DALLA CITTÀ DI FIORENZA.


Poche congiure, fra le tante tentate, riescono a qualche prossimo effetto: e dico, prossimo, perchè del remoto, quando pure conseguasi e sentasi di conseguirlo, non è mai la congiura la principale, e molto men l'unica, causa. Ma delle poche le quali ottengono un intento, le più sono ordite da pochi, e in servigio non tanto delle moltitudini quanto o d'una o di non molte famiglie. E anche perciò non si sventano, che il segreto non divulgato tra molti corre meno pericoli, e i molti senza saperselo sono o strumento o zimbello. Zimbello è ora il nome del popolo, ora il nome della nazione, ora un principio e ora un vessillo, ora una speranza e ora una memoria che vestesi da speranza. Ma perchè il fine è più noto e determinato, e i principii stessi s'incarnano in una o in poche persone, congiure tali sortiscono un qualche effetto; giacchè gli uomini, per commoversi risolutamente, richieggono oggetti determinati. E allora la smania dell'uscire d'una condizione noiosa forse più che penosa, umiliante forse più che infelice, la smania pur del mutare li fa muovere incontro anco al peggio, e trapassare allegri e superbi da libertà mal portata e piena di sospetti e di cure a quieta e agiata servitù. Le congiure che mettono a servitù, non sono nè le più vane, nè le meno frequenti.

Quelle che sinceramente nell'intenzione di molti mirerebbero al ben comune e al decoro, finiscono spesso male, perchè son di molti; e impossibile sceglierli tutti buoni, e ardimentosi del pari, del pari prudenti, unanimi tutti. Basta che in pochi, basta che in uno, covino germi d'ambizione o d'odio o di cupidigia, acciocchè l'ambizione o si rannicchi in sè o turbi invadendo l'opera altrui o speri soddisfacimento per via contraria: acciocchè l'odio si volga contro i compagni, o per sospetto si divida da essi e trovi sfogo da sè, o sia sopraffatto da odio maggiore; acciocchè la cupidigia si satolli o di prezzo o della speranza del prezzo, o pure paventi di perdere quello che ha già. E le passioni diverse di diversi non può che non si ritorcano l'una contro l'altra; nè certo saprebbero procedere di conserva come gli affetti virtuosi. Ma nell'affrontare il pericolo per fin di bene vuolsi quasi più ordine che impeto, perchè l'ordine è forza che fa d'una schiera un sol muro, e di tante braccia un braccio, e le muove in cadenza come esercito a squillo di sola una tromba. Aggiungi il rimorso o la vergogna che può cogliere talun di coloro il cui fine non era retto; aggiungi la paura che può serpeggiare tra i vili; aggiungi la diffidenza che striscia e agghiaccia del suo veleno anco il cuore de' buoni; aggiungi la baldanzosa jattanza o la cautela insolita che tradiscono, la vanità e la sincerità che si fanno senza saperlo delatrici; aggiungi la dissuetudine dell'operare anche soli, del consentire nelle opinioni anco astratte dai fatti; aggiungi l'abito del sospettare e del discredere, effetto e causa di servitù, fomentato dai tristi signori, accarezzato dagli schiavi come difesa alla loro debolezza: e intenderai perchè quante più son le forze raccolte al cimento, tanto più i risichi della disfatta moltiplichino. Così fra gente molto inesperta delle armi e appiattata in agguato basta che un fucile, mal maneggiato, nel silenzio notturno scatti perchè l'aguato si scopra, e gli insidianti stessi n'abbiano sgomento, e forse dalle proprie loro armi ferita e morte.

Ma quando è detto che un moto abbia a sortire effetto; quando cioè l'ingiustizia predominante pesa tanto nella bilancia non degli uomini ma di Dio, che debba di punitrice diventare punita; allora quelli che per anni e per secoli furono intoppi, che erano intoppi un istante prima, diventano agevolezze; il muro opposto si fa scala, l'erta pendio; la rivoluzione è fatta, prima che per la mano degli uomini, negli animi e nelle cose. Gli assonnati si destano, e col pur balzare in piedi inaspettatamente, sgomentano, come a vedere la risurrezione d'un morto: coloro che parevano stupidamente ignari e usciti dalla memoria di sè, conoscono, ravvisano, si ricordano nomi obbliati da generazioni e generazioni, intendono, indovinano il segreto del proprio e degli altrui cuori, e col fatto rispondono al silenzio altrui, con potenza fatidica interpretato. Gli odii si quetano, come la tempesta al cenno del Dio; i sospetti (che è più mirabile creazione) s'annientano come le tenebre al vincere di subita luce. Le passioni, convertite in affetti, servono anche esse all'amore ed al giusto; la paura figlia e punitrice del peccato trasmuta gl'impeti della fuga negl'impeti dell'assalto; il grido dello spavento diventa spaventosa minaccia; e lo stesso ignorare, lo stesso dubitare di quanti e quali siano consorti al cimento, si fa sicurezza, accresce baldanza. Tutti si credono unanimi, e credendo si fanno; si sentono forti, e questo sentimento novello esprimendo in ogni suono e in ogni atto, atterriscono l'attonito nemico. Le forze soprabondanti, l'una sull'altra si accumulano, e pur non fanno confusione; un disordine provvido, inconscie di sè stesse, le spinge, quasi anima di vento o vicenda di riflusso, che tutte moveva dianzi in un verso le onde, e tutte in un altro con fiotto invincibile le moverà. Lo stesso temersi scoperti dà l'ultima spinta alle audacie; la disperazione stessa è fomite di speranze animose. Così nelle immense officine della natura la dissoluzione è infaticabile ricreatrice di vita.

Queste cose succedono acciocchè nè l'uomo singolo per autorevole che paia, nè i popoli per quanto si tengano grandi arroghino a sè il vanto della rovesciata ingiustizia e delle franchigie istaurate. E acciocchè meglio si umiliino, segue che le trame loro stesse in uno o in più punti si vengano l'una con l'altra intralciando, e che da quello che umanamente è nodo, si svolga inopinato il divino scioglimento. Coteste trame, intrecciate tra loro, invece di farsi rete ai deboli serrano tutt'intorno il potente violento, e lo fanno rimanere immoto come in un lago di ghiaccio. Egli sente mutato ogni cosa intorno a sè, e non sa che cosa, appunto perchè il mutamento è nel tutto; come il nostro e gli altri globi movendosi intorno al sole e a sè stessi, veggono sopraggiungere inevitabile il verno e la notte. Se non che al violento la mutazione sopravviene insolita, inesplicabile; e non gli par vero che uomini, dianzi prostrati e mutoli, abbiano virtù di levare la voce e la fronte. Ai sospetti antichi, ingiusti e incauti, succede una ancor più incauta fidanza. Temendo dei proprii terrori, come di confessione di debolezza e di reità, costui respinge da sè non pure i consigli del bene, ma gli avvisi del pericolo, quegli avvisi che dianzi e' comprava a caro prezzo da' suoi delatori; e con la propria malignità li aggravava, quasi moneta coniata della sua impronta, per falsificarla con più vile metallo. Adesso e del vero e del falso egli ha paura, e meno che mai sa discernere nemici da amici; e coloro stessi che prima gli servivano o fedeli o complici o compri, lo ingannano, o dal proprio terrore ingannati, o stanchi, o pentiti, o preparandosi con perfidi consigli un merito presso il vincitore e una via segreta di scampo. Se uno dei tanti sospetti suoi cade in falso, il disingannarsi di quello lo fa noncurante dei pericoli veri, sordo ai rumori crescenti; e non sa dove cogliere, dove percuotere; paventa di troppo vedere, e troppo scoprire ad altrui; irresoluto, come chi fra le tenebre ha innanzi e dietro e da' lati un precipizio, e dopo lungo esitare e quasi vaneggiare nel pensiero della elezione, si getta disperato nel più rovinoso e più fondo.

Queste cose, nel ristampare il mio lavoruccio corretto, intendevo dapprima innestare nella narrazione stessa, non in bocca di tale o tale persona storica, bensì come considerazioni mie proprie; ma più opportuno mi parve poi separarle, anzi serbarle alla fine, acciocchè nel proemio non turbassero il giudizio che deve dai fatti medesimi risultare. Le prefazioni vengono sovente importune anco in trattati di scienza; e più vogliono essere scuse, più appaiono confessioni: ma pochi le sanno leggere per il loro verso, que' pochi appunto ai quali ogni prefazione è superflua. Nè sola la moralità ch'io ho notata riesce dal mio racconto, o per dir meglio dalla storia che gli porge argomento: e per questo la mi è parsa notabile, che offre quasi un esempio ideale di quella concordia meritamente fortunata la quale raccoglie le forze dissipate d'un popolo a fine giusto, concordia rara quanto l'innocente esecuzione d'imprese per sè legittime, e quanto il loro felice riuscimento. Il convenire dei diversi e divisi ordini della città, e delle divise città di Toscana; l'accordarsi del sentimento religioso col patrio, e la parte principale che prende un vescovo alla cacciata del duca, erano cose tanto più degne di commemorazione che, descrivendo cadeva di dover nettamente distinguere l'affetto cittadino dall'odio, l'abominazione della prepotenza d'un uomo dall'avversione contro la nazione di Francia. Più per istinto e per consiglio venutomi dall'indole stessa de' fatti, che per meditazione o per arte, in questo scritto, steso in quindici giorni ma poi quant'era da me accuratamente corretto, mi son fermato assai più nell'uso e nell'abuso che i cittadini fecero della vittoria, che non negli apparecchi della resistenza e della battaglia; giacchè quella sentii essere la parte maggiormente esemplare. Dico esemplare e nel bene e nel male: se non che la troppo minuta enumerazione di certe atrocità vidi poi essere inutile all'intento, e ne stralciai molte cose. Alcuni germi storici ho svolti; non però quanti potevo; chè il tutto non si può svolgere nè si deve dall'arte; e forse nella rapidità è verità più piena talvolta che nella esattezza penosamente affettata. Ma questo, come tutti gli altri argomenti, può essere ritrattato in nuove forme, secondo il variare de' prospetti che si viene facendo nella varietà degli ingegni e de' tempi. Nel sentenziare non poetico questo o quel tema, o non maneggiabile se non in sola una forma d'arte, conviene andare a rilento: perchè l'esperienza nuova che facciasi o da un uomo o da un popolo o da un'età può a un tratto diffondere luce novella su fatti antichi notissimi, e rischiararli di nuova moralità. Senza la quale da ultimo non c'è poesia, ancorchè la moralità astratta non faccia poesia.

Soggiungo le narrazioni storiche del Villani e del Machiavelli, acciocchè ognuno che vuole, giudichi quanto siasi serbato il colore de' tempi, e rifaccia la storia da sè con la meditazione della fantasia e dell'affetto. Non bado a comprovare nè con comenti nel testo nè con note e citazioni la verità storica di certi accenni, alla quale mi sono attenuto eziandio nel linguaggio, richiamando alcuni vocaboli spenti nell'uso moderno ma che meglio ci trasportano al secolo e al luogo, non però sì che il colorito dello stile non rimanga di lingua vivente. E questo mi venne fatto sovente non per isforzo o per merito mio ma dello stesso idioma toscano, che serba tuttavia vive e ne' monti e nel bel mezzo delle città le antiche e in apparenza più riposte e artifiziate eleganze.