—Non so. Mi sento svogliato e d'ogni negozio umano, e d'ogni speranza. A Gualtieri chi può pensare? Pietà mi stringe ad accompagnarlo per poco; infino a Venezia forse: ma poi, i' me ne torno alla mia Francia, dolcissima tuttavia delle contrade: e là, nelle mie terre, m'ingegnerò di vivere tranquillo, infinattanto che il segno della guerra non suoni. Guerra qualsiasi, non monta. L'ubbidienza debita al re signore nostro, la smania che mi prende allo squillar d'una tromba, e, non foss'altro, necessità di fuggire nota di codardo, mi risospingerebbero all'armi. Ma sott'altro signore che sotto il naturale mio, non impugnerò lancia mai.»
In questo dire, videro uscire d'un sentieruolo sulla strada maestra un povero contadino co' suoi arnesi in ispalla, che teneva la sua vecchia moglie per mano, col suo fardello anch'essa, e andavano insieme in quell'atto infantile, alleviando la fatica della via; e un piccolo cane li seguiva con brevi passi, non mai dipartendosi dalle amate orme loro. A quella vista il barone (che in altro tempo ci avrebbe posto mente, come a una fronda d'albero che tremi nascosta fra mille), commosso esclamò: «Queglino l'avvenir loro sanno (beati!) e se ne appagano. La chiesetta che li benedisse infanti, li benedirà trapassati. Poche hanno memorie, ma pure. Pochi piaceri: ma il piacere sentono più forte del dolore; sentono la riconoscenza e il rispetto. Poco odiano, o almeno odiano senza disprezzo, ch'è il veleno dell'anima.»
E il conte: «Ben dite: amara cosa il disprezzo.
—Ma di voi, riprese il barone, ditemi, conte, di voi. Sarete voi dunque ormai negato alla terra di Francia?
E Rinaldo: «Non so. Qui mi confortano a rimanere i consorti e gli amici degli Adimari, e sono di molti; poi tutti, che sanno com'io in momenti difficili, francese di patria, sono stato d'anima fiorentino. Ella, dopo il pericolo corso, s'è fatta più affettuosa e più intendente che mai. Abbandonare questo amore che venne spontaneo a raccogliermi quasi da terra, e a levare in alto lo spirito mio, non potrei. Ma rimanere in Fiorenza parmi grave cimento. Repubblica è cosa mobile per natura: stassera esaltato, sei calpesto domani. Il sospetto s'insinua, com'ellera, in tali edifizii, e li dissolve. Se in me solo cadesse il pericolo, sosterrei: ma se nel suocero mio, se in Matilde? E per mia cagione fare la casa d'Antonio Adimari, d'accetta ch'ell'è alla città, o aborrita o sospetta, l'avrei per misfatto. Poi nell'ebrezza della vittoria, e nell'odio del nome francese, i più vani tra cotesti Fiorentini (e son vani anch'essi), assalirebbero con parole pungenti, non me, ma, ch'è peggio, la patria mia. Or nè l'amore, nè vincolo alcuno farà sì ch'io dimentichi d'essere nato di padre e madre francesi. Possente il duca, soffersi, perchè meritati: solo, e in mezzo a' vincitori, meritati o no, non soffrirei tali oltraggi. E' misurano Francia tutta dai tristi che qui corseggiarono: ma non conoscono il puro antico sangue di Francia, le virtù nostre, non sempre forse perseveranti nè modeste, ma splendide e generose. Or io questo risico di contese continuo debbo cansare. Mi ritrarrò forse in qualche vicina città, forse in Francia stesso, se Matilde consente, e i suoi. Non so.»
Il barone gli stese da cavallo la mano nuda del guanto, e gli disse: «Vivete felice, degno uomo, onore nostro; e, rivediate o no Francia, rammentatevi alcuna volta, che lì vive un vostro leale amico.»
Così fece il conte come pensava. Unitosi a Matilde, scelsero Siena a dimora. Ma Matilde s'accorse che quel soggiorno non piaceva a lui se non quanto ella c'era, e propose spontanea il viaggio di Francia: e il padre assentì, sperando si rivedrebbero sovente, or egli in Tolosa, or ella in Fiorenza. Se non che Dio aveva ordinato altrimenti: e la tenera donna sopra parto morì. Fortunata, che sentì della vita tanto dolore quanto giova a innalzare l'anima, e ad avvivare i diletti, non più: fortunata, che non ebbe anni assai da languire nel tedio, nelle lagrime, nel rimorso; ch'altri amplessi non conobbe che i primi e puri d'un probo uomo, e svogliato del piacere, non della virtù: fortunata, che della terra straniera godette le novità, abbellite dalla gioventù e dall'amore, ma non ebbe tempo di provare quanto amaro sia vivere tra gente ignota; esprimere gli affetti e le imagini dell'infanzia in un nuovo idioma; ricominciare le prove, le consuetudini; rifare la vita. T'addormentasti serena, o Matilde, in quella terra dov'altri Italiani dovevano poi vegliare dura vigilia, e scendere illacrimati in compera sepoltura.