Cadrebbe qui della grave questione proposta dalla coscienza e dal sapere e dal senno del più grande tra i viventi poeti d'Italia e d'Europa; se il romanzo storico sia opera conforme agli alti fini dell'arte, conciliabile alla religione del vero. Potrebbesi dall'un lato rispondere che il romanzo e il poema e il dramma, quali furono trattati finora, non segnano gli estremi limiti nè dell'arte nè dell'ingegno umano; ch'anzi l'essersi fatto in un certo modo è indizio e prova del doversi fare altrimenti; e che gli stessi argomenti recati dall'illustre uomo possono, anzichè sconsigliare novelle prove, ispirarle. Dall'altro lato cadrebbe di rispondere che le obbiezioni mosse alla mistione dell'imaginario col vero nell'opere d'arte possonsi torcere non solamente contr'ogni rappresentazione de' fatti antichi in parole, ma in qualunque sia segno visibile, contro la narrazione storica stessa, contro l'esposizione dei fatti presenti, e fin contro l'uso dell'umana favella. Nelle storie di Tacito e in tutte le storie umane, nelle relazioni degli uomini di Stato e de' privati cittadini, de' magistrati e de' testimoni intorno a cose vedute e provate ed esaminate diligentemente, nella esposizione d'intimi affetti sentiti da noi medesimi; chi può farsi mallevadore ad altri e a sè stesso che ciascuna parola corrisponda così fedelmente alla proprietà delle cose da non lasciar sospettare gli inconvenienti del romanzo storico nella cronaca, nel giornale, nella lettera famigliare, in quei giudizi ove dalla intelligenza d'una voce dipende tante volte l'onore e la vita? Potrebbesi nelle cose d'arte e in tutte distinguere il falso, l'imaginario, ed il finto; notare che il falso è sempre illecito, e mai bello per sè; il finto che alcune cose suppone per farne grado a altre, lo ammette la matematica nei postulati, le scienze corporee nelle ipotesi, la logica nelle concessioni, nelle supposizioni la vita quotidiana; che l'imaginato non solo è concesso alla mente ma necessario, così come la facoltà da cui nasce, la quale è vita della memoria e strumento alla stessa ragione; e che se può di lei farsi abuso, anco della ragione si abusa. Se non che questi nuovi scrupoli intorno alle difficoltà e ai pericoli e ai doveri dell'arte, onorano non pure l'anima che li ha sentiti ma la nazione e il secolo in cui tale anima nacque; e c'insegnano a usare e nel consorzio degli scritti e in quel della vita il prezioso talento della parola con sempre più attenta ponderazione, con sempre più severo amore, e con quel misto di trepida sollecitudine e di schietta fiducia che appunto dall'amore è ispirato e che sempre meglio lo ispira.
APPENDICE.
I.
DA G. VILLANI.
Grandi mutamenti e diverse rivoluzioni avvennero in questi tempi alla nostra città di Firenze, per le nostre discordie tra' cittadini, e per lo male reggimento de' Venti della balìa, come addietro avemo fatta menzione. E fieno sì diverse, che io autore, che fui presente, mi fa dubitare che per gli nostri successori fieno appena credute di vero: e furono pure così come diremo appresso.
Tornando la detta nobile e grande oste e malavventurata da Lucca, e rendutasi Lucca a' Pisani; i Fiorentini, parendo loro male stare, e veggendo che messer Malatesta nostro capitano non s'era ben portato nella detta guerra, e per tema del trattato tenuto col Bavaro; come addietro toccammo, e per stare più sicuri, elessono per capitano e per conservadore del popolo messer Gualtieri duca d'Atene e conte di Brenna, di Francia, all'entrante di giugno 1342, con salaro e cavalieri e pedoni ch'avea messer Malatesta, per termine d'uno anno. E volle il detto duca, o per suo agiamento, o per sua sagacità, o per quello che ne seguì appresso, tornare a santa Croce al luogo de' frati minori: e la gente sua alloggiò d'intorno. E poi in calen d'agosto appresso, finito il tempo di messer Malatesta, gli fu aggiunta la capitaneria generale della guerra, e che potesse fare giustizia personale in città e di fuori della città. Il gentiluomo veggendo la città in divisione, ed essendo cupido di moneta, che n'avea bisogno come viandante e pellegrino (e bench'egli avesse il titolo del ducato d'Atene, non lo possedeva); avvenne che per sodduzione di certi grandi di Firenze, che al continuo vi cercavano di rompere gli ordini del popolo, con certi grandi popolani per essere signori, e per non rendere il debito loro a cui doveano dare, e sentendo le loro compagnie essere in male stato; al continovo a santa Croce l'andavano a consigliare, e di dì e di notte il confortavano che si recasse al tutto la signoria libera della città in mano. Il quale duca per le cagioni dette, e vago di signoria, cominciò a seguire il malvagio consiglio, e a diventare crudele e tiranno, sotto titolo di fare giustizia, e per essere temuto, e al tutto farsi signore di Firenze.
Avvenne che il dì di san Jacopo, di luglio, negli anni 1342, essendo molti Pratesi iti alla festa a Pistoia, Ridolfo di messer Tegghiaio de' Pugliesi venne per entrare in Prato, che n'era ribello, con forza degli Ubaldini e del conte Niccolò da Cerbaia, e con certi suoi fedeli, nimici de' Guazzalotri, e con certi nostri contadini sbanditi, in quantità di quaranta a cavallo e da trecento fanti a piedi; perocchè gli doveva essere data l'entrata della terra. E per sua disavventura non gli venne fatto; ma fu preso con venti nostri sbanditi andandosene per Mugello agli Ubaldini, e menatone in Firenze preso con gli altri insieme. Il duca lasciò i nostri sbanditi sopra i quali avea la giuridizione: e al detto Ridolfo, che non gli era suddito nè sbandito del comune di Firenze, a torto fece tagliare la testa. E questa fu la prima giustizia ch'egli fece in Firenze; onde molto ne fu biasimato da' savi uomini di Firenze, di crudeltà. E dissesi che n'ebbe moneta da' Guazzalotri di Prato, ch'erano suoi nimici: ovvero il fece come dice il proverbio de' tiranni, che dice: chi uno offende, molti minaccia.