamente. Della quale cosa messer Luchino signore di Milano prese molto sdegno contra' Pisani. Per lo detto accordo dal duca a' Pisani, tornaro i Bardi e i Frescobaldi e i loro seguaci in Firenze, com'era di patto; e i Pisani lasciarono ogni prigione fiorentino, e i loro collegati ch'erano presi in Pisa e in Lucca.
A dì 15 d'ottobre il duca fece in Firenze nuovi priori, i più, artefici minuti, e mischiati di quegli che i loro antichi erano stati ghibellini; e diede loro uno gonfalone di giustizia così fatto di tre insegne: ciò fu, di costa all'asta l'arme del Comune, il campo bianco e il giglio vermiglio; e appresso in mezzo, la sua, il campo azzurro e biliottato col leone ad oro, e al collo del leone uno scudo coll'arme del popolo; appresso l'arme del popolo, il campo bianco e la croce vermiglia, e di sopra, il rastrello dell'arme del re. E mise i priori dove prima stava l'esecutore, in sulla piazza, con poco uficio, e minore balìa, con poco onore, sanza sonare campana o congregare il popolo, com'era usanza. Del detto nuovo e dissimulato gonfalone, i grandi che aveano fatto signore il duca, credendosi che al tutto egli annullasse il popolo in detto e in fatto, come avea promesso loro, sì si turbarono forte: e massimamente perchè in que' dì fece condannare uno della casa de' Bardi in cinquecento fiorini d'oro, o nella mano, perchè avea stretta la gola a uno suo vicino popolano perchè gli diceva villania. E così puttaneggiando dissimulava il duca co' cittadini, togliendo ogni baldanza a' grandi che l'aveano fatto signore, togliendo la libertà e ogni balìa e uficio: e altro che il nome de' priori e popolo non rimase loro. E cassò l'uficio de' gonfalonieri delle compagnie del popolo, e tolse loro i gonfaloni; e ogni altro uficio e ordine del popolo che fosse, levò via, se non a suo beneplacito, ritenendosi co' beccai, vinattieri, e scardassieri, e artefici minuti, dando loro consoli e rettori al loro volere, dimembrando gli ordini dell'arti a chi erano sottoposti, per volere maggiore salario di loro lavorii. Per le sopradette cagioni, e altre fatte per lui, si formò cospirazione contro il duca per i grandi e popolani medesimi che l'aveano fatto signore.
E fece torre tutte le balestre grosse a' cittadini, e fece fare l'antiporto dinanzi al palagio del popolo, e ferrare le finestre della sala di sotto, ove si facea il consiglio, per gelosia e sospetto de' cittadini; e fece comprendere tutto il circuito dal detto palagio a quegli che furono de' Figliuoli Petri, e le torri e case de' Manieri, e de' Mancini, e del Bello Alberti, comprendendo tutto l'antico Gardingo e entrando in sulla piazza. Il detto compreso fece cominciare e fondare di grosse mura e torri e barbacani per fare col palagio insieme uno grande e forte castello, lasciando il lavorio d'edificare il Ponte vecchio, ch'era di tanta necessità al Comune di Firenze, togliendo di quello pietre conce e legname. Fece disfare le case di santo Romolo per fare piazza fino alle case del Garbo. E mandò a corte al papa per licenza di potere disfare san Piero Scheraggio, santa Cicilia, e santo Romolo; ma non gli fu assentito per la Chiesa di Roma. Fece torre a' cittadini certi palagi e fortezze e belle case ch'erano nella circumstanza del palagio, e misevi dentro suoi baroni e sua gente sanza pagare alcuna pigione. Fece fare alle porte nuovi antiporti di costa a' vecchi per più fortezza, e rimurare le porte.
Di donne e di donzelle de' cittadini per sè e per sue genti si cominciarono a fare di forze e di violenze, e di laide cose. E infra l'altre, per cagione di donne tolse san Sebbio a' poveri di Cristo, ch'era alla guardia dell'arte di Calimala, e diello altrui illicitamente. E per amore di donna rendè gli ornamenti alle donne di Firenze. E fece fare il loco comune delle femmine mondane, onde il suo maliscalco traeva molti danari.