«Le cose passate ci siano ammaestramento, come Dio non lascia male alcuno impunito, benchè non sempre la pena sia al tempo e a piacere de' desideranti. E sia questo esempio a noi e a' cittadini che saranno, acciocchè, per bene della loro città, non siano mai vaghi di fare uffizii ad arbitrio; che sebbene si creano sotto titolo di utilità del Comune, sempre fanno dolorosa riuscita, e ne nasce tirannica signoria.»
Poi, concludendo, pregò: «Padre sovrano, amico onnipotente degli amici e de' nemici nostri, noi vi preghiamo e per essi e per noi; vi preghiamo per le anime de' cittadini nostri morti in battaglia, e per le anime de' nostri oppressori. A quelli e a questi risplenda l'eterna luce; e tutti possiamo vederli un giorno nella gioja del vostro immortale trionfo. Delle inutili o ree ferità contra loro commesse noi vi chieggiamo perdono: non li vendicate, o Signore, della nostra vendetta; ma l'odio che ci sospinse oltre alla necessaria difesa, spegnete in noi. E io primo, indegnissimo della letizia e della gloria di questo dì, confesso a voi nel cospetto del popolo vostro, che in vedere la ingiustizia dominante, troppo più acre zelo che quel della legge vostra mi divorò, che i privati odii mescolai negli uffizii del mio ministero; e non con affetto, così come dovevo, accorato, ma con ansia d'allegro desiderio, benedissi alla guerra. Perdono, Signore. Fate in noi l'amore della cara libertà, non feroce, non superbo, non interrotto da ree negligenze, non frodolento, non cupo; ma lieto, modesto, pieno di fede operosa e di fiducia prudente, vigilante nella pace, infaticato nell'armi, con magnanimità coraggioso.
Fuori di porta a San Niccolò cavalcava Gualtieri co' suoi; e le scorte lo precedevano e seguivano; tutti in silenzio. Il conte d'Altavilla, e il barone di Ciavignì, rimasi un po' addietro, venivano intertenendosi in caro colloquio, il qual presentivano essere l'ultimo. E guardando alla lietezza delle circostanti campagne, il barone diceva:
«Terra prediletta da Dio, e dalla matta discordia. E' non godono di questa tanta bellezza, sì perchè in essa nacquero, e minor bellezza non sanno; sì perchè l'odio fa velo all'anima loro, come all'infermo ogni cibo soave sa d'amaro o di nulla.
—Credete, rispose il conte, ch'io ad ora ad ora m'inchinerei a baciare questa terra e adorarla, siccome degno altare di Dio.
—A voi, conte, è più forte ragione d'amarla: chè avete qui radice oramai. E v'invidio. Ma io!
—Che sarà, buono amico, di voi?