Cavalcava Gualtieri in silenzio, ravvolgendo nell'animo mille pensieri di matto, o d'infermo, che s'impedivano tra sè, e s'aggrovigliavano come serpi: poi, strisciando via tutti, lo lasciavano vuoto, in quel letargo dell'intelletto che i rei hanno comune co' mentecatti. Della varia verdura, dell'ondeggiare dell'ultima messe delle vigne pregnanti di sudata speranza, delle selve, de' colli, de' pianori, de' piani, delle quiete e liete solitudini di Vallombrosa, de' freschi ruscelli dalle vette del Casentino scendenti giù in Arno, niente vedeva: ma il sole, dolcissimo padre di tanta bellezza, gli dava noja sotto al peso dell'armi, e stizza. Il conte Simone gli volgeva di quando in quando parole cortesi, come si fa a pellegrino mal gradito, verso il quale è debito esercitare gli ultimi uffizii della sacra ospitalità: ma egli rispondeva o brevi parole e aride, o nulla. Quelli de' Fiorentini che gli erano più a' fianchi un giorno, ora si stavano più discosti; e già, piaggianti, e' gli avrebbe aborriti vie più. Parevagli essere menato per la pubblica via come a mostra e in trionfo; e si pentiva di non avere scelta la notte al cammino. Perchè da' campi e da' paeselli i villani accorrevano, chi con in mano il coreggiato e chi la falce: ed egli di quelle armi tremava. L'additavano con maraviglia che a lui pareva scherno: e altri aggiungeva parole dure; ma erano pochi. Taluni, ignari ancora del fatto, interrogavano, e il vicino rinarrava la cosa, udente Gualtieri, che era un rinnovare a ogni passo lo spettacolo della gogna. Avrebbe tolto piuttosto soffrire più ore di que' tormenti ch'egli aveva già dati ai rivelatori delle congiure vere. E così, tra la febbre della rabbia impotente, e la smania del chiedere alla mente sfruttata un accorgimento da ingannare la giustizia degli uomini e di Dio, giunse a Poppi. Quivi doveva egli ratificare la giurata rinunziazione, ed erano preparate le scritte, e presti i notai; perchè i Fiorentini bramavano scuotersi di dosso quel sozzo peso, come chi porta abito inzuppato in melma di gora fetida.

Il conte Simone (il quale Gualtieri pareva guardare con occhio men fosco, così come i furiosi hann'uno a cui meno ostinatamente resistono), disse: «Le carte son pronte: il nome vostro, o signore, solo manca.»

Gualtieri taceva; e il conte, dopo breve aspettare: «Dico che manca il nome vostro, o signore.»

Il duca levandosi e misurando con rapidi passi la stanza: «E manchi. La violenza fattami io non posso nè debbo ricevere per buona legge. Ciò non consente la coscienza mia, nè, conte, la vostra.»

Allora il buon vecchio prendendo i fogli, e ripiegandoli, se li mise in seno, e disse con pace: «Quello che a voi piace, sia. Nè io 'ntendo già farvi forza. Ma la città di Fiorenza non è lontana; e così come fino a qui vi condussi, laggiù di nuovo, se tanto v'aggrada, vi menerò; e vostra cura sarà rassettare bellamente le cose, di concordia col popolo fiorentino.»

Gualtieri, che fino a mezzo il discorso l'aveva guardato fiso, rimase come fanciullo gabbato; e finito appena che l'altro ebbe: «Le scritte,» gridò con voce soffocata dall'ira. Il buon vecchio si trasse con pace di seno le scritte, le rispiegò con pace; e Gualtieri v'appose il nome. E preso l'elmo da terra, s'alzò, scese, chiese il cavallo. De' Fiorentini e de' Senesi chi gli volse alcuna parola pietosa, chi dura, chi nulla: egli tacque. Del conte Simone fuggì le dipartenze; dimenticò di stringere la mano a Rinaldo d'Altavilla; e galoppò di gran corsa co' suoi, per iscuotere la stizza, che a lui pesava più dell'infamia.

Il barone di Ciavignì rimase, per abbracciare il conte d'Altavilla: e salutati amorosamente i Fiorentini, e avute da loro sincere significazioni d'affetto, venuto a Rinaldo, strinse l'armato petto di lui al suo petto armato, con lacrime molte, sì che non poteva profferire parola. Rinaldo anch'egli pianse. Così quand'Orfa moabitide ritornava alla sua terra, nel dipartirsi da Rut, fece un gran pianto: ma Rut piangendo la lasciava, e diceva a Noemi: «Il tuo popolo sarà 'l mio popolo, e il tuo Dio, madre, il mio Dio.»

Tale fu la signoria che il duca d'Atene aveva con tradimento usurpata sopra il Comune e popolo di Fiorenza. E' n'andò con molta sua onta, ma con molti danari tratti da' Fiorentini, per li loro difetti e discordie; e lasciandovi di male sequele. E di qui prendano esempio i popoli, di non volere mai signoria perpetua, nè a vita.

QUI FINISCE LA STORIA DELLA CACCIATA

DEL DUCA D'ATENE