La zuffa si accese muta e feroce: già due del gruppo che il giovane aveva colpito al capo con l’elsa del pugnale erano caduti; gli altri tre avevan tratti gli stocchi e si stringevano intorno al giovane che si teneva dritto parando i colpi e cercando di avvicinarsi sempre più al muro per garentirsi le spalle, ma pur parando colpiva, benchè si sentisse ferito in più parti.
— Tenete fermo, tenete fermo! — mormorava l’incognita che era salita sul gradino di una porta cercando di aprirla. — Poco altro ancora...
Il giovane lottava con calma senza dir parola mentre i suoi avversari imprecavano cercando di colpirlo al petto, stupiti della difesa che il pugnale opponeva ai loro lunghi stocchi. Più acceso di tutti era il marinaio che aveva già toccato una ferita alla gola.
— A questo ballo sì che so ballare! — diceva intanto capitan Riccardo il cui accento si manteneva calmo ed ironico. — Ma non vi sta bene lo stocco nelle mani...
La porta intanto si era aperta le due donne vi erano entrate e si tenevano sull’uscio.
— Venite, venite — diceva il domino dall’accento straniero — avete fatto abbastanza... Dio ve ne rimuneri!
— Salvatevi, ve ne scongiuro! — disse l’altro che si era tolta la maschera.
Il giovane si rivolse e diede un grido. Nella penombra gli era parso di riconoscere un volto, il volto bianco e soavissimo di una fanciulla, a cui era caduto il cappuccio e le disciolte chiome bionde le facevano come un aurea criniera. Ma era stato un lampo: quella figura si era ritratta nel buio della porta ed egli più non vide che un’ombra.
— Alma — mormorò sussultando. — Alma! È il buon Dio che mi manda tale celeste visione.
E conte se avesse attinto maggior forza, se non maggior coraggio, poichè oramai le due donne erano al sicuro, si scagliò e trovando innanzi a sè il marinaio vibrogli un colpo.